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La Medea diabolica? Fu un’invenzione di EuripideLa Medea diabolica? Fu un’invenzione di Euripide

da | Apr 20, 2015

DA UNA MISTIFICAZIONE STORICA ALLA CONDANNA DI SENECA

di Gianni Bonina

La differenza tra i miti e le tragedie (che ad essi pur attingono) è in ciò, che i primi sottendono molteplici varianti mentre i secondi integrano poche versioni. Senonché le vicende passate nella vulgata (la conoscenza comune e consolidata) sono quelle letterarie e teatrali mentre i racconti della tradizione e della storia sono rimasti un fondo di retaggi meno credibili anche perché molto più remoti. Essendo di origine popolare, frutto della narrazione orale, nel tempo hanno perso scientificità e autorevolezza, sebbene giustappunto popolari siano poi diventati proprio i drammi che il teatro propone in ricostruzioni a volte arbitrarie del mito di riferimento e comunque contrastanti tra esse.

Il caso di Medea è forse il più significativo: qui il mito è stato saccheggiato in modo spregiudicato e quella che oggi accettiamo è una versione alterata ad opera del teatro che così, per la prima e forse ultima volta in tali proporzioni, ha prevalso sulla letteratura. Euripide prima e ancora di più Seneca dopo hanno fatto di Medea una strega barbara e assassina, invasata e folle, divenuta oggi  metafora di ogni delitto familiare e il cui nome lo stesso Seneca mutò in sostantivo comune. Contrariamente alla verità fattuale, meno letteraria e più documentale, costituita dalla tradizione mitica non meno che dalla ricerca storica, si è avuto quanto in tempi recenti ha subito la memoria del bandito Giuliano, per tutti ucciso da Pisciotta a Castelvetrano quando invece fu eliminato in un casolare vicino Monreale da un altro membro della sua banda, allo stesso modo in cui Pisciotta non morì in carcere per un caffè avvelenato ma per una pillola mortale aggiunta alla sua confezione di medicinali.

Ma nel 1996 succede però un fatto straordinario che non ha tuttavia avuto finora la forza di affermarsi e correggere l’opinione corrente, quella che per Aristotele nasce anche in presenza di eventi accidentali e falsi ma che acquista carattere di verosimiglianza al punto da concorrere alla formazione della consequenzialità necessaria alla tragedia. Qual è questo fatto? La pubblicazione da parte di una scrittrice tedesca, Christa Wolf, di un romanzo, Medea, dedicato alla sua vera storia: dove “vera” e “storia” sono attributi di una ipotesi e non certamente di una tesi. La Wolf sconfessa Euripide, Ennio, Seneca, Corneille, Anouilh fino a Corrado Alvaro, Pasolini e tutti gli altri autori rivelando una Medea vittima dell’intolleranza razzista e soprattutto del sistema patriarcale, una donna perseguitata perché straniera, diffamata con il concorso dello Stato e resa un capro espiatorio. Non avrebbe avuto altro destino che quello di una donna sventurata, un’immigrata dalla selvaggia Colchide alla moderna Corinto, se Euripide non ne avesse perpetuato l’immagine diabolica, tanto da farne il sembiante della donna bella, fatale e criminale, “essere mostruoso, feroce, orribile” dice Creonte di Seneca, assegnando al suo nome il significato etimologico di chi dispensa consigli funesti mentre potrebbe essere quello riconducibile a sentimenti di prudenza e saggezza.

La Wolf, per scrivere il suo romanzo, è partita da due interrogativi: come è possibile che una guaritrice, un medico che nella sua terra gode di larghissima stima, una principessa tenuta come divinità (sia pure in un contesto sottosviluppato qual è la remota Colchide), scada a una condizione così disumana? E come può una donna vissuta ed educata in una cultura matriarcale, quella colcha, così diversa dalla greca tenacemente patriarcale, dominata dal maschio, possa uccidere i suoi figli? Le risposte le ha trovate andando a recuperare le fonti letterarie antecedenti a Euripide, arrivando così a una verità che incolpa lo stesso tragediografo. Cosa ha fatto il grande e amato autore? Secondo quanto riporta anche il maggiore studioso di tutti i tempi dei miti greci, Robert Graves, la popolazione di Corinto, con l’intervento della corte, gli diede quindici talenti d’argento perché scrivesse una tragedia (che allora equivaleva a un nostro film fatto da un grande regista) con la quale discolpasse la città non solo dell’uccisione dei figli di Giasone ma anche degli altri misfatti commessi da re Creonte, accusando invece Medea, la strega della Colchide scaricata dal marito.

Vale la pena a questo punto ricordare come il mito ante-euripideo riporta i fatti e come la Wolf li ha risvegliati, pur tenendo conto delle lacune che esso stesso presenta. Medea è figlia di Eete, il legittimo re di Corinto che però emigra nella Colchide. Quando con Giasone arriva a Corinto, Medea avvelena Corinzio che ha usurpato il trono e rivendica il titolo di regina. Lo ottiene e per dieci fortunati anni il marito Giasone regna con lei finché, indotto a sospettare della moglie, decide di divorziare per sposare la figlia di re Creonte, Creusa. Ma come può Creonte essere il re di Corinto se lo è Giasone? La risposta è duplice: o Creonte è il re di Tebe e non di Corinto (ipotesi avvalorata dal fatto che quando ripara a Tebe Medea viene cacciata perché ne ha ucciso il re)  oppure, meglio ancora, il titolo regale che detiene Giasone, grazie alla moglie, è quello non di re ma di “signore”, un’autorità subalterna ma di grande potere e prestigio: questo spiega sia l’idea di Giasone di divorziare, così da diventare re succedendo a Creonte, sia il suo timore che possa essere Medea, con maggiori titoli e ascendente, a regnare, avendo già dimostrato quante volte ha preso l’iniziativa al suo posto in circostanze di emergenza o di opportunità. Questa ipotesi è compatibile col fatto che Medea ha motivo di avversare Creonte perché la regina Merope, invisa allo stesso marito fino a essere da lui uccisa, le ha rivelato l’uccisione della sorella maggiore, Ifinoe, da parte di Creonte che, essendo la primogenita, temeva per il suo trono, così come temerà Medea, unica sopravvissuta dei figli di Eete. Medea si confida con Giasone che riferisce al re per ingraziarselo intanto che corteggia la figlia, dopodiché il re, intendendo liberarsi anche di lei, la accusa davanti al popolo di aver usato le sue arti magiche per procurare a Corinto la peste. Sobillato dalla corte, il popolo massacra i figli e lei fugge rifugiandosi ad Atene dopo aver tentato di chiedere asilo a Tebe. Il fatto che Atene la accolga depone per il senso di ospitalità della polis nei confronti di immigrati anche non purificati, cioè macchiati di sangue e profughi.

Il mito più diffuso però pospone il linciaggio dei figli alla morte, per mano di Medea, di Creusa, di Creonte e dell’incendio presentandolo come un atto di giustizia popolare. Ma se il corrompimento di Euripide ha fondamento, come testimonia anche Apollonio Rodio, la verità è che i Corinzi incaricano il tragediografo perché ristabilisca la reputazione di una città che evidentemente nei secoli si è guastata e va corretta con il mezzo più potente del tempo.

Se le cose stanno davvero così, Euripide deve il successo della sua più bella tragedia alla sua più grande colpa, che la storia dal canto suo si è preoccupata di tenere nascosta al mondo. La Wolf ha però pensato di riaprire il caso, additando la più superba tragedia di tutti i tempi, la più replicata e imitata, come esempio massimo di mistificazione della storia e prova della potenza della letteratura.

Ma cosa importa tutto ciò dal momento che lo stesso mito è leggenda e se la tragedia non è che invenzione letteraria? Importa se ci rifacciamo alla coscienza greca del quinto secolo che credeva nei fatti tramandati dall’età dell’oro popolata di eroi e semidei e attribuiva al teatro il compito, politico e religioso, di educare il popolo alla celebrazione della tradizione nazionale. Euripide avrebbe così ingannato non tanto il pubblico ma l’intera nazione greca. Quello che volevano i Corinzi.

Eppure un labile apporto alla teoria wolfiana viene proprio dal testo dello stesso Euripide quando fa dire a Giasone, rivolto a Medea, che non per amore intende sposare Creusa ma per dare ai loro figli dei fratelli di sangue regale come “sicura difesa per la casa”. In realtà mente, perché punta allo scettro, ma Euripide mente di più volendo riversare nella sfera degli affetti familiari un intento che si configura come interesse personale il cui perseguimento si ritorce a danno di Giasone e della memoria storica e istituzionale di Creonte.

E’ proprio in capo agli affetti che la Medea di Seneca, ancor più di quella euripidea, pone lo stigma della sua rivalsa. “Ah, se avesse un fratello!” recrimina al progetto di punire Giasone senza però ucciderlo, meditando una vendetta trasversale che vale un castigo fonte di sofferenza, segno di un odio ancora maggiore. Odio che si compensa nell’amore, perché Medea rimane innamorata del marito fedifrago e opportunista. “Condanna pure l’accusata ma rendimi Giasone” chiede a Creonte. Entro questa ambivalenza si consuma il dramma della Medea di Seneca, la stessa antitesi che attorce i figli in un “odi et amo” che è poi la cifra nel calcolo dei sentimenti forti in età romana. “Perché le lacrime mi rigano il volto e collera e amore mi straziano?” si chiede Medea al culmine di un dubbio lacerante. “Correnti opposte mi trascinano: come quando venti impetuosi si scontrano in guerra selvaggia, e il mare ribolle, e contrarie si levano le creste dei flutti, così ondeggia il mio cuore. L’ira mette in fuga l’amore materno, e poi l’amore l’ira – arrenditi infine all’amore, mio odio”.

Il testo di Seneca è bellissimo in ogni sua parte, di una sublimità che invoglia alla lettura discreta. Difficile da recitare e più difficile da rappresentare. Risente di echi che appaiono naturalistici nel proposito dell’autore di assimilare l’ira di Medea agli elementi della natura che viene perturbata: come a rimarcare l’abnormità del comportamento di Medea, simile a uno sconvolgimento dell’ordo naturalis , la sua follia essendo non frutto di una mente umana ma della dismisura del mondo fisico.

Il riferimento ai fenomeni del creato, specialmente al mare, è costante nel testo. Un mare che è minaccia, pericolo incombente e da evitare, tale da indurre Seneca a raccomandare rotte conosciute e di non minare l’equilibrio universale, ancora associando la condotta umana allo stato delle cose. “Andate pure eroi, solcate Oceano: di una fonte dovete temere” canta il Coro nella preoccupazione che si diffidi di tutto ciò che è equoreo, sebbene l’uomo, con l’esperienza degli Argonauti, ha domato. In questo passo di sublime poesia e magistralmente tradotto da Picone balugina il destino del mare che annuncia già i flussi migratori del nostro tempo e il viatico che farà alla globalizzazione: “S’è arreso ormai il mare e subisce ogni legge: non Argo occorre, fabbrica di Pàllade, a bordo una ciurma di re; una barchetta ora lo attraversa; ogni confine è rimosso e le città mura posero in terre nuove; il mondo, via a tutti aperta, nulla ov’era lasciò: l’Indo si disseta al gelido Arasse, i Persiani l’acqua bevono dell’Elba e del Reno. Giorno verrà, alla fine dei tempi, in cui Oceano scioglierà le catene e smisurata si estenderà la Terra e nuovi mondi svelerà Teti e più non ci sarà ultima Tule”.

Seneca è talmente ossessionato dal mare, dalla sua presenza invasiva e percussiva, non solo come forza della natura ma anche come peso sulla vita degli uomini, da vedere una crescente violenza nella navigazione sempre più profonda, cosicché il Coro dice del mare che “una volta lontano, parte divenne delle nostre paure”. L’uomo che conquista il mare non può però non aspettarsi la sua vendetta, così come provocando una forza allo stato puro qual è Medea non è possibile non attendersi una reazione devastante al pari di una tempesta. Tanto Medea è un mostro della natura che il Messaggero, in occasione dell’incendio del palazzo reale, vede un fenomeno che definisce “straordinario”: l’acqua che alimenta le fiamme. Un rovesciamento dunque si ha della fisiologia terrestre che si riflette nella protezione concessa dagli dèi non più agli uomini ma appunto al mare laddove il Coro, auspicando che viva sicuro Giasone, che pure ha domato il mare con la sua nave Argo, ma rispondendo a un precetto divino, invoca il cielo dopo aver elencato i numerosi casi in cui Oceano ha punito l’umanità: “A sufficienza, o dèi, vendicaste il mare, risparmiate Giasone: ha solo ubbidito”.

Ma Medea è per Seneca “del mare maggior male”, tale da essere una minaccia anche all’Olimpo. “Va’ in un’altra terra a molestare gli dèi” le ingiunge Creonte mentre Giasone rincara: “Va’ pure per gli spazi profondi del cielo; va’ a dimostrare che non ci sono dèi dove tu passi”. Quasi una dichiarazione di ateismo.

Ma nel subisso che Medea vuole provocare quel che si aspetta è che “Corinto, incenerita dalle fiamme, non frapponga più la lingua di terra tra l’una e l’altra costa, dei due mari congiunga le acque” così sconvolgendo anche la morfologia di un mondo marino che l’uomo ha già sconvolto violandolo. Si fa guerriera della natura, connaturata agli elementi fisici, nell’anelito di fondersi con l’unica alleata che possa invocare: quella natura che già Seneca profeticamente rivelava nemica dell’uomo e dall’uomo oltraggiata.DA UNA MISTIFICAZIONE STORICA ALLA CONDANNA DI SENECA

di Gianni Bonina

La differenza tra i miti e le tragedie (che ad essi pur attingono) è in ciò, che i primi sottendono molteplici varianti mentre i secondi integrano poche versioni. Senonché le vicende passate nella vulgata (la conoscenza comune e consolidata) sono quelle letterarie e teatrali mentre i racconti della tradizione e della storia sono rimasti un fondo di retaggi meno credibili anche perché molto più remoti. Essendo di origine popolare, frutto della narrazione orale, nel tempo hanno perso scientificità e autorevolezza, sebbene giustappunto popolari siano poi diventati proprio i drammi che il teatro propone in ricostruzioni a volte arbitrarie del mito di riferimento e comunque contrastanti tra esse.

Il caso di Medea è forse il più significativo: qui il mito è stato saccheggiato in modo spregiudicato e quella che oggi accettiamo è una versione alterata ad opera del teatro che così, per la prima e forse ultima volta in tali proporzioni, ha prevalso sulla letteratura. Euripide prima e ancora di più Seneca dopo hanno fatto di Medea una strega barbara e assassina, invasata e folle, divenuta oggi  metafora di ogni delitto familiare e il cui nome lo stesso Seneca mutò in sostantivo comune. Contrariamente alla verità fattuale, meno letteraria e più documentale, costituita dalla tradizione mitica non meno che dalla ricerca storica, si è avuto quanto in tempi recenti ha subito la memoria del bandito Giuliano, per tutti ucciso da Pisciotta a Castelvetrano quando invece fu eliminato in un casolare vicino Monreale da un altro membro della sua banda, allo stesso modo in cui Pisciotta non morì in carcere per un caffè avvelenato ma per una pillola mortale aggiunta alla sua confezione di medicinali.

Ma nel 1996 succede però un fatto straordinario che non ha tuttavia avuto finora la forza di affermarsi e correggere l’opinione corrente, quella che per Aristotele nasce anche in presenza di eventi accidentali e falsi ma che acquista carattere di verosimiglianza al punto da concorrere alla formazione della consequenzialità necessaria alla tragedia. Qual è questo fatto? La pubblicazione da parte di una scrittrice tedesca, Christa Wolf, di un romanzo, Medea, dedicato alla sua vera storia: dove “vera” e “storia” sono attributi di una ipotesi e non certamente di una tesi. La Wolf sconfessa Euripide, Ennio, Seneca, Corneille, Anouilh fino a Corrado Alvaro, Pasolini e tutti gli altri autori rivelando una Medea vittima dell’intolleranza razzista e soprattutto del sistema patriarcale, una donna perseguitata perché straniera, diffamata con il concorso dello Stato e resa un capro espiatorio. Non avrebbe avuto altro destino che quello di una donna sventurata, un’immigrata dalla selvaggia Colchide alla moderna Corinto, se Euripide non ne avesse perpetuato l’immagine diabolica, tanto da farne il sembiante della donna bella, fatale e criminale, “essere mostruoso, feroce, orribile” dice Creonte di Seneca, assegnando al suo nome il significato etimologico di chi dispensa consigli funesti mentre potrebbe essere quello riconducibile a sentimenti di prudenza e saggezza.

La Wolf, per scrivere il suo romanzo, è partita da due interrogativi: come è possibile che una guaritrice, un medico che nella sua terra gode di larghissima stima, una principessa tenuta come divinità (sia pure in un contesto sottosviluppato qual è la remota Colchide), scada a una condizione così disumana? E come può una donna vissuta ed educata in una cultura matriarcale, quella colcha, così diversa dalla greca tenacemente patriarcale, dominata dal maschio, possa uccidere i suoi figli? Le risposte le ha trovate andando a recuperare le fonti letterarie antecedenti a Euripide, arrivando così a una verità che incolpa lo stesso tragediografo. Cosa ha fatto il grande e amato autore? Secondo quanto riporta anche il maggiore studioso di tutti i tempi dei miti greci, Robert Graves, la popolazione di Corinto, con l’intervento della corte, gli diede quindici talenti d’argento perché scrivesse una tragedia (che allora equivaleva a un nostro film fatto da un grande regista) con la quale discolpasse la città non solo dell’uccisione dei figli di Giasone ma anche degli altri misfatti commessi da re Creonte, accusando invece Medea, la strega della Colchide scaricata dal marito.

Vale la pena a questo punto ricordare come il mito ante-euripideo riporta i fatti e come la Wolf li ha risvegliati, pur tenendo conto delle lacune che esso stesso presenta. Medea è figlia di Eete, il legittimo re di Corinto che però emigra nella Colchide. Quando con Giasone arriva a Corinto, Medea avvelena Corinzio che ha usurpato il trono e rivendica il titolo di regina. Lo ottiene e per dieci fortunati anni il marito Giasone regna con lei finché, indotto a sospettare della moglie, decide di divorziare per sposare la figlia di re Creonte, Creusa. Ma come può Creonte essere il re di Corinto se lo è Giasone? La risposta è duplice: o Creonte è il re di Tebe e non di Corinto (ipotesi avvalorata dal fatto che quando ripara a Tebe Medea viene cacciata perché ne ha ucciso il re)  oppure, meglio ancora, il titolo regale che detiene Giasone, grazie alla moglie, è quello non di re ma di “signore”, un’autorità subalterna ma di grande potere e prestigio: questo spiega sia l’idea di Giasone di divorziare, così da diventare re succedendo a Creonte, sia il suo timore che possa essere Medea, con maggiori titoli e ascendente, a regnare, avendo già dimostrato quante volte ha preso l’iniziativa al suo posto in circostanze di emergenza o di opportunità. Questa ipotesi è compatibile col fatto che Medea ha motivo di avversare Creonte perché la regina Merope, invisa allo stesso marito fino a essere da lui uccisa, le ha rivelato l’uccisione della sorella maggiore, Ifinoe, da parte di Creonte che, essendo la primogenita, temeva per il suo trono, così come temerà Medea, unica sopravvissuta dei figli di Eete. Medea si confida con Giasone che riferisce al re per ingraziarselo intanto che corteggia la figlia, dopodiché il re, intendendo liberarsi anche di lei, la accusa davanti al popolo di aver usato le sue arti magiche per procurare a Corinto la peste. Sobillato dalla corte, il popolo massacra i figli e lei fugge rifugiandosi ad Atene dopo aver tentato di chiedere asilo a Tebe. Il fatto che Atene la accolga depone per il senso di ospitalità della polis nei confronti di immigrati anche non purificati, cioè macchiati di sangue e profughi.

Il mito più diffuso però pospone il linciaggio dei figli alla morte, per mano di Medea, di Creusa, di Creonte e dell’incendio presentandolo come un atto di giustizia popolare. Ma se il corrompimento di Euripide ha fondamento, come testimonia anche Apollonio Rodio, la verità è che i Corinzi incaricano il tragediografo perché ristabilisca la reputazione di una città che evidentemente nei secoli si è guastata e va corretta con il mezzo più potente del tempo.

Se le cose stanno davvero così, Euripide deve il successo della sua più bella tragedia alla sua più grande colpa, che la storia dal canto suo si è preoccupata di tenere nascosta al mondo. La Wolf ha però pensato di riaprire il caso, additando la più superba tragedia di tutti i tempi, la più replicata e imitata, come esempio massimo di mistificazione della storia e prova della potenza della letteratura.

Ma cosa importa tutto ciò dal momento che lo stesso mito è leggenda e se la tragedia non è che invenzione letteraria? Importa se ci rifacciamo alla coscienza greca del quinto secolo che credeva nei fatti tramandati dall’età dell’oro popolata di eroi e semidei e attribuiva al teatro il compito, politico e religioso, di educare il popolo alla celebrazione della tradizione nazionale. Euripide avrebbe così ingannato non tanto il pubblico ma l’intera nazione greca. Quello che volevano i Corinzi.

Eppure un labile apporto alla teoria wolfiana viene proprio dal testo dello stesso Euripide quando fa dire a Giasone, rivolto a Medea, che non per amore intende sposare Creusa ma per dare ai loro figli dei fratelli di sangue regale come “sicura difesa per la casa”. In realtà mente, perché punta allo scettro, ma Euripide mente di più volendo riversare nella sfera degli affetti familiari un intento che si configura come interesse personale il cui perseguimento si ritorce a danno di Giasone e della memoria storica e istituzionale di Creonte.

E’ proprio in capo agli affetti che la Medea di Seneca, ancor più di quella euripidea, pone lo stigma della sua rivalsa. “Ah, se avesse un fratello!” recrimina al progetto di punire Giasone senza però ucciderlo, meditando una vendetta trasversale che vale un castigo fonte di sofferenza, segno di un odio ancora maggiore. Odio che si compensa nell’amore, perché Medea rimane innamorata del marito fedifrago e opportunista. “Condanna pure l’accusata ma rendimi Giasone” chiede a Creonte. Entro questa ambivalenza si consuma il dramma della Medea di Seneca, la stessa antitesi che attorce i figli in un “odi et amo” che è poi la cifra nel calcolo dei sentimenti forti in età romana. “Perché le lacrime mi rigano il volto e collera e amore mi straziano?” si chiede Medea al culmine di un dubbio lacerante. “Correnti opposte mi trascinano: come quando venti impetuosi si scontrano in guerra selvaggia, e il mare ribolle, e contrarie si levano le creste dei flutti, così ondeggia il mio cuore. L’ira mette in fuga l’amore materno, e poi l’amore l’ira – arrenditi infine all’amore, mio odio”.

Il testo di Seneca è bellissimo in ogni sua parte, di una sublimità che invoglia alla lettura discreta. Difficile da recitare e più difficile da rappresentare. Risente di echi che appaiono naturalistici nel proposito dell’autore di assimilare l’ira di Medea agli elementi della natura che viene perturbata: come a rimarcare l’abnormità del comportamento di Medea, simile a uno sconvolgimento dell’ordo naturalis , la sua follia essendo non frutto di una mente umana ma della dismisura del mondo fisico.

Il riferimento ai fenomeni del creato, specialmente al mare, è costante nel testo. Un mare che è minaccia, pericolo incombente e da evitare, tale da indurre Seneca a raccomandare rotte conosciute e di non minare l’equilibrio universale, ancora associando la condotta umana allo stato delle cose. “Andate pure eroi, solcate Oceano: di una fonte dovete temere” canta il Coro nella preoccupazione che si diffidi di tutto ciò che è equoreo, sebbene l’uomo, con l’esperienza degli Argonauti, ha domato. In questo passo di sublime poesia e magistralmente tradotto da Picone balugina il destino del mare che annuncia già i flussi migratori del nostro tempo e il viatico che farà alla globalizzazione: “S’è arreso ormai il mare e subisce ogni legge: non Argo occorre, fabbrica di Pàllade, a bordo una ciurma di re; una barchetta ora lo attraversa; ogni confine è rimosso e le città mura posero in terre nuove; il mondo, via a tutti aperta, nulla ov’era lasciò: l’Indo si disseta al gelido Arasse, i Persiani l’acqua bevono dell’Elba e del Reno. Giorno verrà, alla fine dei tempi, in cui Oceano scioglierà le catene e smisurata si estenderà la Terra e nuovi mondi svelerà Teti e più non ci sarà ultima Tule”.

Seneca è talmente ossessionato dal mare, dalla sua presenza invasiva e percussiva, non solo come forza della natura ma anche come peso sulla vita degli uomini, da vedere una crescente violenza nella navigazione sempre più profonda, cosicché il Coro dice del mare che “una volta lontano, parte divenne delle nostre paure”. L’uomo che conquista il mare non può però non aspettarsi la sua vendetta, così come provocando una forza allo stato puro qual è Medea non è possibile non attendersi una reazione devastante al pari di una tempesta. Tanto Medea è un mostro della natura che il Messaggero, in occasione dell’incendio del palazzo reale, vede un fenomeno che definisce “straordinario”: l’acqua che alimenta le fiamme. Un rovesciamento dunque si ha della fisiologia terrestre che si riflette nella protezione concessa dagli dèi non più agli uomini ma appunto al mare laddove il Coro, auspicando che viva sicuro Giasone, che pure ha domato il mare con la sua nave Argo, ma rispondendo a un precetto divino, invoca il cielo dopo aver elencato i numerosi casi in cui Oceano ha punito l’umanità: “A sufficienza, o dèi, vendicaste il mare, risparmiate Giasone: ha solo ubbidito”.

Ma Medea è per Seneca “del mare maggior male”, tale da essere una minaccia anche all’Olimpo. “Va’ in un’altra terra a molestare gli dèi” le ingiunge Creonte mentre Giasone rincara: “Va’ pure per gli spazi profondi del cielo; va’ a dimostrare che non ci sono dèi dove tu passi”. Quasi una dichiarazione di ateismo.

Ma nel subisso che Medea vuole provocare quel che si aspetta è che “Corinto, incenerita dalle fiamme, non frapponga più la lingua di terra tra l’una e l’altra costa, dei due mari congiunga le acque” così sconvolgendo anche la morfologia di un mondo marino che l’uomo ha già sconvolto violandolo. Si fa guerriera della natura, connaturata agli elementi fisici, nell’anelito di fondersi con l’unica alleata che possa invocare: quella natura che già Seneca profeticamente rivelava nemica dell’uomo e dall’uomo oltraggiata.

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