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La poesia cantata al servizio della parolaLa poesia cantata al servizio della parola

da | Apr 20, 2015

INTERVISTA A MARIO INCUDINE

Mario Incudine, ennese, musicista, “cuntista”, ricercatore di tradizioni popolari, ora aiuto regista di Moni Ovadia ne Le Supplici nonché cantastorie sulla scena, cominciò da bambino a interessarsi di cultura popolare. A nove anni suonava e cantava anche nei funerali ed era pagato pure da quelle famiglie che non amavano sentire cantare dietro il feretro ma lo invitavano comunque perché non si dovesse dire che avevano celebrato esequie senza la sua presenza. La passione per la Sicilia popolare gli sbocciò il giorno in cui in campagna vide un contadino che per la mietitura cantava a un mulo che si muoveva solo sentendo la sua voce e che restava fermo se a cantare fosse stato un altro. Questa simbiosi tra uomo e natura lo affascinò al punto da maturare un interesse che oggi lo ha portato a tradurre in siciliano Eschilo e introdurre nella tragedia in programma, sotto la guida di Ovadia, elementi che ne fanno un fatto nuovo e per molti aspetti sconvolgente.

Quanto è stato tradito Eschilo?

Non c’è stato alcun tradimento perché abbiamo fatto una traduzione poetica senza togliere nulla né a Eschilo né tantomeno al plot. Essendo la nostra una grande cantata per cui tutto è musicale, quel che abbiamo fatto è tradurre la parte prosodica in forma poetica utilizzando tutte le forme strofiche dell’ottava siciliana oppure dei dimetri greci. Per il resto, quanto ai contenuti, la storia, la forza delle parole, non abbiamo perso nulla nemmeno della traduzione di Paduano. L’abbiamo colorata con una lingua, il siciliano, che riflette una forza espressiva dirompente retaggio dei grandi cuntisti, per cui anche i recitativi in siciliano si trasfondono in musica, in ritmo fondendo melopea greca e cuntu siciliano. Quel che sto facendo con il coro è di portare i ritmi della poesia cantata al servizio della parola, dando un tono proprio alla sillabazione cosicché i coreuti parlino per singhiozzi, per accenti al fine di creare una potente varietà ritmica.

Un elemento sicuramente di novità è però costituito dalla figura del cantastorie che lei stesso interpreta. In Eschilo non c’è quello che sarebbe il messaggero.

Il cantastorie è una bella idea di Moni Ovadia che recupera una figura centrale del teatro popolare e del teatro musicale. Interviene nella parodo e nell’esodo ma anche durante il dramma per aggiornare il pubblico. Nel prologo racconta il mito, nel mezzo rappresenta i sentimenti di scoramento delle Danaidi, il contrasto con Pelasgo, e alla fine rivela un colpo di scena che sarà una sorpresa. Invece del cartellone, che è tipico dei cantastorie, usa la parola cantata per raccontare vicende che si materializzano sulla scena negli episodi del dramma. Sta in un angolo, in maniera scorciata, come una voce fuori campo che però è in campo.

Come è nato il sodalizio con Ovadia?

Mi vide in teatro mentre rappresentavo il disastro di Marcinelle mentre lui dovveva recitare Buttitta. Apprezzo il mio lavoro ed è nata una bella amicizia che mi ha consentito di essere qui a fare Le Supplici con uno dei monumenti italiani del teatro musicale di oggi.

INTERVISTA A MARIO INCUDINE

Mario Incudine, ennese, musicista, “cuntista”, ricercatore di tradizioni popolari, ora aiuto regista di Moni Ovadia ne Le Supplici nonché cantastorie sulla scena, cominciò da bambino a interessarsi di cultura popolare. A nove anni suonava e cantava anche nei funerali ed era pagato pure da quelle famiglie che non amavano sentire cantare dietro il feretro ma lo invitavano comunque perché non si dovesse dire che avevano celebrato esequie senza la sua presenza. La passione per la Sicilia popolare gli sbocciò il giorno in cui in campagna vide un contadino che per la mietitura cantava a un mulo che si muoveva solo sentendo la sua voce e che restava fermo se a cantare fosse stato un altro. Questa simbiosi tra uomo e natura lo affascinò al punto da maturare un interesse che oggi lo ha portato a tradurre in siciliano Eschilo e introdurre nella tragedia in programma, sotto la guida di Ovadia, elementi che ne fanno un fatto nuovo e per molti aspetti sconvolgente.

Quanto è stato tradito Eschilo?

Non c’è stato alcun tradimento perché abbiamo fatto una traduzione poetica senza togliere nulla né a Eschilo né tantomeno al plot. Essendo la nostra una grande cantata per cui tutto è musicale, quel che abbiamo fatto è tradurre la parte prosodica in forma poetica utilizzando tutte le forme strofiche dell’ottava siciliana oppure dei dimetri greci. Per il resto, quanto ai contenuti, la storia, la forza delle parole, non abbiamo perso nulla nemmeno della traduzione di Paduano. L’abbiamo colorata con una lingua, il siciliano, che riflette una forza espressiva dirompente retaggio dei grandi cuntisti, per cui anche i recitativi in siciliano si trasfondono in musica, in ritmo fondendo melopea greca e cuntu siciliano. Quel che sto facendo con il coro è di portare i ritmi della poesia cantata al servizio della parola, dando un tono proprio alla sillabazione cosicché i coreuti parlino per singhiozzi, per accenti al fine di creare una potente varietà ritmica.

Un elemento sicuramente di novità è però costituito dalla figura del cantastorie che lei stesso interpreta. In Eschilo non c’è quello che sarebbe il messaggero.

Il cantastorie è una bella idea di Moni Ovadia che recupera una figura centrale del teatro popolare e del teatro musicale. Interviene nella parodo e nell’esodo ma anche durante il dramma per aggiornare il pubblico. Nel prologo racconta il mito, nel mezzo rappresenta i sentimenti di scoramento delle Danaidi, il contrasto con Pelasgo, e alla fine rivela un colpo di scena che sarà una sorpresa. Invece del cartellone, che è tipico dei cantastorie, usa la parola cantata per raccontare vicende che si materializzano sulla scena negli episodi del dramma. Sta in un angolo, in maniera scorciata, come una voce fuori campo che però è in campo.

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