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Guidorizzi: Ifigenia colpita dalla sindrome di Stoccolma

da | apr 30, 2015

INTERVISTA A GIULIO GUIDORIZZI, IL TRADUTTORE
Professore Guidorizzi, nella sua traduzione appare l’espressione, riferita alla riva sabbiosa di Aulide, “percossa dal mare” che nel testo non c’è e non può esserci dal momento che il mare è piatto e non ci sono onde che flagellino la costa.
Infatti il testo greco dice “marina”. Questo non significa che Euripide volesse riferirsi a un mare in bonaccia, dato che si tratta di un epiteto generico. Aulide è marina comunque, col bel tempo o con la tempesta. In una prima versione avevo tradotto con “marina”, come si fa generalmente, poi ho cambiato. In questo passo infatti ho scelto di rendere più intenso il valore poetico del testo e ho immaginato che il coro si riferisse non tanto allo stato del mare che aveva sotto gli occhi ma all’idea stessa del mare come elemento onnipresente nella letteratura greca, l’elemento naturale che più anima l’immaginazione poetica: un luogo di cui viene naturale osservare gli infiniti movimenti e colori e che quindi per sua natura è mosso, risonante e altro ancora. Il mare va domato, va attraversato: ho scelto quindi di sviluppare il significato con un’immagine che accendesse la fantasia e non fosse generica e sbiadita. Del resto, siamo in un coro, cioè in una parte di maggiore intensità poetica, e il traduttore ha anche il compito di trovare i mezzi per rendere il clima di suggestione di queste sezioni.
Resta il fatto che in Euripide il mare si ferma improvvisamente, dal momento che Agamennone racconta delle schiere greche che per mare si sono “avventate” in Aulide, dunque hanno salpato velocemente le acque. Cosicché il mare diventa protagonista dei fatti: porta gli Achei in Aulide e poi si incanta.
In Ifigenia in Aulide io individuo due protagonisti nascosti, simili a due rumori di fondo che accompagnano l’intera tragedia: il primo è l’esercito che tumultua, fa paura ai suoi comandanti, vuole lapidare Achille, protesta contro chi vuole salvare Ifigenia, si accalca al suo arrivo; qualcosa, insomma, di terribile e incontenibile. Il secondo è appunto il mare, anch’esso incontenibile, che è lo sfondo naturale davanti al quale si svolgono le vicende. Il mare, con le sue bonacce e le sue tempeste, fa paura ai guerrieri; è il primo ostacolo da superare per conquistare Troia. La cappa di una natura pericolosa e ostile, davanti alla quale la volontà umana è impotente, influenza in modo sotterraneo tutti i personaggi della tragedia; ci sono le navi che dormono sulla riva in attesa di prendere il mare, i guerrieri che corrono e si allenano sulle spiagge; c’è il grido liberatorio del coro e dell’esercito quando alla fine il mare si apre come una porta e finisce di essere una muraglia che blocca ogni via. Se si va a leggere nelle pieghe del testo, l’elemento dell’acqua (mari, onde, sorgenti, persino la fonte dove Clitennestra e Ifigenia ristorano i loro piedi stanchi) scorre come una sorta di voce segreta.
Lei come altri grecisti traduce la parola xenos in straniero, ma l’accezione originaria è quella di ospite. In realtà Achille, al quale Clitennestra e Ifigenia si rivolgono chiamandolo straniero, è un greco e non un barbaro.
Xenos è colui che appartiene a un altro genos con il quale si stabiliscono contatti e rapporti di ospitalità. Achille viene da lontano, da un cantone isolato, la Tessaglia, e appartiene a una gente estranea rispetto al mondo miceneo, cittadino e civilizzato, da cui proviene Clitennestra. E’ uno straniero non solo perché viene da una terra lontana, ma anche perché è culturalmente estraneo al mondo di Clitennestra. Il termine designa anche un atteggiamento psicologico di distanziamento tra Clitennestra e l’eroe nel momento in cui essi prendono i primi cauti contatti e si ritrovano come due estranei uno di fronte all’altra.
C’è una bella immagine che ricorre nella sua traduzione laddove Clitennestra invoca il Vecchio a fermarsi dicendogli “in nome della tua mano destra”. Che significato così simbolico ha la mano destra nella cultura greca antica?
In espressioni come questa il significato è di tipo magico e risponde a un modo di pensare molto arcaico che riguarda alcune parti del corpo, come le ginocchia, la barba e appunto le mani. Esse erano viste come sede del movimento, e quindi come luoghi in cui correva più intensamente la forza vitale; infatti un tipico atto di supplica era abbracciare le ginocchia. Nella Grecia classica dare la mano non equivaleva al comune saluto di oggi ma era un atto solenne e ufficiale, quasi come un giuramento. Invocare la mano destra significava rompere una barriera e cercare da una persona un atteggiamento più intimo e vicino.
Lei traduce la parola “mento” con “barba”. E’ una differenza sottile, ma avrà un significato, visto che altri mantengono l’euripideo “mento”.
In greco le due parole sono equivalenti. Del resto, date le consuetudini per cui la barba era il segno distintivo di un uomo adulto, toccare la barba significava anche toccare il mento. In italiano i due nomi sono ben distinti, in greco no. Infatti i traduttori scelgono ora “barba”, ora “mento”. Barba mi pare più pertinente perché la barba, come i capelli – pensiamo alla chioma di Achille o di Sansone – aveva un valore speciale, e quindi particolarmente adeguato ai momenti di supplica o di preghiera.
Lei si prende una certa libertà quando fa dire a Ifigenia che “vivere male è molto meglio che morire da eroi”. Nel testo però si legge: “Vivere male è assai meglio che morire bene”.
Anche in questo caso ho scelto di approfondire il valore emotivo del passo, detto in un momento in cui una madre cerca in ogni modo di salvare la figlia ed è piena di astio verso i valori eroici e guerrieri che inducono Agamennone a sacrificarla. Che saranno mai dunque questi “eroi” che vogliono imporre agli altri il loro modo di vivere e morire? Clitennestra è polemica e getta in faccia al marito questo “morire bene” in opposizione alla vita tranquilla e serena a cui aspirerebbe una persona comune; per un guerriero omerico “morire bene” equivale infatti a “morire da eroe”. E’ una traduzione in cui ho voluto rendere esplicito il valore contenuto nell’avverbio generico, e rendere più forte un modo di dire tradizionale. Del resto, tradurre significa un po’ tradire: il tradimento (in questo caso molto contenuto) non deve essere però fine a se stesso, o introdotto per soddisfare il narcisismo del traduttore; deve essere finalizzato a un’esaltazione dei significati o alla valorizzazione di una sfumatura o di un’allusione presenti nel testo. In un certo senso, è un’interpretazione del testo. Guardi, in linea generale io non ho progettato una traduzione filologica ma una traduzione pensata per essere “detta”, fatta cioè per raggiungere un pubblico di spettatori e non di lettori, e quindi generalmente più espressiva e intensa. Chi legge può meditare, chi ascolta deve recepire in un istante il valore della parola; ho cercato perciò di trovare le parole che arrivino con forza immediata all’orecchio (e se possibile all’anima) degli spettatori, che possano risuonare, essere ricordate; non che svaniscano nel momento stesso in cui sono pronunciate. Questo era anche il modo di costruire i dialoghi di Euripide. Secondo me, un traduttore può prendersi qualche libertà con la traduzione letterale (che comunque suonerebbe pedante, scolastica) mentre non può assolutamente permettersi di smorzare il tono e il ritmo dei versi di Euripide, perché l’essenza del suo teatro è l’intensità e la capacità di generare sempre nuove idee ed emozioni. Ho fatto insomma fatto scelte nel senso di una maggiore “dicibilità” della parola tragica.
Ifigenia in Aulide è una tragedia che ha aspetti tragicomici e forse per questo è stata considerata minore. E’ d’accordo?
Assolutamente, per quanto riguarda la vena tragicomica. Pensiamo a un personaggio come Achille, più matamoro che eroe; o ai litigi da piazza tra Agamennone e Menelao; o all’arrivo di Clitemnestra sul carro con tutte le sue cure da brava madre; o al comico Vecchio che non è un personaggio di contorno perché da lui dipendono le svolte del dramma. L’Ifigenia è in linea con l’ultimo Euripide, che inventa un nuovo tipo di tragedia, che potremmo quasi definire tragicommedia, con intrecci complicati, lieto fine, scene a volte decisamente comiche: penso a opere come Elena, Oreste, Ione (non certo alle Baccanti!). Per questo non sono d’accordo con chi la ritiene un’opera minore; al contrario, dal punto di vista teatrale è un testo geniale. Certo sappiamo che non tutti i versi risalgono ad Euripide in persona, e che la tragedia subì un’opera di editing da parte di altre mani. Resta tuttavia una tragedia di grande intensità. Aristotele nella Poetica storceva il naso davanti al personaggio di Ifigenia, che d’improvviso da vittima predestinata diventa eroina. Potrei dire che Aristotele non aveva una speciale sensibilità teatrale: succede, a volte, ai filosofi e persino ai giganti del pensiero come egli fu. La cosa comunque ha continuato a offendere il gusto di molti critici moderni e ovviamente è un giudizio del tutto legittimo. Io non la penso così: anzi, credo che questo sia un tocco di genio, un tratto psicologico raffinato, degno di un grande uomo di teatro. Cosa sceglie infatti Ifigenia quando decide di immolarsi? Preferisce l’illusione alla cruda realtà, si rifiuta di credere che suo padre sia un mostro, cerca una ragione per dare un senso a un destino incomprensibile e ingiusto; continua perciò a difendere dentro di sé l’amore e l’affetto che l’aveva legata al padre sin da bambina, e adotta il suo punto di vista. Come farebbe ad ammettere che questo padre tanto amato è un vile, un crudele ed egoista politicante? Meglio morire portandosi dietro un’illusione d’amore piuttosto che una delusione atroce. Io lo trovo piuttosto commovente. E’ una forma di atteggiamento che gli antropologi e gli psicanalisti conoscono bene e potrebbero spiegare: è l’identificazione della vittima con il persecutore; come non ricordare la cosiddetta “sindrome di Stoccolma”, per cui talvolta le vittime s’identificano con le ragioni dei persecutori e arrivano spesso a provare sentimenti positivi per loro? Non so se queste fossero davvero le intenzioni di Euripide, ma certo dal punto di vista di uno spettatore contemporaneo è un’interpretazione possibile e lecita. Per i suoi colpi di scena, la capacità di connotare psicologicamente i personaggi, di creare un’azione incalzante, di generare atmosfere sempre nuove e diverse – dolcezza, rabbia, paura, cinismo, ineluttabilità , disperazione, esaltazione – a mio parere Ifigenia in Aulide è tra le opere importanti di Euripide. E comunque è affascinante da tradurre.

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