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Il concept della Stagione 2020: Le verità nascoste

da | Gen 14, 2020

Nelle Baccanti di Euripide (405 a. Ch) la ricchezza di motivi pare inesauribile e molti sono i livelli di lettura, più che in qualunque altro dramma antico. Si parla di ambiguità, di rompicapo, di manifesto religioso o culturale, ma anche solo ripercorrere la trama della tragedia sottopone al dovere di scelte narrative.  Anche il racconto della vicenda può essere fatto in molti modi. Dioniso dice il prologo arrivando in Tebe e si auto presenta come un dio, o come il suo profeta, o come il vendicatore della madre cui fecero torti orrendi i Reali della città, o ancora come il capo di una nuova e sconvolgente religione di provenienza orientale. Oppure tutte queste cose insieme. Lo seguono Baccanti d’Asia, lo fiancheggiano Baccanti di Tebe, sue nuovissime seguaci, lo appoggiano il capostipite della casa regnante, Cadmo, con il vecchio profeta Tiresia. L’antagonista è Penteo, giovane arrogante e potente, che nel corso di tre incontri con Dioniso perde ogni certezza e identità, se pure ha di fronte un uomo solo e disarmato. Pervaso da una leggera follia iniettatagli da Dioniso, travestito da donna per poter vedere indisturbato le Baccanti sui monti, Penteo alla fine viene scannato dalla madre Agave, accecata da Dioniso e convinta di avere tra le mani un leone. A Cadmo smarrito che chiede il perché di tanta crudeltà, Dioniso replica che è quella la volontà di Zeus. Non vi sono verità in questa tragedia, vi sono metamorfosi e rivolgimenti continui, chi era predestinato ad essere vittima diviene carnefice e viceversa, le illusioni si rincorrono, anche quelle concrete, anche nelle singole scene. Dioniso appicca davvero il fuoco, crea davvero un sisma, fa davvero crollare il palazzo? ha creduto di incatenare Dioniso, ha gridato, ma tutto poi torna a posto, e Penteo si trova davanti il proprio prigioniero libero da catene. Quale è la verità? Dioniso è un dio, possiede dunque il potere di persuadere le donne, provocare un terremoto, fare miracoli. Oppure possiede solo la forza della parola, illude con il disegno di realtà diverse, è un ciarlatano alla fin fine, se pure di capacità straordinarie. “Ma quale storia mai/ non è infedele al vero? / La verità non è mai uguale a sé. / Si forma e si modifica / all’interno della vita/in quel laboratorio/ che di lei si appropria “scrive Mario Luzi in “Felicità turbate”, e pare che descriva il plot e il non-senso di Baccanti. Quel che è nascosto, in questa tragedia, è il senso di inafferrabilità di qualunque credo, della vita stessa, la cui natura imprevedibile, che rovescia ogni verità che pareva acquisita, sta alla base stessa di questo capolavoro.
Anche in Ifigenia in Tauride (414 a. Ch?) ogni aspettativa viene rovesciata, a cominciare da quelle del pubblico nei confronti della protagonista. L’idea diffusa è quella che la figlia sacrificata da Agamennone per poter salpare alla volta di Troia sia una vittima giovane e indifesa. Viceversa, il prologo della tragedia euripidea tratteggia una donna che è stata salvata durante quel sacrificio dalla dea Artemide e trasportata nella lontana regione di Tauride, dove il re Toante la costringe a uccidere qualsiasi straniero approdi il quel regno. La vittima è ormai un boia, costretta a scannare crudelmente e con premeditazione degli innocenti approdati per caso dal mare. “Vi è un grande scompiglio, in cielo come in terra” dice Oreste ad Ifigenia prima che avvenga il riconoscimento tra i due e la giovane si renda conto che stava per sacrificare il proprio fratello. Tutte le verità che si leggono ad inizio tragedia ne nascondono altre, diverse quando non opposte. Ifigenia, colei che officia riti umani, nasconde una nostalgia straordinaria per la Grecia, per la sua famiglia, per il proprio passato. Saranno quelle le molle che faranno scattare l’intrigo della lettera, del riconoscimento, della beffa finale. Il complicato e vivace meccanismo drammatico non avrebbe potuto essere messo in atto se la protagonista non avesse celato questi sentimenti sotto la freddezza del ‘carnefice di mestiere’. Anche tutti gli altri, però, ben nascondono la propria identità, il proprio ruolo, la propria storia. La tragedia è fitta di colpi di scena, tensioni, malintesi. Esclude il dramma della scelta irrevocabile, esclude il grande conflitto che rispecchia un’epoca. Ifigenia in Tauride è un pezzo inquieto e moderno, dove nessuno si sacrifica per un altro, e nascondere la verità è uno dei modi della sopravvivenza.
L’intera commedia Nuvole di Aristofane, tanto più grottesca e problematica che comica, si fonda sul gioco delle verità apparenti e di quelle sottostanti. Nel prologo, pare si profili un problema privato, quello dei debiti accumulati da un giovane viziato, che opprimono e tolgono il sonno al padre, Strepsiade, che non sa come uscire dai suoi problemi economici e generazionali. Ma presto il problema diviene quello civile e collettivo della Nuova Cultura, personificata in ugual misura e contro ogni evidenza storico filosofica, da Socrate e dai Sofisti, cui Strepsiade si rivolge per avere aiuto e perché il figlio impari a stravolgere la verità e prevalere sempre. Alla fine, nello strano mondo del Pensatoio dei filosofi entra lui, guadagnando confusione, botte e danni a raffica. Alla fine, il povero vecchio chiede ragione delle proprie disavventure: “Ma io sono solo un vecchio zoticone! Perché non mi avete avvisato, invece di illudere un povero ignorante? “ . Le Nuvole rispondo a tono, irridendolo: “Questo noi siamo, questo noi facciamo / appena ci accorgiamo / che un uomo si invaghisce / di azioni disoneste / suadenti lo spingiamo / incontro alla rovina. / Così si rende conto / che è meglio non smarrire / il timor degli dei”. Dietro l’intero gioco tra Socrate, Padre e Nuvole, sta la Verità nascosta proprio dal coro, che si insinua nelle pieghe peggiori delle peggiori intenzioni dell’uomo, assecondandole in apparenza e condannandolo in realtà al fallimento e alla catastrofe.

Margherita Rubino

 

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