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La libertà di parola nella Argo di EschiloLa libertà di parola nella Argo di Eschilo

da | Mag 5, 2015

INTERVISTA A MONICA CENTANNI

 

Monica Centanni ha curato per Mondadori un volume di tutte le tragedie di Eschilo, provvedendo alle traduzioni e ai commenti. Ed è forse stata la sola, tra quanti hanno tradotto Le Supplici, a distinguere bene Themis e Dike, la giustizia assoluta e quella sentenziaria e contingente. È una distinzione importante ai fini dello svolgimento dell’intera tragedia. Se le Danaidi rispondessero a Pelasgo che è Themis a non volere l’unione lo metterebbero nell’impossibilità di rivolgersi alla città e la tragedia non potrebbe proseguire. Invece gli chiedono di invocare Dike come alleata. “In un primo momento – risponde Centanni – la giustizia a cui si appellano le Danaidi, e che rivendicano come loro principio assoluto, ha il nome di Themis – la giustizia in sé fondata, che non accetta mediazione e non può essere oggetto di negoziazione; una giustizia che sta sotto, che sta prima di qualsiasi forma di regolamento e di relazione. Nella parodos, presentando il proprio status e le proprie ragioni, le migranti dall’Egitto non richiamano mai direttamente Dike, la giustizia che viene a seguito di un dibattito, di un patteggiamento, un processo, una presa di posizione: le fanciulle evocano to dikaion, ciò che è giusto, richiamando gli dei (al v. 79, e al v. 82) e poi specificamente Zeus (v. 168) a ‘prendere parte’ in loro favore. Poi nel primo episodio, alla domanda diretta di Pelasgo se le nozze con i congiunti fossero proibite secondo Themis (v. 336), le figlie di Danao non rispondono semplicemente di sì, ma chiedono a Pelasgo di proteggerle, mettendosi al fianco di Dike (v. 343). È, come lei ben nota, il punto di svolta nella costruzione drammaturgica con cui Eschilo risolve l’impasse drammaturgica, ma riesce anche, con la scena della votazione del demos, a dare spazio alla rappresentazione della contemporanea rivoluzione politica democratica. Ma dal punto di vista delle supplici l’appello a Dike – spostare l’istanza nella dimensione di Dike – è un vero e proprio errore retorico e strategico che avrebbe potuto rivelarsi fatale per il loro destino. Pelasgo infatti, a questo punto, le prende in parola e si innesca il procedimento che culminerà con la votazione del demos a favore o contro l’accoglienza: è la scena dell’epifania del potere democratico, le mani unanimi, le destre che si alzano e fanno vibrare l’aria (al v. 608). Si tratta di un procedimento condotto ‘secondo Dike’ che fortunatamente ha un esito positivo per le supplici. Ma poteva anche andare altrimenti. Dalla tragedia eschilea impariamo che il fondamento di Themis è impronunciabile, indicibile; Themis per affermarsi deve coincidere con Dike (vv. 435-437): il passaggio da una giustizia assoluta a una giustizia politica (che sarà il grande tema delle Eumenidi), si sviluppa già a partire da questo nucleo di Supplici.

Dal passaggio del coro da un’invocazione ad Artemide a un’evocazione di Afrodite sembra potersi dedurre la presenza di un secondo coro costituito o dalle guardie argive o dalle ancelle delle Danaidi. Lei propende per questa seconda ipotesi, cosa che postula però un contrasto o uno scontro non plausibile tra padrone e serve.

Siamo nella parte finale della tragedia, in una zona molto frammentata e disturbata del testo: le fanciulle, ormai accolte con tutti gli onori in città, escono di scena per recarsi alle loro nuove dimore e parte una sorta di contrappunto in cui le figlie di Danao si irrigidiscono nella loro devozione, assoluta, alla castità di Artemide e nella repulsione per l’unione con i maschi, i loro prepotenti pretendenti, e, per contrasto, si alza una voce diversa che ricorda la potenza invincibile di Afrodite (ricordo che nel frammento più esteso relativo del dramma conclusivo della trilogia, la tragedia perduta intitolata Danaidi, la voce stessa della dea dell’amore esalta la potenza cosmica del desiderio amoroso: anche cielo e terra pervasi da eros si attraggono e mediante il flusso della pioggia consumano la loro brama in un umido abbraccio, generando frutti fecondi). Queste voci sono ben poco consone rispetto all’ethos delle guardie argive, e sono invece del tutto coerenti con le ancelle delle Danaidi, che esprimono un’altra modalità del sentire femminile: contro la castità di Artemide, il riconoscimento del potere di Afrodite. Peraltro la presenza delle ancelle, ciascuna al fianco della propria signora, era già stata anticipata da Pelasgo (al v. 954) e ripresa dal coro (al v. 977). Per quanto riguarda la plausibilità di un ‘contrasto’ (da intendersi per altro in senso tutto musicale) tra padrone-serve, vorrei ricordare che quando facciamo riferimento ai rapporti sociali del mondo antico dobbiamo innanzitutto sfilarci dal naso i nostri occhiali ermeneutici, disinnescare i filtri in uso nel nostro lessico, linguistico e culturale: innumerevoli sono i casi, anche nelle tragedie conservate, che ci dimostrano come il rapporto tra servo e padrone, e tra schiavi e uomini liberi, fosse molto più aperto di quanto immaginiamo. Un esempio lampante di una soggettività autonoma delle serve-schiave è in Coefore, dove le donne troiane agiscono un ruolo attivo nella vendetta dei figli di Agamennone, mettendo in atto anche una loro personale vendetta (e fin dall’inizio Elettra stessa aveva chiesto, poco gerarchicamente, alle schiave di istruirla nel rituale del lutto alla tomba del padre Cho., vv. 86-ss.). In questo caso, grecamente pensando, è del tutto plausibile che le ancelle indirizzino alle loro padrone una calda raccomandazione a cedere alle seduzioni d’amore, ricordando che a fianco della dea dell’amore c’è Peithò e che figlia di Afrodite è Armonia.

Nel commento alla sua traduzione per Mondadori lei ritiene di vedere nella guardia argiva assegnata a Danao un elemento meramente scenografico di nessun ruolo. Invece potrebbe essere la guardia che Pelasgo gli assicura essendo Danao un atimos, un condannato che qualunque cittadino può legittimamente uccidere per eseguire la condanna.

Giuridicamente l’atimia è la privazione dei diritti civili e politici che subiscono i cittadini. Danao non è un condannato (già al v. 6 il coro dichiara che non c’è alcun delitto alla base della loro fuga dall’Egitto: che non sono “al bando per un fatto di sangue”), ma è in una condizione ancora più debole: è un supplice che, finché non ottiene asilo, non ha alcun diritto, alcuna soggettività politica. Quindi, certo, il drappello di armati che Danao richiede come protezione e che Pelasgo assicura al profugo (vv. 492-ss.), ha principalmente una funzione protettiva. La mia nota ai vv. 985-ss. – è il passo in cui Danao si ripresenta in scena, per riferire l’esito della votazione del demos – sulla “valenza scenografica” del manipolo di scorta di Danao, è da leggersi in senso squisitamente drammaturgico, e non smentisce la funzione di protezione che la guardia argiva attua nei confronti dello straniero.

Il ricorso di Pelasgo alla città e quindi alle leggi non scritte non richiama Antigone di Sofocle e soprattutto quel re Creonte che si rifiuta di rivolgersi alla città e pretende di decidere da solo? Eppure Le Supplici sono ben anteriori e ciononostante sono portatrici di un senso della democrazia più spiccato.

Si tratta di due concezioni molto diverse: gli agraptoi nomoi che Antigone rivendica sono leggi che stanno prima, e che in certa misura sono in contrasto, rispetto alla ragione politica che Creonte ben rappresenta. Le leggi di questa polis eschilea, che “non stanno scritte su tavolette o su rotoli di papiro” (vv. 946-947) sono le leggi politiche, fondative della città e della nuova forma di regime che prevede che il potere sia allargato al demos, condiviso con il popolo. Leggi fondate – ci ricorda Pelasgo – sulla libertà di parola e di espressione. Certo è che Eschilo non è Sofocle: le concezioni politiche dei due tragediografi sono, come noto, molto distanti e perciò la scena democratica a cui Eschilo dà rappresentazione teatrale è molto più avanzata rispetto alla “legge del sangue e dei morti” che Antigone rivendica contro la “legge del potere” di Creonte.

Perché Argo accoglie le supplici e respinge i cugini egiziani che vantano, secondo gli accordi stabiliti in Egitto, un diritto legittimo ad averle in mogli tanto che poi le avranno? Argo tutto sommato non compie un’ingiustizia? Sappiamo comunque che nel seguito della trilogia gli argivi acconsentiranno ai matrimoni.

In questo primo atto della trilogia Pelasgo concede ospitalità alle supplici, attraverso la mediazione dell’accoglienza condivisa, votata dal demos. Nell’atto successivo c’era probabilmente un passaggio ulteriore: grazie a Peithò – la seduzione amorosa, che coincide però anche, come leggiamo in Eumenidi, con la persuasione politica – Pelasgo e con lui la città promuovevano una negoziazione che si chiudeva con la (apparente) conversione delle fanciulle egizie alla potenza di Afrodite – e quindi alle nozze con i cugini. In realtà il mito racconta che tutte le intrattabili Danaidi, tranne due (Ipermestra e Amimone) uccideranno i loro sposi la prima notte di nozze.

Secondo lei, se è vero che le Danaidi erano cinquanta e cinquanta gli egiziani, e chissà quante le ancelle e le guardie, quanti attori erano presenti sulla scena nel 463 a.C.? Non si tratta di presenze soltanto simboliche?

Anche nella IV Pitica di Pindaro si trova riscontro del numero di 50 per le figlie di Danao (più precisamente Pindaro fa riferimento a 48 “vergini assassine”; il numero si ottiene sottraendo alle 50 Danaidi Ipermestra, che non uccide l’amato Linceo, e Amimone che diviene sposa di Poseidone). Il numero è confermato anche da diverse altre fonti mitografiche; gli Egizi che compaiono in scena non sono i 50 figli di Egitto ma l’Araldo e un manipolo di guardie inviate dagli Egizi a “riprendere la preda”. Detto ciò è molto difficile stabilire il numero delle presenze in scena nel teatro di Atene del V secolo a.C.; diverse testimonianze ci portano a ipotizzare che, all’età di Eschilo, il coro fosse composto di 12 elementi. Ma non c’è motivo di escludere che per alcune messe in scena, se c’era una liturgia ovvero una sponsorizzazione economica congrua, il numero non potesse essere ampliato.

Le Supplici è una delle più antiche rappresentazioni greche. Oltre al coro, gli attori sulla scena sono sempre due soltanto. Ma Danao sembra una figura priva di una sua autonomia, quasi segno della fatica dell’attore di staccarsi dal coro. Sotto questo punto di vista si può parlare, come fanno molti studiosi,  di tragedia non pura, non classica, ma arcaica?

Non sono d’accordo con questa lettura né sul piano del dato oggettivo, né dal punto di vista della costruzione drammaturgica: Supplici è una tragedia molto mossa e articolata, tutti i personaggi, compreso Danao, hanno un loro ethos definito e convincente, e in molti passaggi il ruolo della corifea – come in Eumenidi – è del tutto assimilabile a quello di un attore. Peraltro la datazione di Supplici, a partire dal 1952, dopo la pubblicazione di un frammento papiraceo dell’hypothesis del dramma, è stata di molto abbassata e attualmente la datazione condivisa da quasi tutti gli studiosi è circa il 463: la tragedia farebbe dunque parte dell’ultima fase della produzione ateniese di Eschilo, non della prima.

I cugini egiziani si dicono legati ai loro dei mentre le profughe egiziane sono pronte ad abbracciare la fede di Argo anche perché si dicono argive per via della parentela con Io. In realtà tali dovrebbero essere anche i loro cugini. Non ci troviamo di fronte a uno scontro di religioni e civiltà che si sviluppa su due forni?

Parlare di “scontro di religioni”, o “di civiltà” è a mio avviso una scorciatoia spesso fuorviante e sempre pericolosa. Ricordo ancora che nella tragedia sentiamo la voce dell’Araldo e della soldataglia al suo seguito, non dei cugini egizi. La mancanza degli altri drammi della trilogia (I figli di Egitto e Le Danaidi e il dramma satiresco Amimone) rende impossibile qualificare la religiosità degli Egizi rispetto alla duttilità alla ‘conversione’ – o meglio alla nuova ‘ambientazione culturale’ – di cui danno prova le figlie di Danao.

 

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