55° Festival del Teatro Greco di Siracusa

da | lug 26, 2018 | Eventi, La stagione, News

 

Donne e Guerra: Troiane, Elena e Lisistrata

«Folle è quel mortale che abbatte le città e profana i templi e le tombe, giacché immancabilmente prepara la sua propria rovina!». Con queste parole, che concludono il dialogo tra Atena e Poseidone, spettatori distanti e implacabili, e in seguito del tutto assenti, delle miserie umane, nel prologo delle Troiane, viene introdotto sulla scena del teatro di Dioniso ad Atene, nella primavera del 415 a.C., il dramma delle prigioniere troiane, rese schiave, soggiogate e spartite, per diritto del vincitore, tra gli eroi greci. Sono parole profetiche, quelle pronunciate dalla divinità, in quanto preannunciano la catastrofe che distruggerà la flotta greca durante il ritorno da Troia e disseminerà di cadaveri le acque dell’Egeo. In queste parole si può ritrovare condensata l’essenza stessa del pensiero antibellicista di Euripide: un pensiero dissonante in un’Atene che nell’estate precedente aveva aggredito la piccola isola di Melo, proclamatasi neutrale nella guerra con Sparta, ne aveva sterminato gli abitanti e reso schiave le loro donne: quell’Atene che di lì a pochi mesi avrebbe deliberato e progettato la sciagurata spedizione in Sicilia.

Profetiche, dunque, le parole di Euripide, non soltanto per I Greci vincitori a Troia, ma anche per gli Ateniesi, che, con la condotta arrogante, immorale e, in generale, poco lungimirante, tenuta quando erano al culmine della loro potenza, condanneranno la propria città a un’umiliante sconfitta. Coinvolgendo in un medesimo destino di distruzione vinti e vincitori, Euripide condanna dunque senza riserve la guerra e ridimensiona i fondamenti ideologici dell’illimitato espansionismo ateniese. E appunto in quanto dissonante, oltre che profetico, un siffatto messaggio non poteva che essere affidato ai volti, ai corpi, alla voce delle donne segnate dal dolore della guerra.  Maschere di dolore sono, dopo la caduta della loro città, le più illustri donne di Troia: Ecuba, Cassandra, Polissena, Andromaca, e tutte le altre prigioniere che formano il coro, e che sono sulla scena euripidea l’incarnazione plastica dell’orrore, dell’insensatezza e del paradosso della guerra. Il loro dolore esplode in episodi distinti, presentati sulla scena come quadri che alimentano il pathos di questa tragedia che è una delle più corali di tutto il teatro greco antico. I ritratti di ciascuna di loro e le narrazioni del loro personale calvario mettono a nudo il volto antieroico della guerra. Una guerra che è strage sinanco di innocenti, come dimostra la morte straziante del piccolo Astianatte, il figlio di Ettore e Andromaca, la cui sepoltura, a opera dell’anziana regina Ecuba sottolineerà lo stravolgimento di un ordine naturale che avrebbe previsto che fosse piuttosto il nipote a rendere onore alla tomba di lei. E che non risparmia disgrazie e lutti neppure ai vincitori. Lo smarrito ripiegamento di queste donne, e di Ecuba in particolare, è l’espressione suprema di quella poetica del dolore che nasce dalla consapevolezza dell’ineluttabilità di quel destino di morte e di violenza con cui la volontà di potenza che domina l’universo maschile ha soggiogato e letteralmente schiacciato l’universo femminile e le stesse dinamiche di procreazione della natura e della vita.

Ma Ecuba è anche il ‘pubblico ministero’ nel processo che conclude la tragedia, imbastito a Elena dal marito Menelao. Egli deve decidere della sua morte o della sua assoluzione: quando sembra risoluto a punire Elena finalmente riconquistata, si presenta in scena Ecuba che lo esorta a guardarsi dal fascino di lei e confuta puntualmente quanto vanamente l’autodifesa della bellissima donna: la quale farà della sua bellezza, quella bellezza che tanti lutti ha procurato a un intero popolo, strumento di seduzione e di salvezza personale. Ed è proprio Elena la figura chiave dei tre drammi che mettiamo in scena quest’anno a Siracusa. Oltre alle Troiane, Elena, un’altra tragedia portata in scena dallo stesso Euripide nel 412 a.C. e Lisistrata di Aristofane: la commedia rappresentata da Aristofane l’anno successivo.

Ebbene, a distanza di pochi anni dalle Troiane, tragedia del dolore della guerra raccontato dalle donne, Euripide prima, Aristofane poi, pongono in atto una vera e propria riabilitazione, ancora una volta in chiave antibellicista, del personaggio di Elena.

 

È infatti il razionalista Euripide, il tragediografo più vicino al dubbio socratico e alla pratica sofistica, a proporre per primo il lieto fine della tragica vicenda della guerra di Troia, in quella che, più che una tragedia è stata da alcuni considerata una tragicommedia: nell’Elena, come poi nella Lisistrata, quella dialettica tra l’orizzonte maschile della guerra e della sopraffazione e quello femminile della vita, dell’amore e della procreazione, drammaticamente insanabile nelle Troiane, si ricompone proprio attraverso la riabilitazione di Elena. La quale diviene l’incarnazione di una nuova, non meno inquietante, dialettica: la dialettica vero/falso, realtà/apparenza, che viene drammatizzata sulla scena mediante la contrapposizione tra la vera Elena, portata da Hermes nell’isola di Faro, in Egitto, alla corte del re Proteo, per esser poi restituita a Menelao, e il suo eidolon, la sua ‘immagine’, il suo fallace ‘doppio’ che sarebbe andato a Troia con Paride. Realtà incerta è l’uomo stesso, che dubita addirittura della correttezza delle proprie percezioni, stenta a definire la verità, vedendola contraddetta addirittura da una sua inquietante duplicazione. Riprendendo il mito di Elena nella versione alternativa già proposta nella Palinodia di Stesicoro, Euripide drammatizza quella sconcertante e corrosiva invadenza della finzione nella realtà e approda a un finale pacificato. Ma al contempo gravato, ancora una volta, dalla luce sinistra del nichilismo, dal pessimismo che nasce dal senso dell’assurdo: l’assurdo di una guerra che, nel 412, quando si combatteva ormai su tutti i fronti, anche sul suolo attico e la situazione sembrava precipitare verso il disastro, a Euripide doveva apparire sempre più incontrollabile e devastante, e dalla quale il tragediografo prendeva sempre più le distanze, anche rifugiandosi nel lirismo di belle immagini fini a se stesse e di una musicalità raffinatissima e virtuosistica che prendeva il sopravvento su una parola sempre più svuotata di significato. Il senso dell’Elena, fortemente antimilitarista, è racchiuso nelle parole con cui Menelao e il suo Servo prendono atto della realtà: la vera Elena non è mai stata a Troia, ed è anzi stata sempre una moglie fedele. Al re che esclama: «gli dei ci hanno ingannati: avevamo tra le mani un’icona fatta di nuvole, che è stata la fonte del nostro dolore!», il Servo domanda: «Vuoi dire che abbiamo sofferto invano per una nuvola, solo per questo?». La guerra di Troia è stata insomma una «inutile strage», combattuta per un vano simulacro. Gli obiettivi che ci si prefigge con le guerre non sono che illusioni: la «grande illusione» denunciata da Norman Angel. Proprio come un’illusione è Elena.

È dunque grazie alla spartana Elena che Menelao comprende la gratuità, l’inutilità e l’assurdità della guerra. La pace è invece opera e merito delle donne: lo dimostra Aristofane nella Lisistrata, la celebre commedia in cui lo sciopero sessuale di tutte le donne, di quelle ateniesi come di quelle spartane, porta allo stremo i maschi delle due città in guerra e li costringe a stipulare la pace. L’idea geniale è della protagonista, ma, anche in questo caso, la realizzazione del progetto pacifista passa attraverso la solidarietà complice di tutte le donne, che, pur imponendo e imponendosi l’astinenza sessuale, riescono a piegare le volontà dei loro uomini esercitando tutte le più canoniche arti della seduzione. Tra loro spicca una spartana, Lampitò, la quale, novella Elena, atletica e fiorente, prima delle altre coglie il potere che il fascino femminile ha di cambiare il corso della storia, che solo apparentemente è fatta dagli uomini. Proprio rievocando l’exemplum mitico dell’abbandono della spada da parte di Menelao alla vista della bellissima Elena, Lampitò afferma il primato dell’amore sulla guerra attraverso un’autentica rifondazione del rapporto coniugale nel segno della pace e dell’erotismo. L’’inno a Sparta’ che chiude la commedia porta a compimento la riabilitazione di Elena, e realizza, seppure come fugace utopia, la ‘fantasia di trionfo’ di un potere al femminile che salvi il mondo.

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