Fedra tremila anni dopo

Phaedra di Hans Werner Henze

Phaedra di Hans Werner Henze

di Margherita Rubino, Università di Genova

Ippolito di Euripide è datato 428  a. Ch..  Se ne può misurare la popolarità, nel XX secolo,anche in ambiti non culturali: Fedra è la protagonista di Some Velvet Morning, pop canzone bella e celebre scritta nel 1967 da Lee Hazlewood per Nancy Sinatra, che ne eseguì una versione in duetto con il padre Frank. Nei primi anni del duemila, la canzone tornò a trionfare nella interpretazione della modella  Kate Moss, continuando a generare domande sul senso incomprensibile dei versi. La canzone parla di una passione, sembra voler dire che gli uomini  dovrebbero rispettare l’amore delle donne, perché queste non finiscano come la Fedra greca (learn from us very much canta la bionda protagonista nel duetto con un giovane ripreso a cavallo tra le onde del mare). Di certo i fans di Some Velvet Morning non avevano letto Euripide, ma una Fedra bionda, sofferente, vittima e impossibilitata al contatto con l’uomo, attraverso la pop canzone, è nota anche a loro. Come agli psicologi è noto quella sorta di complesso di Edipo rovesciato che viene definito “complesso di Fedra”, benché i protagonisti qui non siano consanguinei (1).

Il secolo appena iniziato sta per condurre a un approdo simbolico ma altamente suggestivo: tremila anni nei quali la cultura occidentale non ha mai dimenticato il mythos greco. La costellazione di donne autentiche e diverse, Fedra e Antigone, Clitennestra e Ecuba, Elettra e Andromaca, che la tragedia greca ha lasciato in eredità alla nostra cultura, ha originato a sua volta altre culture riscritte o ispirate a quei modelli femminili, con una pienezza di percezione che spesso ha creato capolavori. Molti elementi della tragedia di Euripide sono stati variati, infinite aggiunte o invenzioni si sono sovrapposte per essere poi smontate o dimenticate (vedi il personaggio di Aricia, di cui Ippolito si innamora nella versione di Racine e che resta in molti testi per un paio di secoli, per essere poi completamente disattesa dal secondo ‘900).

Ma è Fedra che, prima di Isotta e come Isotta, rappresenta l’eros allo stato puro, quello che riflette la  gratuità, casualità e arbitrarietà di ogni innamoramento. Nel tempo viene eliminata ora la vendetta e il suicidio di lei,  ora la morte di Ippolito e perfino, a volte, la ripulsa di lui, ma il nucleo  irresistibile del mythos è che Fedra si è innamorata di chi non doveva.

Intorno al duemila, tre versioni importanti  di Fedra sono dovute a tre donne, una italiana, una messicana e una americana. Nel 1998 Susan Yankovitz scrive Phaedra in delirium, dramma fortunato più volte messo in scena e benissimo recensito negli USA. Come per tutti gli altri casi citati in queste ultime pagine, testo, allestimenti e recensioni sono reperibili su Internet. Phaedra in delirium però è stato ripubblicato di recente in una bella collana di Backstage Books insieme con altri adattamenti (Divine fire: eight contemporary plays inspired by the Greeks, New York 2005).

Il testo è interessante alla lettura, poiché perpetua a partire dalle prime pagine la condizione di malattia di Fedra (Hypp. 198-352 ), spesso direttamente con le parole da Euripide (I want to go to the mountains, to be in the air, with the wind on my skin and the rustle of leaves). Fedra è malata dalla prima scena  e  per l’intero dramma;  al suo delirio erotico si aggiunge la disperazione della donna quarantenne per l’inarrestabile decadenza fisica . I due motivi hanno autonoma suggestione ma non paiono fusi insieme, anzi, la poca sicurezza della donna matura mal si accorda con l’audacia della tentata seduzione. Teseo la adora, Ippolito la respinge dall’inizio, infastidito anche quando lei tenta solo di prendergli la mano. Invano Fedra, con battuta raciniana, lamenta il mancato sguardo, quello che mai lui ha posato su di lei (In all this time, you never really looked at me). Ippolito arretra e basta. Molto americana l’attenzione al peso da parte di lei e poi il ripercorrere ogni sfumatura del dire di lui per tentare di scavare nella sua psicologia. Tra i due si muove un confidente, giocato dallo stesso attore, che diviene maschio quando parla con Ippolito, assumendo le parti ora del coro ora del servo greco, femmina invece quando parla con Fedra, assumendo ruolo e battute della nutrice. L’interrogatorio della “amica” a Fedra per sapere il nome dell’uomo che lei ama è interamente condotto sulla falsariga di Euripide. Nonostante le dichiarazioni della Yankovitz, che si dichiara ispirata da molti autori, e nonostante i libretti di sala che lo riportano e ripetono regolarmente, balza agli occhi come la scrittrice americana abbia letto benissimo e benissimo imitato fondamentalmente la tragedia greca (It’s my blood, I can’t escape. You know my history. All the women in my family  have been ruined  by love: my grandmother, my mother and my sister, my poor sister). La confessione a Ippolito e la ripulsa di lui è altamente tragica ed condotta, questa si, con echi da Racine, poiché è la scena di dialogo diretto che Euripide non ha (don’t infect me with your corruption, God! I hate you). Ma la scena seguente, dove la confidente consiglia Fedra di accusare il figliastro e poi la lettura ad alta voce della lettera di denuncia, che Teseo di ritorno ascolta per caso, di nuovo ‘grecizzano ’, alla pari della scena di ira furibonda di Teseo e del patetico e orrorifico racconto della morte e dello scempio del corpo di Ippolito. Con il suicidio Fedra, ed è l’ultimo guizzo all’americana, trova anche una soluzione al problema del disfacimento della sua bellezza e alla vecchiaia imminente.

Va citato anche “Stanotte vorrei parlare”, scritto nel 1999 e andato in scena con buona eco di stampa a Trieste nel maggio ’99 e nel giugno 2000 (2), di e con  Barbara Della Polla. La Della Polla  compone un lungo monologo-puzzle ove, dopo il I stasimo di “Ippolito”, si susseguono versi di Ritsos e Racine, Seneca e D’Annunzio; la messinscena, non più ripresa dopo il duemila, può risultare esemplare di quegli aggiornamenti tecnologici che in questi ultimi anni sono toccati in sorte a tutto il teatro antico. Il percorso di Fedra, identico da millenni, avviene nella versione della scrittrice triestina attraverso le immagini, multimediali naturalmente. Ippolito, concupito con passione, è lontanissimo, e il segno della impossibilità di raggiungerlo è dato dal monitor che lo racchiude e lo cela al mondo. Luci, suoni e immagini di vortici marini rappresentano invece il flusso del monologo interiore in cui virtuosisticamente si esibisce la bravissima attrice che reinventa il linguaggio di Fedra  componendo le parole dei testi di ogni epoca a formare tanti e suggestivi microlinguaggi scomposti, in fondo, non per Fedra ma per una sorta di fantasma di lei che può solo rivolgersi a uno dei quattro monitor che celano l’oggetto del suo desiderio.

Nel 1998 il teatro dell’Elfo aveva invece optato per una riscrittura di Fedra di Agnese Grieco, da Euripide, Seneca e Ovidio (3), con Ida Marinelli nel ruolo del titolo; buon successo per questa come per  Spettacolo, drammaturgia musicale per una Fedra senecana e scandalosa dei Marcido Marcidoris e Famosa Mimosa (nel 1993, di fronte alla protagonista in scena completamente nuda, qualcuno del pubblico dello Stabile di Genova protestando abbandonò la sala; reiterando inconsapevolmente la reazione del pubblico ateniese di fronte all’Ippolito velato). La mano femminile pare adatta non soltanto per riscrivere Fedra, ma anche per sperimentare, attraverso questi testi, nuovi e spesso audaci soluzioni teatrali.

“Fedra e gli altri Greci” della messicana Ximena Escalante divaga per due atti tra le vicende di Fedra bambina e una Medusa, un Tiresia, Arianna e Teseo, con un pastiche che ricorda i film mitologici dell’Italia e degli USA anni ’60. Nel terzo atto, un paio di scene consistono in dialoghi di tentata, timida e silente seduzione di Fedra per Ippolito; tra “gli altri Greci” vi sono Europa e Moira, che accompagna suasivamente Fedra verso una dolce eutanasia.

L’ultima Fedra su grande schermo è stata Anna Bonaiuto, interprete di Chiamatemi Fedra. Si tratta di uno dei quindici episodi del film “Piccoli orrori”, Iaia Forte, Enrico Ghezzi, Galatea Ranzi  tra gli interpreti. Girato nel 1994 e subito premiato in una sezione speciale a Taormina, il film non ha poi avuto distribuzione commerciale, ma soltanto frequenti passaggi tivù. Nella sequenza che ci interessa, una donna si congeda dal figlio-amante, inseguendolo come in sogno, in scenari che sempre variano; Ippolito non ha voce. L’unica voce rimane, pericolosamente simile a una personale ossessione, quella di lei.

Il capolavoro del terzo millennio, per ora, è Phaedra, quattordicesima opera di  Hans Werner Henze, composta su libretto di Christian Lehnert, in prima mondiale alla Staatsoper di Berlino il 6 settembre 2007, prima rappresentazione italiana a Firenze, Teatro Goldoni, il 5 maggio 2008 per la traduzione di Franco Serpa. Si tratta di una  Konzertoper divisa in due atti che dura un’ora e 50 minuti. Il dramma è ristretto a Fedra e Ippolito, alle loro controparti divine, Afrodite e Artemide, e a un Minotauro che ha breve parte, in chiusura del dramma. Nel quadro di apertura tutti e quattro i protagonisti evocano la vittoria di Teseo e il destino di lui e di Fedra (Echi balzano oltre i vuoti pozzi in rovina: Fedra. Echi aleggiano oltre le macerie del labirinto: Ippolito) poi, al margine di un bosco, entra Ippolito (Sull’erba procedo e sento che mi segue lo sguardo della dea, da ogni parte ella mi osserva, incerto io mi avanzo) mentre Fedra si aggira vicino a lui, seguita come un’ombra da Afrodite, che interviene mentre lei tenta di lacerarsi con un coccio le vene dei polsi (Due al mondo nello stesso momento: il tuo Tu lo hai dimenticato? ). Vale la pena riportare le due bellissime e parallele dichiarazioni di passione e di vendetta delle donne:

Fedra

Nel primo autunno trascinata ai suoi piedi,

un seme con una vela bianca.

Non conosco la causa, non so se sto espiando,

se un gioco con legge sconosciuta

mi spinge presso a lui, se mi smarrisco

in un estraneo sogno, dove non c’è luogo

che resti a trattenermi e non c’è voce.

Egli respira: il seme vola via

Afrodite

Io amo Ippolito, e Fedra ama con il mio desiderio

la mia pena, con bocca tremante ella cela

i sospiri. Il passo di lui mi svigorisce,

gelida linea senza svolte. Nulla di me lo ha attirato,

seguiva Artemide soltanto, una lancia, un’alitante freccia.

Mi ha sfiorato e ha ferito la bestia, che ansante

si è accucciata nell’erba folta.

Gridai a lui, gridai e gli giurai,

nel rito antico del desiderio e dell’immolazione,

la rovina per amore, anche se egli non lo prova.

Può bastare la citazione del libretto a evidenziare come Afrodite sia una sorta di alter ego di Fedra, che insieme a lei tenta Ippolito. Musicalmente le due voci, mezzosoprano le donna, soprano la dea, ottengono risultati di suadente, insidiosa dolcezza dando come l’impressione di sovrapporsi. Cantano insieme anche Ippolito, tenore, e Artemide, controtenore, scelta inusuale e certo funzionale a possibili implicazioni o indicazioni di neutralità sessuale, se non omosessualità del giovane.
Nel bosco, mentre Ippolito dorme, Fedra si avvicina discinta, seguita da Afrodite, e invano tenta di sedurre Ippolito, che Artemide esorta alla fuga (Fuggi, non scamperai al tuo nome nella sua bocca)

La dichiarazione di lei è altamente poetica:

Obliati i confini del mio nome,

obliato ciò che mi imponeva di tacere…

Il tuo occhio mi colpì nel tempio, quando portavano

La vittima al fuoco. Io stessa fui ferita,

mi rivoltai e chiusi gli occhi,

ma ardeva, la tua immagine, incisa

dentro l’anima, il fumo…un ignoto pulsare

accrebbe e spense odio e amore, Ippolito!

Dimoro sui detriti, sulle scorie della mia stirpe,

come dopo una guerra e una carestia,

Ti amo, io sono la tua luna che ti accerchia

Respinta,  Fedra tenta il suicidio, Afrodite la trattiene. Nel IV quadro, Fedra scrive la lettera in cui denuncia a Teseo lo stupro del figlio con vibrante dolore (Come mi ha afferrata e costretta a terra, il suo alito caldo mi toccava, la mano soffocava le suppliche, quando si è spinto in me). Artemide racconta la maledizione di Teseo e la esecuzione del giovane per mano di Posidone: sono pochi versi, ma sia Ippolito, rantolante, sia Fedra, appesa a un cappio, muoiono in scena.
La prima parte è ambientata nella Grecia antica, la seconda si svolge invece molti secoli dopo, in Italia, e contiene elementi di leggerezza e di ironia (4). Lehnert-Henze narrano di una seconda vita di Ippolito (5), dio protettore dell’area sacra di Nemi, in Lazio, con il nome di Virbio (vir bis, due volte uomo, rinato) seguendo una versione ovidiana. Nel primo quadro (La guarigione) Artemide lavora sul corpo del giovane, ridandogli la vita e l’identità del dio del luogo. Spinto in una enorme gabbia, Ippolito si sta riprendendo quando Fedra, uccello svolazzante, inizia a irriderlo e a tormentarlo con Afrodite:

Fedra

Ippolito, quando ti si accostano i morti?

Di notte, quando non puoi dormire?

Quando d’un tratto il battito del cuore è solo un’eco

Dei rumori nel folto? Tu che leggi

nei loro visi? Timori?Avvertimenti? Angoscia?

Afrodite

Le fattezze dei morti somigliano ancora all’ultimo

Sguardo che ti è giunto prima di morire?

O sono anche più deperiti?

Macilenti? Sul collo

I rossi lividi del laccio sono scomparsi?

Ippolito

Lasciatemi!Via!Soffi di marciume, infere

Forme! Non voglio udire nulla!

Salvato ancora una volta da Artemide, che lo avvolge in una rete e lo sottrae alle irrisioni e agli attacchi, Ippolito, nascosto in una grotta, sogna e canta al pianoforte i propri ricordi e la poesia della natura. Fedra canta dapprima insieme a lui fuori scena, poi entra, di nuovo con atteggiamento seduttivo ( Il tuo corpo e la mia ombra si cercano…o vuoi una sigaretta arrotolata da me tra le mie cosce?). Il giovane la scaccia, tenta di scappare, rovescia le statue delle dee che gli sono di ostacolo, si fa largo con forza, finché un terremoto scuote tutto. Il giorno seguente Ippolito avanza nel bosco di Nemi e mentre Fedra pare vinta (I rami più alti brillano nella luce, dove io qui giù resto al buio).

Ippolito danza con il Minotauro il cui canto chiude l’opera (Noi siamo nati nudi..ci spingiamo nella mortalità e balliamo. Ci giriamo, giriamo come un congegno di orologio, come rotea un uccello che sotto le ali sente la resistenza della morte e si innalza, canta e si innalza, più indomito di ogni breve creatura).
L’opera è intrisa di tensioni di amore e di sesso, contrapposte a quelle distruttive della caccia. Nella sostanza Henze riscrive Ippolito direttamente da Euripide, inserendo nella seconda parte, quella ovidiana, un elemento di ritorsione e di vendetta da parte di Fedra. Afrodite e Artemide sono quell’elemento divino, o metafisico, o comunque altro da noi cui l’uomo ricorre quando lascia in mano altrui la responsabilità del proprio agire: questo nella parte ‘greca’ dell’opera.  Per liberarsi dell’influsso delle due dee Ippolito, rinato e modernamente consapevole di sé, le frantuma e riesce infine a scacciare anche il demone di Fedra. Si intravede un futuro migliore, tratteggiato dal Minotauro negli ultimi versi. Storia e musica sono intense e innovative. E’ presto certo per definire a  livello critico la portata di questa estrema Fedra, che negli ultimi due anni  ha trionfato in Germania e in Italia, con echi e consensi impressionanti. Ma la riscrittura in direzione di rinascita e di eternità e l’impatto emotivo straordinario della musica fanno pensare ad uno dei non rari casi di capolavoro nato su ispirazione di Fedra.

E nel futuro? La diffusione del mito, del testo originario e dei testi ispirati a Fedra nei millenni è divenuta, da elitaria che era, addirittura planetaria. Si dovrà tenere conto anche di questo. Se pure, da una ricerca effettuata su Google a fine 2008,  risultano numeri  impressionanti. Esistono complessivamente 913000 siti intitolati a Fedra in tutto il mondo, in quindici lingue, dagli oltre duecentomila siti in francese ai quasi tremila in cinese. Di questa polverizzazione di Ippolito di Euripide in mille e mille rivoli per cinque continenti si dovrà tenere conto. Certamente, non tutti i siti sono proprio legati al nostro mythos. Fedra è anche il nome di un software e di una pillola anticoncezionale. Ma se un simbolo di passione assoluta tra i più forti nella memoria letteraria diventa nome di una pillola che consente di fare all’amore, questo è un segno del fatto che alla vertiginosa eternità di una favola millenaria si aggiunge oggi l’allargamento non meno vertiginoso di quella favola per cinque continenti.

Saggio tratto da
Margherita Rubino, Fedra. Per mano femminile, Il melangolo, Genova 2009

Note

(1) A.A. Masser, The Phaedra complex, in “Archive of General Psychiatry”, 1969,vol 21, pp.213-218

(2) Cfr Passione e dolore tra antiche stanze, “Il Piccolo”, 28/6/1999; Nei volti di Fedra un fantasma d’amore, “Il Piccolo” 5/5/2000; Fedra, un simbolo di passione, “Il messaggero veneto”, 7/5/2000

(3) Agnese Grieco, Per amore. Fedra e Alcesti, Milano 2005

(4) Esiste una irresistibile tradizione comico caricaturale su Ippolito, specie nei secoli XIV e XV: il giovane si difende dalla punizione paterna nella XIV delle Trecento Novelle di Franco Sacchetti ( Mio padre ebbe a fare cotanto tempo con mia madre e non gli dissi mai una parola torta; e ora, perché mi ha trovato a giacer con la moglie, mi vuol uccidere, come voi vedete! ), nella facezia 137 dei Motti del Piovano Arlotto, nella storiella 143 del Liber facetiarum di Poggio Bracciolini ( Ma guarda mio padre, che bella faccia tosta! Lui si è fottuto mille volte mia madre, e io zitto; per una volta che ho fatto l’amore con sua moglie, lui rompe i timpani a tutti con urla pazzesche!) e cfr anche il n .293 dei Detti piacevoli di Poliziano.

(5) Eneide VII, 761 e il relativo commento di Servio , e poi Ovidio, Fasti III, 263 sgg e VI, 733 sgg, e soprattutto Metamorfosi XV, 493 sgg sono tra le fonti della poesia latina per questa seconda parte.

(6) Tra le curiosità, sono da segnalare 66 siti in ebraico, 75 in persiano, 71 in vietnamita, 13 in armeno; mentre, a sorpresa, i siti in greco sono solo 7750, contro i 30600 in russo o i 41700 in tedesco. Ricerca effettuata il giorno 8/X/2008.