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Virus, peste e contagi secondi i greci antichi

da | Apr 1, 2020

VIRUS è parola latina, neutro singolare usato soprattutto all’accusativo. Mai al plurale. Non sono tanti, i VIRUS, suggerisce la lingua latina, è uno.  Le ambiguità e complessità del fenomeno, evidenti oggi e imprevedibili domani, stanno nella stessa parola, dal significato multiplo e, alla fine, imprendibile. VIRUS sul vocabolario latino ha poche righe, meglio di altri riporta il Conte-Pianezzola: linfa, umore, secrezione e, come secondo significato, veleno, ed ancora, testimoniato, e poco, solo in Lucrezio, odore o entità sgradevole. Tutt’ altra cosa è la parola VENENUM che porta con sé i significati di flagello, discordia. VIRUS è termine diverso e variabile. “Virus et bonum et malum est” annota ed ammonisce il grammatico Servio nel commentare il termine MALUM VIRUS nelle Georgiche di Virgilio. Un virus, ricorda Servio, non sempre è negativo. Non lo è quando indica l’umore che bagna le cavalle in calore, chiamato ‘ippomane’ e legato alla furia d’amore (Georgiche III, 282); molto interessante per Ovidio che negli “Amores” inserisce il virus “che stilla dalle cavalle in foia” tra i consigli di una immaginifica ruffiana. A noi interessa la connessione costante nei poeti latini e greci con il mondo animale. Il virus può nascere dal sangue di un centauro, di un mostro, di un rettile. Quello della letteratura zoologica greca, distillato dalle cavalle, sta già in Aristotele, “Storia degli animali, il filosofo ne parla un paio di volte, ma Virgilio lo corregge: quel virus animale è effetto del FUROR, l’ippomania è indotta insomma, non è un quid che assale e crea stati alterati. Anche il morso del serpente, è ovvio, contiene un virus che fa male o è mortifero, lo evocano spesso Ovidio, Cicerone e Marziale, già in senso metaforico (il virus della libidine). In questi autori, virus è male che si diffonde, può stare in chiunque. In senso deteriore, virus come veleno mortale, la parola non poteva mancare tra gli esempi snocciolati dal dotto cinquecentesco Pellegrino Prisciani nella “Orazione per le nozze di Lucrezia Borgia con Alfonso d’Este”.  Il nucleo della parola latina è assai più antico, sta nel sanscrito visàm. In greco antico la parola per designare un virus è IO, (spirito dolce, accento acuto), benché i vocabolari semplifichino indicando il significato ‘veleno’; in greco esiste un termine esplicito per ‘veleno’ che è ‘pharmakon’ più altre due corrispondenze. Il senso profondo di VIRUS, il significato di entità invasiva, portatrice di mali e contagiosa, quello che oggi noi diamo al termine e al fenomeno che sta sospendendo le vite di tutti, aleggia ambiguo e poetico nella letteratura e tragedia greca. Nell’Agamennone’ di Eschilo, il re, tornato dai dieci anni della guerra di Troia, nell’intestarsi una vittoria non sua dichiara trionfalmente: “Sono ben pochi gli uomini disposti a onorare, senza invidia, un amico fortunato. Quando un virus nemico si siede nell’anima, chi ne è colpito ha un doppio dolore…”. Anche più intenso suona il termine IOS nelle “Eumenidi”, dove la dea Atena teme che entità malevole, le Erinni, non trovino la giustizia che chiedono, pretendendo che venga punito un matricida: “temo che, se vinte, rovescino sopra questa mia terra il nero virus della loro ira “. IOS in greco porta con sé l’idea del contagio diffuso. Nello “Ione” di Euripide, misconosciuto dramma da cui derivano decine di meccanismi teatrali moderni, in un dialogo che avvia a riconoscere un trovatello come figlio di Apollo, Creusa nomina un VIRUS che proviene dal sangue della Gorgone. Una goccia ha potere benefico, tiene lontane le malattie e ha il seme della vita. L’altra goccia uccide.  Come si vede, ricorre nella storia del virus la possibilità di una duplice valenza, non solo malefica e mortifera. Non prevale, ma esiste.

Fin qui abbiamo seguito rigorosamente le sorti della parole greca che origina il latino VIRUS. Ma virus equivale a peste, contagio, pestilenza e alcuni celebri passi della letteratura e tragedia greca antica alternano i vari termini in pagine bellissime: Omero in “Iliade” (libro I), Tucidide nelle “Storie” (libro II) e Sofocle in “Edipo Re” (prologo e parodo).

Breve e potente appare il quadro che dà avvio all’ira di Achille, motore e cuore pulsante del più antico poema occidentale. Sono i primi versi: “Apollo, irato con Agamennone, seminò tra l’esercito un morbo mortale. Morivano gli uomini, perché il figlio di Atreo, Agamennone, aveva offeso il sacerdote Crise”. L’ira di Achille verso Agamennone sorge perché il condottiero dei Greci, all’assedio di Troia, pretende di avere da Achille la sua concubina, Briseide, dopo che Agamennone aveva dovuto restituire la propria, Criseide, figlia di quel Crise, sacerdote di Apollo, che aveva chiesto giustizia al dio e rovina per i Greci.Vi è una splendida descrizione dell’arrivo di Apollo, minaccioso diffusore della peste mortifera attraverso i suoi dardi tintinnanti : “Apollo udì Crise e dalle vette d’Olimpo discese, con la collera nel cuore: sulle spalle portava l’arco e la chiusa faretra. Risuonavano i dardi sulle sue spalle mentre avanzava in preda dell’ira. Veniva avanti simile alla Notte…e scagliò una freccia. Emise un suono sinistro l’arco d’argento e prima colpiva i muli e i cani veloci, ma poi prese di mira gli uomini…fitti e senza tregua ardevano i fuochi dei roghi…”. Il morbo colpisce prima gli animali, poi gli uomini e le morti sono immediate. Segue l’assemblea dei Greci per individuare e far cessare la causa della pestilenza e dell’ira del dio Apollo.

Nel secondo libro delle “Storie” di Tucidide (47-55) viene descritto l’anno 430 a.Ch e lo spaventoso quanto misterioso morbo che per mesi perseguitò e uccise molti Ateniesi. Alla notizia di quella epidemia e della sua violenza, gli Spartani, che si preparavano all’assalto della regione Attica dopo il primo anno di guerra, si fermarono per paura del contagio. “Nessuna tradizione conserva memoria, in nessun luogo, di un così selvaggio male e di una messe tanto ampia di morti. I medici nulla potevano per fronteggiare questa malattia ignota, che tentavano di curare per la prima volta. Ne erano anzi le vittime più frequenti, poiché con maggiore facilità si trovavano esposti al contatto con i malati. Nessuna scienza o arte umana poteva lottare contro quel contagio…infine giacquero, soverchiati dal male”. Tucidide narra quindi i sintomi e la rapidità della malattia, che rendeva immune chi ne fosse guarito. L’elemento che terrorizzava gli Ateniesi era la mancanza di qualunque difesa: “Non si riuscì a determinare neppure una sola linea terapeutica la cui applicazione risultasse universalmente positiva. Un farmaco salutare in un caso, era nocivo in un altro…chi per paura rifiutava ogni contatto, moriva solo. Famiglie al completo allo stesso tempo furono distrutte…e l’epidemia travolse in più punti gli argini della legalità fino allora vigenti nella vita cittadina”

Infine, una pestilenza terribile travolge la città di Tebe nella prima parte dell’ “Edipo Re” di Sofocle. Il re Edipo promette al suo popolo, che lo implora capeggiato da un sacerdote (“salvaci, come già una volta ci hai salvato “, dalla sfinge ndr) che farà in modo da arginare quella maledetta peste. L’oracolo, interrogato dal cognato del re, Creonte, svela che il contagio non si arresterà fino a che Tebe non si sarà liberata dal miasma che la opprime poiché non era stato punito l’assassino del re Laio, di cui Edipo era successore avendone sposato la vedova, Giocasta, dopo avere eliminato la sfinge. Qui termina il prologo ed entra il coro, che esprime in versi lirici la disperazione per il contagio. Riportiamo la seconda strofe, nella traduzione dal greco di Edoardo Sanguineti per il regista Benno Besson (1982):

Oh, innumerevoli sventure io sopporto. Tutta le gente è ammalata e non c’è una lancia di saggezza che ci potrà difendere, e non crescono i frutti di questa terra famosa. Nei parti non si risollevano le donne dai penosi travagli. E tutti tu li vedi, uno dopo l’altro, come l’alato uccello, peggio dell’irresistibile fuoco, avventarsi verso la spiaggia del dio del Tramonto. E con questi, innumerevoli, muore la città; le illacrimate generazioni, sopra il suolo, portando morte, spietatamente sono distese. E le mogli, e le madri con i capelli bianchi, sopra la sponda dell’altare, da ogni lato, gemono, pregando, per i disperati dolori”.

Con un procedere non così diverso da quello del morbo stesso, la peste di Tebe, dopo aver pervaso la prima parte del dramma di Sofocle, scompare di colpo. Il dramma collettivo di un popolo appare inferiore a quello singolo di Edipo, ignaro uccisore del padre e ignaro sposo della madre, da cui ha generato 4 ‘figlifratelli’.

Margherita Rubino

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