di Ferruccio Bertini, Univeristà di Genova
abstract
(…) Vorrei citare il caso dell’Elegia di Madonna Fiammetta del Boccaccio, che, accanto a parafrasi fedeli di brani corrispondenti, contiene moltissime riprese letterali di versi senecani.
Per esempio parecchie sono attinte dai vv. 129-274, cioè dal dialogo tra Phaedra e la nutrix, nel quale l’eroina confida alla nutrice la folle passione che la divora e la nutrice tenta invano di dissuaderla. Nel replicare alle oneste esortazioni della balia, Fedra descrive così la passione che la travolge:
“Quello che dici è vero, lo so bene, nutrice: ma un amore smanioso mi costringe al male. La mia anima, consapevole di correre verso la sua rovina, cerca invano di tornare a più sani propositi. Così, quando il barcaiolo spinge controcorrente un naviglio troppo carico, la sua fatica è vana e la barca si arrende all’assalto dei flutti. Che può la ragione? La passione ha vinto e mi domina, un dio possente è padrone di tutto il mio essere”.
Boccaccio, a sua volta, volge in questo modo:
“O cara nutrice, assai conosco vere le cose che narri, ma il furore mi costringe a seguitare le piggiori, e l’animo consapevole, e ne’ suoi desideri strabocchevole, indarno li sani consigli appetisce; e quello che la ragione vuole è vinto dal regnante furore. La nostra mente tutta possiede e signoreggia amore con la sua deità e tu sai che non è sicura cosa alle sue potentie resistere”.
In questo brano Boccaccio elimina, a mio avviso felicemente, la similitudine retorica del barcaiolo, che serviva a Seneca per accrescere il colore retorico del suo testo, ma che risultava invece inutile e superflua nel volgarizzamento. Nel coro immediatamente successivo viene enfatizzata la potenza di Cupído: “Non ha mai pace il fanciullo: attraversa il mondo disseminando le sue frecce, e la terra che vede sorgere il sole, la terra che tocca i confini dell’Occidente, quella che brucia sotto il segno del Cancro, quella che sotto il gelo dell’Orsa regge tribù sempre in moto, tutte conoscono questo fuoco. Fa divampare l’ardore impetuoso dei giovani, ravviva le spente faville di una stanca vecchiaia, trapassa con una fiamma ignota il seno delle vergini, forza gli dèi a lasciare il cielo per la terra sotto falso aspetto: Febo si fece pastore di un armento tessalico e, deposta la lira, chiamò i tori con la zampogna”.
Boccaccio rende il brano così:
“Quantunque Febo, surgente co’ chiari raggi di Gange, insino all’ora che nell’onde d’Esperia si tuffa con li lassi carri, alle sue fatiche dare requie, vede nel chiaro giorno, e ciò che tra ‘l freddo Arturo e ‘l rovente polo si inchiude, signoreggia il nostro volante figliuolo senza alcuno niego… Egli commuove le ferocissime fiamme de’ giovini, e negli stanche vecchi richiama gli spenti calori, e con non conosciuto fuoco delle vergini infiamma li casti petti, parimenti le maritate e le vedove riscaldando. Questi con le sue fiaccole riscaldati gl’iddii, comandò per addietro che essi, lasciati li cieli, con falsi visi abitassero le terre … e ultimamente, rinchiusa la sua gran luce sotto la vile forma d’un piccolo pastore, guidò gli armenti d’Ameto.
In questo secondo caso, è invece il Boccaccio ad aggiungere al testo essenziale di Seneca notizie di carattere mitologico e retorico assolutamente superflue.Ma c’è un altro lungo brano in cui l’autore toscano riprende la Fedra; al cap. V 30 della Fiammetta egli rielabora, a volte tagliando, a volte traducendoli fedelmente, i vv. 483-564 della tragedia. Ne cito qualche tratto; Seneca: “Sa tendere astute trappole solo alle fiere e ristora le membra affaticate nell’argenteo Ilisso; ora rasenta la riva del veloce Alfeo, ora attraversa il folto dell’alta foresta, dove traluce la pura fronte di Lerna. La sua dimora non è mai la stessa: qui cinguettano gli uccelli e fremono i frassini e i vecchi faggi appena mossi dal vento”.
Boccaccio: “Il quale, solamente conoscendo di preparare maliziosi ingegni alle selvatiche fiere, lacciuoli ai semplici uccelli, da affanno nell’animo essere stimolato non puote, e se grave fatica per avventura nel corpo sostiene, incontanente sopra la fresca erba riposandosi la ristora, tramutando ora in questo lido del corrente rivo, e ora in quell’altra ombra dell’alto bosco li luoghi suoi, ne’ quali ode i queruli uccelli fremire con dolci canti, e i rami tremanti e mossi da lieve vento, quasi fermo tenenti alle loro note!”
E ancora Seneca: “È più facile il sonno in un corpo senza pensieri, steso su un duro giaciglio. Non cerca piaceri furtivi nell’ombra segreta del letto, né cela la sua paura in un labirinto di stanze: vuole l’aria e la luce e la sua vita ha testimonio il cielo”.
E Boccaccio: “A costui non l’alte torri, non l’armate case, non la molta famiglia, non i dilicati letti, non i risplendenti drappi, non i correnti cavalli, non centomila altre cose involatrici della miglior parte della vita sono cagione d’ardente cura. Questi, de’ malvagi uomini, non cercanti ne’ luoghi rimoti e oscuri li furti loro, vive senza paura; e, senza cercare nell’altissime case i dubbiosi riposi, l’aere e la luce dimanda, e alla sua vita è il cielo testimonio”.
Quest’ultimo, da cui ho tratto soltanto le prime citazioni, è un brano assai lungo nel quale è utilizzata la tecnica che abbiamo già esemplificato.
Boccaccio, dopo essere ritornato a Firenze nel 1340, vi compone quest’opera tra il 1343 e il 1344. Egli è ancora pieno di nostalgia per Napoli, la città in cui aveva trascorso l’adolescenza e la prima giovinezza e la Fiammetta trae la sua unità da “un personaggio nel groviglio della passione che lo tormenta”. Ma in essa c’è ancora una potente presenza dell’erudizione basata sui testi classici (Ovidio e Seneca), filtrata attraverso la cultura medievale. Tuttavia, siccome in Boccaccia è già presente il grande autore che caratterizzerà della sua personalità l’intero secolo, la sua erudizione assume un significato particolare, attraverso l’umanizzazione dei contenuti tramandati dal mito.
