C’è un clima da festa popolare, con famiglie sorridenti, scolaresche emozionate, spettatori appassionati. Sugli spalti del teatro greco di Siracusa, ogni anno, si celebra qualcosa che va oltre il semplice fatto spettacolare: un piccolo-grande rito collettivo che ogni giorno spinge migliaia di spettatori ad assistere con partecipazione empatica alle tragedie. Verrebbe da pensare che, indipendentemente dalla qualità, dalla “ricerca”, dalla novità, gli spettacoli svolgano una funzione che non è certo più “catartica” – sarebbe impossibile in questi tempi cinici – ma sicuramente immediata, comunicativa, gioiosamente condivisa. La tragedia greca è vissuta, seguita, percepita, con lo stesso slancio e con le stesse reazioni con cui – perché no? – il pubblico reagiva alla sceneggiata napoletana. Empatia forte, dunque, viscerale, solidale: con commenti e risate, con qualche lacrima o sdegnata riprovazione si seguono le gesta degli eroi e dei “malamente”. Tanto più se, come nell’edizione 2011 del ciclo di teatro classico, la tragedia si stempera nel dramma, o addirittura nel melodramma di natura borghese. È il caso di Andromaca , tragedia euripidea che mette in gioco non solo relazioni personali, ma anche squallore del potere, maschilismo bieco, abusi privati e pubblici…
