Appunti sulla follia nei tragici greci

XLVI Ciclo di Spettacoli Classici. Aiace (Maurizio Donadoni). Foto C. Aviello

di Umberto Albini, Università di Genova

Nella tragedia greca gli eroi sono di solito personaggi che in una serie di prove si confrontano con la sventura e con il dolore e conservano la loro grandezza anche quando vengono drammaticamente sconfitti: il loro animo conosce l’esaltazione e la sofferenza più lancinante. Ma c’è un avversario irriducibile che altera impietosamente i tratti di un individuo o lo distrugge: è la follia, strumento di punizione divina. Non sappiamo come Eschilo avesse raffigurato il re trace Licurgo, reso demente dalla collera celeste. Non ci offrono nessun elemento in proposito gli scarsi frammenti della tetralogia che raccontava il conflitto fra Dioniso e Licurgo ostile al suo culto.
Il dramma riguarda la lotta tra Dioniso e Licurgo, che vuole impedire l’introduzione nel suo paese del culto di Dioniso. C’e un frammento che riguarda due momenti di questa lotta: ciò che avviene in casa, ciò che avviene nella dimora. Si usa la parola invasione, “invaso dal dio”, per definire l’effetto dell’operato del dio sui suoi fedeli. Il vocabolo è assolutamente improprio. Si può invadere un paese, non un uomo. Bisognerebbe dire: posseduta o abitata da una forza sopraumana.
Un aspetto cruento di questa lotta, lo ricaviamo da altra fonte: Licurgo, impazzito si recide un piede, convinto di recidere un tralcio di vite. La violenza esercitata dal dio contro una persona ci è dimostrata da come Apollo si impossessa dello spirito di Cassandra nell’Agamennone. La violenza si ritorcerà sulla persona stessa che pronunzia il vaticinio: Cassandra sarà al tempo stesso interprete e vittima del destino.

In Eschilo troviamo un bell’esempio di allucinazione auditiva: la giovane Io viene perseguitata da voci misteriose e assillanti che la invitano a concedere le sue grazie a Zeus, ansioso di possederla. Un secondo esempio di allucinazione auditiva potrebbe essere dato dal finale dell’Elettra di Sofocle: Oreste sente i latrati delle cagne furiose lanciate contro di lui dalla madre e le vede anche, mentre nessun altro ne percepisce la presenza. Il regista Giorgio Pressburger, in uno spettacolo messo in scena a Siracusa nel 1996, ha fatto uso di questo effetto scenico.
Naturalmente è più facile combinare l’accoppiamento della visione con l’udito come succede per esempio nell’Alcesti quando la sposa di Admeto distesa sul suo letto mortuario con accanto i suoi cari si trova alle prese con Caronte, il traghettatore dei morti, venuto per portarla nell’Ade. L’episodio è reso più drammatico dal regista Massimo Castri in quanto a scavare la fossa che dovrebbe accogliere Alcesti, è anche Admeto in persona. Torino, Teatro Stabile, 1995.

Per Sofocle disponiamo di un eclatante caso di follia, quello di Aiace nell’omonima tragedia. La dea Atena, offesa con l’eroe che le ha mancato di rispetto, gli offusca la mente. Aiace, colto da fantasie distruttive, usando un linguaggio brutale e privo di ritegno, massacra innocenti capi di bestiame, ritenendoli gli aborriti capi dei greci. Alla fase di agitazione segue quella depressiva, caratterizzata da senso di colpa e di vergogna, dalla paura della derisione pubblica, dalla convinzione di essere odiato (mania di persecuzione) e da propositi suicidi. Per i propri scopi artistici Sofocle ha utilizzato con maestria la cultura medica della sua epoca.
Un cineasta greco mi ha fatto notare, in un convegno di studi a Delfi nel 2005, come la follia di Aiace in Sofocle possa essere letta in chiave per così dire laica.
Durante una sua passeggiata notturna, Aiace vede una moltitudine di carri piombati gremiti di uomini, di donne e bambini, destinati alla deportazione per ragioni etniche o politiche. Diventa così un testimone scomodo che occorreva eliminare. Ma come? Allestendo una messa in scena che ridicolizzi l’eroe e lo costringa a uccidersi. Ma occorreva anche fare i conti col suo cadavere. Il problema viene discusso tra gli  ufficiali dell’esercito vincitore. Alla fine prevale, con il consenso di tutti i capi militari, l’idea di celebrare degnamente un grande eroe decretandogli un funerale di prima classe, come succede per Amleto, principe di Danimarca nell’omonima tragedia di Shakespeare. Verrà cioè portato sulle spalle alla sepoltura da sei robusti guerrieri.

XLVI Ciclo di Spettacoli Classici. Aiace di Sofocle. Tecmessa (Elisabetta Pozzi). Foto C. Aviello

In Euripide, quasi che fosse un dottore o uno psichiatra, troviamo un quadro completo e articolato della sindrome maniaco-depressiva, descritta in almeno due tragedie, l’Eracle e l’Oreste, nei suoi aspetti di crisi unica o di crisi ripetute.
Eracle si colloca sempre tra i combattenti più fieri. Ha la tempra di un invincibile, anche quando la sorte lo ferisce o lo abbatte. A maggior ragione il ritratto di uomo piagato e affranto che ne dà Euripide nel finale della tragedia omonima risulta sorprendente. Ma il profilo che il drammaturgo viene tracciando del liberatore e del protettore dei deboli comprende già sin dall’inizio alcune linee per così dire deformanti e riduttive. Il tiranno Lico, illegittimo sovrano di Tebe, comincia col mettere in dubbio l’eroismo di Eracle, «un buono a nulla, che si era acquistato fama di prode combattendo contro delle semplici bestie, un individuo di scarso valore che usava l’arco, arma dei codardi, e era pronto alla fuga» (vv. 157-16 1). Quando riappare, di ritorno dal mondo delle ombre, e si incontra con i suoi cari in pericolo, Eracle sembra intontito, spiazzato: non capisce che cosa stia accadendo. Fa domande ingenue («Parli sul serio? Ma perché Lico dovrebbe temere dei poveri orfani?», v. 546; «Ma non si è vergognato Lico a oltraggiare un vecchio?», v. 556), bisogna ripetergli le cose due volte. Non è il campione della forza, il possente lottatore, ma un essere frastornato. Sono tutte anticipazioni di quello che si riscontra alla fine del dramma: un protagonista intristito, ripiegato su di sé e privo di ogni ardire, prigioniero dei propri sensi di colpa, piombato nello sconforto. Quell’Eracle pare prefigurare certi antieroi e vinti della moderna letteratura teatrale. Dopo la strage, al suo risveglio a poco a poco riacquista coscienza, si rende conto dell’atroce crimine commesso e vorrebbe sbarazzarsi «dell’infame esistenza che lo attende» (vv. 1146 sgg.). L’autore di tante imprese e vincitore di terribili mostri subisce ora la sconfitta più desolante. L’invenzione più commovente di Euripide in questo finale di partita è Eracle che, una volta slegato, si rannicchia accanto ai cadaveri delle sue vittime e per un certo tempo tiene il volto coperto dal mantello, per non contaminare gente incolpevole. E anche per sfuggire al giudizio del mondo, in particolare a quello dell’amico Teseo, accorso da Atene, per aiutarlo, alla notizia di torbidi interni a Tebe. L’idea teatrale di un individuo che si isola e nasconde da quanti gli stanno intorno è ben utilizzata da Euripide nelle Supplici (dove in veste di salvatore opera sempre Teseo): il singhiozzo di un «ignoto velato» (il re Adrasto) che giace in un angolo è testimonianza di tristezza e angoscia. Ma la scena è rapida (vv. 104-112). Nell’Eracle, invece, per lungo tempo (quasi duecento versi) il protagonista resta seduto per terra, in protratta condizione di debolezza e autocommiserazione.
È la fase depressiva che si oppone allo scatenamento frenetico e comporta anche l’impulso autodistruttivo. Eracle si prospetta l’idea di suicidio, la sola esitazione è, se mai, sul modo di porre fine alla propria vita. Se al suicidio si frappone un ostacolo, l’arrivo di Teseo, l’unica alternativa per il protagonista consiste nello sradicarsi dal consorzio degli uomini in qualunque maniera:
«Ma perché devo conservare la vita, io, assassino dei miei amatissimi figli? Perché non mi butto in mare da una rupe scoscesa, non mi conficco nel fianco una spada, per vendicare il sangue delle mie creature? O mi sbarazzerò dell’ignobile esistenza che mi resta appiccando fuoco a questo mio corpo? Ma ecco arriva a ostacolare i miei progetti di suicidio Teseo, parente e amico. Poserà gli occhi su di me, Teseo, ospite prediletto, vedrà il triste spettacolo dei figli uccisi dal padre. Che cosa devo fare? Dove troverò un luogo deserto adatto alla mia sventura? Magari avessi le ali o potessi scendere sottoterra! Mi copro il capo col mantello, mi avvolgo nel buio» (vv. 1146 sgg.). Il male non è eliminabile, ci si può difendere da esso solo non guardandolo in faccia e sottraendosi alla comunità. In questo passo Eracle rivela con assoluta sincerità tutta la propria impotenza e il desiderio di annullarsi.
Forse vanno sottolineati anche, nel finale dell’Eracle, altri particolari riferibili alla condizione psichica del personaggio. Il protagonista, quando Teseo si rivolge a lui, resta chiuso nel mutismo. Lo ricaviamo dalla sorpresa reazione di Teseo (vv. 1218-1219). «Perché mi fai cenno con la mano e indichi quel sangue? Per non contaminarmi con le parole?». Invitato dall’amico ad alzarsi, Eracle non è in condizione di farlo, il corpo non gli risponde. E dovrà appoggiarsi a Teseo per camminare, seguirlo come una nave a rimorchio (vv. 1394, 1398, 1424). È una situazione analoga a quella di Oreste (nell’omonima tragedia) attraversato dal male: la perdita della capacità motoria. L’autoaccusa per il tragico evento si ripresenta come un ritornello ossessivo: cinque volte Eracle ripete di avere ucciso i suoi figli, parlando a se stesso, pensando a quello che avrebbero detto contro di lui uomini e oggetti (le sue armi), apostrofando i suoi poveri morti. L’eroe, infine, vede un futuro cupo di ombre: «Che morsa letale mi stringe! A me non è concesso abitare nella mia cara Tebe: sono un empio. E anche se vi rimanessi, in  quale luogo sacro, in quale riunione di amici sarei ammesso? La maledizione che mi perseguita impedisce a chiunque di avvicinarmi. Mi rifugerò ad Argo? Lo escludo, dalla mia patria sono stato bandito. Esiste qualche altra città dove io possa riparare? » (vv. 1281 sgg.).
Il viaggio verso Atene in compagnia dell’amico Teseo obbedisce soltanto alla rassegnazione. Il semidio si apparenta all’umanità perseguitata. Il personaggio ha concluso la propria stagione eroica.
Siamo di fronte, nel caso di Eracle, a un isolato episodio delirante, a un’unica crisi di eccitamento e di agitazione psicomotoria. Nel suo perturbamento mentale, Eracle decide di partire per Micene per la resa dei conti con Euristeo, percorre il palazzo su, giù, si infila nella stanza degli uomini, sostiene di essere giunto a Megara, entrato in una delle case. E vede, da allucinato, oggetti e persone che non esistono. In Eracle compaiono tutti gli stadi della follia.
Poche opere teatrali come le Baccanti di Euripide hanno avuto la forza di proporsi come simbolo dei fermenti culturali e sociali della loro epoca. A grande
distanza di tempo la rivoluzione dei tre M. – Mao, Marcuse e Marx – conobbe di nuovo l’importanza dello scontro tra la rigidezza dell’autorità e la liberazione degli istinti.
Il re Penteo si trova in conflitto con il dio Dioniso. Lo scontro finisce con la morte di Penteo tragicamente squartato dalla madre e dalle seguaci del dio. Non riassumerò la trama dell’opera, ma è necessario ricordare che essa rispecchia crudelmente il delirio che stravolge le menti. Penteo si trova a combattere con un avversario che si libera dalle catene che lo imprigionano e muta aspetto. La follia obnubila le menti, Penteo vede un doppio sole, una doppia città. La realtà si sfalda sotto ai suoi occhi. La scena in cui Agave entra in Tebe agitando su una picca la testa del figlio da lei scambiato per una belva, resta una delle visioni più orripilanti del teatro greco. Tra gli allestimenti teatrali dell’opera resta indimenticabile quello di Luigi Squarzina, Teatro Stabile di Genova 1968.

La relazione del Prof. Albini è stata  presentata (letta dalla prof. Margherita Rubino) al Convegno di Studi  “Le Ragioni della follia. La vergogna e la colpa” organizzato dalla Fondazione INDA il 18 e il 19 marzo 2010 (Venezia, Hotel Molino Stucky).  Il saggio è stato  pubblicato nel maggio 2010  sul Numero Unico del XLVI Ciclo di Spettacoli Classici nella sezione dedicata agli atti del convegno.