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Pluralità di generi corali nell’Edipo a Colono di Sofocle

da | Mag 9, 2009

L'Edipo a Colono di Fulchran Jean Harriet

L'Edipo a Colono di Fulchran Jean Harriet

L’ Edipo a Colono è la più lunga fra tutte le tragedie greche superstiti: ammonta a 1779 versi. Chi la legga senza pensarci troppo su, la trova “lunga”, anche sotto il profilo artistico: la sequenza delle scene, analoghe fra loro dal punto di vista dell’impianto tematico, danno l’impressione di una ripetitività intesa a far passare il tempo, a mascherare un vuoto sostanziale di azione. All’inizio, Edipo è appena giunto nel santuario delle Erinni a Colono dove, secondo un responso dell’oracolo di Apollo a Delfi, dovrà morire in maniera miracolosa, per trasformarsi in eroe protettore di Atene. Alla fine, è proprio questo che avviene. Sulla scena intervengono a turno: un anziano cittadino di Colono, il Coro dei vecchi del posto, Ismene, Teseo, Creonte, Polinice; ad uno ad uno dialogano con Edipo, che ripete ossessivamente sempre le stesse cose: rievoca le sue sventure, protesta la propria innocenza, sfoga la sua ira contro i Tebani che lo hanno ritenuto empio, benché fosse in realtà innocente, elogia Atene, che sarà per lui città ospitale e sede di culto. Wilamowitz, uno dei critici più severi, si spinse fino a giustificare questa pretesa mancanza di unità con l’età troppo avanzata dell’autore, che, quando compose la tragedia, aveva ormai compiuto i novant’anni. Altri hanno sentito, al di là della lettera e dell’apparente povertà del contenuto, una più profonda armonia poetica, fondata sull’orchestrazione sinfonica di motivi guida: tuttavia il loro discorso non può fare a meno di assumere a tratti il tono e l’impostazione della difesa da un’accusa che in qualche modo resta in campo. Il dibattito fu vivace già fra i critici antichi: lo attestano gli scolî. Con la differenza che allora ebbe modo di emergere anche un giudizio positivo senza riserve: nel panorama della produzione tragica ateniese, l’ Edipo a Colono spiccherebbe per “economia”, cioè per coerenza strutturale, per sapienza architettonica. In base alla mia modesta esperienza di traduttore, mi sento molto vicino a questa posizione; non so se in futuro cercherò mai di motivarla compiutamente. In questa sede mi limiterò a lumeggiarne solo un aspetto: un’analisi attenta delle parti cantate delinea una sperimentazione quasi programmatica di forme nuove della lirica corale, ognuna delle quali acquista una funzione precisa e limpida nel contesto della struttura drammatica. Il tutto in un continuo svariare di stili e di toni, dal tragico al quotidiano comico, fino al sarcastico-orripilante…

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Gli altri giorni la mostra è visibile solo su prenotazione.

Conversazioni all’Orecchio di Dionigi

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