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INDA la stagione 2008 - Eumenidi: approfondimenti e interviste

Introduzione all’Orestea
di Guido Paduano

III parte: Le Eumenidi

INDA 1948. Le Eumenidi
INDA 1948. Le Eumenidi

Il prologo è recitato dalla Pizia, la sacerdotessa di Apollo al santuario di Delfi: essa fa la cronistoria del santuario medesimo, fino a quando Apollo ne è venuto in possesso per volere di Zeus e invoca anche altre divinità propizie, Atena, le Ninfe, Dioniso. Ma improvvisamente si arresta, inorridita: ha visto un supplice, con le mani macchiate di sangue, di fronte al quale dorme uno strano gruppo di donne con aspetto mostruoso: sono le Erinni di Clitennestra che assediano Oreste e costituiscono il Coro.
Ma a fianco di Oreste sta Apollo, che lo riassicura della sua protezione e, riaffermando la propria responsabilità nel matricidio, invita Oreste a rifugiarsi in Atene, dove le sue sventure avranno termine. Le Erinni a loro volta vengono svegliate e duramente apostrofate da Clitennestra, che lamenta la loro trascuratezza; il canto che segue al loro risveglio è nella sostanza una violenta aggressione ad Apollo che “onorando il supplice, il matricida senza Dio” (vv.151-2), viola le loro competenze, con l’arroganza propria della più giovane generazione divina.
In risposta, Apollo le minaccia delle sue frecce, e sprezzantemente le caccia dal suo tempio: il loro posto è quello dei carnefici, ovvero “l’antro di un leone sanguinario” (v.193). Inoltre, Apollo contesta alle Erinni di essere inique, perché perseguitano il matricidio, senza considerare il precedente crimine di Clitennestra in quanto non commesso contro un consanguineo: in questo modo esse svalutano l’istituzione del matrimonio, fondamento della società civile.
Alla fine del dibattito, cambia la scena e ci troviamo sull’acropoli di Atene, con Oreste che si accosta, secondo gli ordini di Apollo, al simulacro di Atena, chiedendole aiuto e promettendo in cambio l’alleanza di Argo. Sulle sue tracce sono le Erinni, che lo minacciano di atroci tormenti, e intrecciano contro di lui la magica danza che, in punizione dei delitti contro i congiunti, induce la follia. Questo è il compito loro assegnato dal fato e dagli dei.
Concluso il canto corale, entra in scena Atena, che le Erinni informano della colpa di Oreste; a sua volta il giovane, dopo avere tranquillizzato la dea sul fatto di avere già ottenuto la purificazione rituale, rievoca il matricidio come giusta vendetta del padre, condivisa da Apollo. Atena si trova in grave imbarazzo: sia respingere Oreste, supplice suo e di Atene, sia accoglierlo violando i diritti delle Erinni, che potrebbero rivalersi sulla città, appaiono soluzioni dolorose. La questione verrà rimessa a un tribunale specificamente istituito, ma che resterà per sempre in carica, l’Areopago.
Il Coro intona adesso un canto che disegna sinistramente il mondo successivo alla possibile vittoria giudiziaria di Oreste: un mondo dove le colpe non saranno più punite né saranno garantiti i diritti dei genitori; il timore che esse suscitano è infatti un bene in quanto distoglie gli uomini dall’hybris e fa sì che chi viola la giustizia sia condannato a perire “non visto, non compianto” (v.565).
Si apre, poi, annunciata da uno squillo di tromba, la discussione della causa, presieduta da Atena e alla quale partecipa Apollo in qualità di testimone.
Interrogato dalle Erinni, Oreste ammette naturalmente il matricidio ma cerca di negare di essere “consanguineo” di sua madre (vale a dire, cerca di dare al termine un significato etico-affettivo e non biologico); poi cede la parola ad Apollo che afferma un principio d’autorità: i suoi oracoli, compreso quello che ha ordinato il matricidio, provengono da Zeus. Invitato a entrare nel merito afferma che il crimine di Clitennestra, l’uccisione a tradimento di un glorioso eroe, è incomparabilmente più grave. Ma all’osservazione sardonica delle Erinni che questo primato della patriarcalità urta contro il fatto che Zeus stesso incatenò il proprio padre Crono (vv.640-2), Apollo può rispondere solo minimizzando incongruamente il dato della storia sacra col sostenere che l’incatenamento, a differenza dell’uccisione, è reversibile (ma Crono è immortale!) L’argomento in cui culmina la difesa che Apollo fa di Oreste è quello secondo il quale la madre non è propriamente la genitrice del figlio, ma solo un contenitore del seme maschile da cui il figlio nasce: e talvolta questo contenitore può non essere neppure indispensabile, come nel caso di Atena, nata dalla testa di Zeus. Ad essa Apollo si rivolge conclusivamente per perorare la causa di Oreste.
Finita la discussione della causa, Atena invita i giudici a votare, prima però esaltando l’istituzione del tribunale, simbolo della paura salutare che, in significativa concordia con quanto avevano detto di sé le Erinni (vv.517-25), ispira comportamenti virtuosi. Mentre i giudici votano, Apollo e le Erinni si scambiano insulti e minacce, poi Atena per ultima dichiara il proprio voto, che è a favore di Oreste: nata senza una madre, essa non può che favorire il principio maschile. Preceduto dalla dichiarazione della dea che in caso di parità di voti fra condanna e assoluzione l’imputato sarà assolto, avviene il conteggio, che dà appunto per esito la parità.
Oreste esce di scena con un commosso ringraziamento per Atena e con l’impegno solenne che Argo non attaccherà mai Atene.
Le Erinni minacciano di ammorbare la città col loro veleno, ma Atena pazientemente e umilmente compie l’impresa di placarle. Troppo forti erano i loro avversari, Apollo e Zeus, eppure non sono state sconfitte; accettino piuttosto un ruolo onorevole di protettrici della città (che comporta il loro trasformarsi in Eumenidi, “benigne”, parola tuttavia non presente nella tragedia). Non fomentino tra gli Ateniesi discordie civili, ma li impegnino piuttosto, con onore, in guerrre “esterne” (v.864). Lentamente le Erinni si lasciano convincere dalla promessa di ricevere un culto dal quale dipenderà il benessere dei singoli e della città; e sono loro stesse ad augurare la floridezza dei raccolti e delle greggi, la felicità delle famiglie, l’armonia della città intera. Atena e le donne ateniesi in corteo accompagnano le Erinni alla sede loro destinata.
L’ultima tragedia della trilogia porta a compimento, più che non a soluzione, l’empasse costituito dalla catena infinita dei delitti, cui accennavo a proposito dell’Agamennone. Il fatto che in questa catena ogni atto sia insieme legittimato e colpevole, abbia insomma un diritto dimidiato, si rispecchia con simbologia immediata nella sentenza dell’Areopago, che esprime un numero di voti uguale contro e a favore di Oreste. L’effetto di questa sentenza non è quello di prosciogliere Oreste, ma quello di liberarlo dalla persecuzione delle Erinni, prendendo atto dello stallo giuridico e supplendovi con un gesto di clemenza o, se si preferisce, con una convenzione che ceteris paribus privilegia la vita sulla morte, e così rompe la successione all’infinito delle morti. Certo, avrebbe potuto anche rompersi prima, quando alla fine dell’Agamennone Clitennestra aveva cercato di stipulare un patto col demone degli Atridi; ed è una sinistra ironia quella per cui il compromesso che le è stato negato si realizza ai suoi danni, salvando il suo uccisore, di cui essa richiede la punizione con ferocia e determinazione immutate dopo la morte: ma da quando la causa è portata ad Atene e al suo tribunale, lo spettro di Clitennestra è scomparso.
Quello che nelle Coefore si chiamava lo scontro di dike contro dike si conferma nell’equilibrio degli argomenti avanzati dalle due parti processuali, che spesso è piuttosto un equilibrio delle loro fragilità.
Non perseguitando Clitennestra da viva perché non ha ucciso un consanguineo, le Erinni affermano un primato, e anzi una totalizzazione del fattore biologico che urta contro contro la coscienza comune dei Greci (il Coro che nelle Coefore canta i crimini femminili mette sullo stesso piano quelli contro i consanguinei e quelli contro i mariti); ma Apollo, che non manca di rimproverare loro questa totalizzazione, ne predica una ancora più angusta quando distingue tra le relazioni biologiche che un individuo intrattiene coi suoi genitori, considerando la madre un mero ricettacolo della generazione. Non è in questione la correttezza “scientifica” dell’argomento rispetto alle teorie contemporanee, come non era in questione la limitazione delle competenze delle Erinni al sangue versato da congiunti, ma, in ambedue i casi, la generale insufficienza della dimensione biologica rispetto alle strutture culturali che la debbono rielaborare nell’organizzazione di famiglia e società: si pensi ad esempio che nell’Agamennone la relazione del figlio rispetto alla coppia era ben altrimenti definita – e sia pure dalla mendace Clitennestra - come “garante del patto di fedeltà” (v.878).
L’univoco successo fattuale di Oreste è bilanciato dall’altrettanto univoca disapprovazione del matricidio che l’andamento del processo presuppone perfino nella parte favorevole ad Oreste, quella cioè che giudica Clitennestra la maggiore colpevole: poiché infatti la morte estingue il reato, come le Erinni non mancano di rimarcare a v.603, il giudizio su Clitennestra indica la correttezza e la necessità della procedura che non è stata seguita, la stessa procedura che nell’Oreste di Euripide Tindareo rimprovera al nipote di non aver seguito: l’incriminazione da parte del figlio, della madre assassina. Il matricidio l’ha impedita, come essa avrebbe ovviamente impedito l’incriminazione per il matricidio: il fatto che ambedue le cause si celebrino in qualche modo insieme rimanda ancora al nodo inestricabile delle colpe, e apre la via a riconoscere che il tema positivo della tragedia, e dunque, in qualche misura, dell’intera trilogia, è proprio il superamento della fosca e chiusa legge del sangue a beneficio di una concezione più larga, umana e socialmente efficace, dove il giudice “terzo” si sottrae all’alternativa, che è anche un’identità, tra vittima e carnefice.
E’ questa prospettiva che occupa, con grande passione e convinzione, il finale della tragedia, che prescinde dalla vicenda degli Atridi, e dove invece la comunità degli Ateniesi è chiamata a condividere l’azione drammatica, assumendo direttamente l’istanza e l’impegno del progresso civile.

Trama
Approfondimenti e interviste
Cast
Regia
Musiche
Traduzione
Spettacolo
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