Bianca notte mediterranea

cantiorfici Intorno alla nascita dell’INDA 1913/1914

un progetto di Fernando Balestra

Il mare nel vento mesceva il suo sale che il

vento mesceva e levava nell’odor lussurioso dei vichi,

e la bianca notte mediterranea scherzava…

(Dino Campana, Canti Orfici)

In vista delle celebrazioni del centenario dell’Istituto (1913-2013), la Fondazione INDA intende avviare una riflessione dedicata agli anni che precedettero la nascita dell’Istituto e successivamente del Ciclo di Rappresentazioni Classiche a Siracusa, che ebbero il merito di salvare un patrimonio umano di inestimabile valore e di difendere i principi fondanti la civiltà occidentale. Organizzando una serie di eventi sotto il titolo, preso in prestito al poeta Dino Campana, Bianca Notte Mediterranea, si pensa di proporre, all’interno di strutture scolastiche, di musei, di biblioteche, gallerie d’arte, piccoli teatri, anche riletture, intorno al sentimento della bellezza, di altri grandi autori europei (Karl Kraus, Thomas Mann, Gabriele d’Annunzio, Arthur Schnitzler, Bertolt Brecht, Erich Fromm), affidate a giovani interpreti e a studenti. Tra gli obiettivi dell’operazione quello di individuare all’inizio del secolo scorso la definizione di un’estetica della bellezza, fondata sui canoni del pensiero classico greco-latino, da opporre agli orrori della Prima Guerra Mondiale, i cui esiti coincisero con il declino della società occidentale. Una riflessione sui movimenti intellettuali che animarono il cuore della vecchia Europa davanti alle devastazioni imminenti, dalle cui macerie originano i totalitarismi del comunismo e del nazismo. Il progetto ha anche il compito di collocare l’INDA all’interno delle dinamiche europee e di assegnarle un ruolo di rilievo negli anni in cui si attuò una straordinaria rivoluzione teatrale, nella recitazione, nel canto, nella danza e nella struttura scenografica.

Campana come i padri fondatori dell’Istituto, entrambi coinvolti nella ricerca di un’arca in cui conservare i significati dell’esistenza, sono portatori o reinventori di ‘canti orfici’, entrambi si esprimono a favore del verso immortale della grecità in una curiosa coincidenza anagrafica: il 1914, anno di pubblicazione del testo di Campana e anno della prima messa in scena al Teatro Greco di Siracusa. Per questa ragione i Canti Orfici di Dino Campana hanno costituito il primo terreno di ricerca del progetto Bianca notte mediterranea. Il carattere rapsodico della poesia campaniana è anche stimolo all’avvio di una ricerca di linguaggio teatrale che guarda con interesse alle pratiche del teatro polacco clandestino degli anni ’40 del Novecento e che vede i suoi più noti rappresentanti in Kantor e Kotlarczyk, teorico del Teatro Rapsodico (il cui collaboratore è il giovane Karol Wojtyla).

La lezione di poesia totalizzante di Campana diviene catalizzatrice della riscoperta, nell’arte drammatica, del valore primario della ‘parola umana vivente’, una parola rispetto a cui il gesto, che attinge da essa il suo ritmo, è naturale conseguenza. Un linguaggio drammaturgico che per aphairesis, astrazione, giunge, con Platone, all’espressione dell’essenza di ciò che è ontologicamente più importante. Il linguaggio dell’astrazione si realizza compiutamente attraverso la radicale contrazione del tempo e dello spazio, quel ‘dissidio temporale’ che è uno dei caratteri più affascinanti della poesia di Campana, fatta di fughe, osserva Mario Luzi, «avanti e indietro nel tempo; nel tempo non lineare che, a parte la mistica orfica e nietzschiana dell’eterno ritorno, è la traccia lungo la quale si incontrano e si smarriscono gli archetipi della nostra esistenza». ‘Memoria orfica’ che consente di pervenire a una realtà in cui passato e presente si allineano in uno speciale tempo dilatato che altro non è che lo ‘spazio interiore’, lo spazio per eccellenza del tragico. Il rinnovamento della parola, della parola ‘viva’, è stato e deve continuare ad essere il mezzo attraverso il quale il Teatro persegue il compito che gli è proprio di riconoscimento della centralità dell’uomo come ‘persona’, contro lo sterminio, ieri come oggi, della cultura e dei valori fondanti la civiltà occidentale. Su questi binari complessi e affascinanti si è mossa la sperimentazione attorale dell’interprete dei Canti Orfici, Laura Piazza, sotto la guida del Sovrintendente dell’INDA.

CANTI ORFICI

Faust era giovane e bello, aveva i capelli ricciuti. Le bolognesi somigliavano allora

a medaglie siracusane

e il taglio dei loro occhi era tanto perfetto che amavano sembrare immobili

a contrastare armoniosamente coi lunghi riccioli bruni.

Qual ponte, muti chiedemmo, qual ponte abbiamo noi gettato sull’infinito,

che tutto ci appare ombra di eternità?

A quale sogno levammo la nostalgia della nostra bellezza?

(Dino Campana, Canti Orfici)

Interpreta
Laura Piazza
con Giorgio Albertazzi
(voce F.C.)

Colonna sonora
Maria Callas, Marlene Dietrich
W.A. Mozart, M. Theodorakis

Impianto scenico
Tony Fanciullo

Costumista assistente
Marcella Salvo

Progetto video
Antonio Alfano
Maria Laura Aureli

Prima rappresentazione
Siracusa, Basilica di S. Nicolò ai Cordari, 3 luglio 2009, con dedica a Pina Bausch, scomparsa qualche giorno prima. L’evento, promossa dalla Fondazione INDA nell’ambito del progetto Bianca Notte Mediterranea, ha concluso la rassegna Tragodia, organizzata dall’Associazione culturale l’Arco e La Fonte.

Note alla mise en espace

«Guardando proprio ai caratteri scientifici e ideologici della cultura degli anni in cui vennero maturando i Canti Orfici, un grande storico del pensiero, il Garin, ha scritto: “Il mondo della sicurezza va in pezzi. Ebbene, Campana aveva usato una analoga trasposizione metaforica quando, ne La notte, quasi certamente ha concentrato la significanza più profonda della terza strofe nella figura – reale e però sospinta dal ventoso impulso della valenza simbolica – della “lapide spezzata nel mezzo del suo commento latino”. Cioè: l’antica veneranda tradizione, severamente incisa sulla pietra come per l’eterno è scritta in quella sintassi dei padri che per secoli è stata il modello di una pedagogia umanistica recte faciendi et bene dicendi magistra, non è ormai che un emblema infranto: il collasso di una episteme di certezze, di valori, di istituti metafisici ridotti ormai in macerie, simulacri muti e disabitati». (Mario Petrucciani).

Il titolo Canti Orfici dell’opera nacque durante un misterioso soggiorno di Dino Campana in Svizzera tra il 1913 e il 1914, nello stesso anno in cui brillò un altro ‘canto orfico’, presidio alla bellezza, maturato, come il plot del poeta di Marradi, nei frammenti fiorentini, quello delle rappresentazioni classiche al teatro greco di Siracusa, la cui storia probabilmente si concretizzò, sulla spinta del conte Gargallo, nelle segrete stanze ginevrine e sbocciò nella primavera del 1914, 2400 anni dopo la stagione della polis, sui modelli del ‘teatro totale’, che prevedeva la parità di parola danza musica e immagine.

La coincidenza tra le due poetiche, lontane e vicine a un tempo, mostra quanto la sensibilità europea si rivolga alla tradizione del verso greco, asse portante della ‘Religione dell’Uomo’, così come andava prefigurandosi a seguito di più di un secolo di studi e ricerche, soprattutto germaniche, dopo la scoperta delle vestigia di Troia, mentre la civiltà d’Occidente si preparava a soccombere sotto le macerie della Prima Guerra Mondiale. In questo senso mettere in relazione episodi apparentemente così distanti, serve a chiarire (o alimentare) misteri e a restituire, comunque, alle generazioni future il valore di lezioni altrimenti dimenticate o utilizzate come eventi episodici. Da oltre ottant’anni la vita del poeta Dino Campana è campo di indagine. A partire da quella lunga sepoltura, cui con rassegnazione si sottopose nel manicomio alle porte di Firenze, a ritroso fino agli anni della prima infanzia ‘tormentosa’, tra le isterie della madre e le tare della famiglia paterna, saltate nel DNA da padre in figlio, è tutto un accanirsi sui tratti mortali di un ragazzotto di campagna, bianco e rosso, robusto e strafottente, dal passo agile di scalatore, l’umore instabile, avvezzo al vino, una bonarietà sorniona e la litigiosità incontrollata, violento quando si trattava di difendere onore, lealtà, rispetto, per essi protagonista arcaico di mille, figurati, duelli all’ultimo sangue. Fu feroce, proprio perché sapeva di essere il più debole degli animali e, senza un rifugio, uscì allo scoperto, randagio, migrante, ‘si spense’ per pene d’amore. Feroce e mendicante fu in amore, nell’unico amore della sua vita, con la scrittrice più grande d’età e più famosa di lui.

Una vita avventurosa e caotica, appesa all’enigma che obbliga lui e gli altri a esistere, eppure nessun momento di essa vale per entrare nel mistero poetico di Campana. «Gentile di ansia e di stanchezza», «la mano non mai quieta», «bianco delicato mistero», «ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita», «oh! Ricordo!», «amava…»: l’anima di Orfeo sta nella vita dello studente di chimica, riformato alla leva militare, molestatore di giovini signore, sta come il magma alla lava che cola lungo i fianchi del monte e lo solca con ferite rosse di fuoco, più tardi nere di morte e di assenze. Finché fu poeta non tenne in conto l’esistenza quotidiana, quando non fu più poeta, in coincidenza con la fine della storia con Sibilla Aleramo, si consegnò ai becchini del manicomio di Castel Pulci, dove un medico lasciò parole e tracce, spesso senza senso, come di dichiarazioni postume, distanti nel tempo. Un ultimo nastro emerso dalla polvere, registrato senza la folle lucidità di Krapp, parole orfane di quel ritmo interno, di quell’affanno che gli servì, nello slancio greco secondo Nietzsche, per stordire il dolore di vivere, per velarlo.

La mise en espace coglie il misterioso filo che lega invisibilmente l’opera, superba e solitaria, di Campana e l’altro ‘canto orfico’, quello delle rappresentazioni classiche al teatro greco di Siracusa. Entrambe le esperienze mirarono a ricomporre i suoni e i ritmi del rito salvifico ispirato alla tradizione del pensiero antico, mentre l’Europa precipitava nel buio della Prima Guerra Mondiale. Canti Orfici è un inno dionisiaco (l’apollineo si scorge velato), una danza orgiastica (baccantica) sul respiro che in trance appanna occhi e consuma desideri: portatore di una vitalità pura, per niente umiliata da schemi o regole convenzionali. La rappresentazione scenica (cioè l’officio del dire in pubblico le ultime verità) è affidata a una giovane attrice, anche studiosa (presso l’Università di Catania) appassionata di Campana, che fa del suo corpo il terreno drammaturgico a esposizione del mistero, in una inarrestabile tensione commotiva.

Questo allestimento dedicato a Campana, celebrazione del teatro dell’Essere e del non Essere, si collega idealmente a Tragoedia, celebre sceneggiatura di Albertazzi su versi di Eschilo e Euripide, tradotti da Renato Randazzo, in scena per la prima volta a Siracusa nel giugno del 1988. E a sancire l’affinità elettiva concorre l’inconfondibile voce del grande attore, che ha appositamente registrato alcuni brani de La Notte, prima parte dei Canti Orfici, avendo aderito d’istinto a quella necessità oggi quanto mai urgente di inventare un nuovo sentimento della parola, architrave di un Neo-umanesimo, che sappia far suo l’insegnamento di Erich Fromm in merito all’individuo dell’essere e non dell’avere e del consumare. Quella di Albertazzi è voce in forma evocativa, come di canto riflesso, piano dichiaratamente mitologico a fronte del dolore del dire, del comunicare emozioni della giovane interprete.

In una stanza d’ospedale che ricorda il manicomio di Castel Pulci dove visse segregato per quindici anni e fino alla morte il poeta di Marradi, sbarrata dal filo spinato delle trincee e dei lager, dalle lenzuola-sudario che portano i segni della scrittura immortale, s’alza il canto della vita e della potenza dell’uomo che non sa rassegnarsi alle mutilazioni e alle sopraffazioni, difensore accanito delle radici che furono un tempo greco-latine e giudaico-cristiane.

Fernando Balestra
Sovrintendente