|
|
Introduzione all’Orestea di Guido Paduano
II parte: Le Coefore
Nel prologo, purtroppo mutilo, Oreste torna dalla Focide assieme all’amico Pilade, e invoca la protezione di Ermes, dio dei morti, quando vengono sorpresi dall’entrata del Coro, composto di schiave che Clitennestra, spaventata da un sogno profetico, ha incaricato di portare libagioni funebri alla tomba di Agamennone (questo significa la parola "Coefore"). Ma esse pensano che non sia possibile rimediare al sangue sparso, e che la giustizia aspetta gli omicidi, per quanto essi abbiano stabilito un regime del terrore.
Con loro è Elettra, figlia del morto e dell’assassina, la quale si chiede come potrà svolgere la cerimonia: se dovesse, come è nel costume, chiedere al morto un ricambio dell’omaggio che gli viene reso, il ricambio adatto sarebbe in questo caso il male e non il bene. Forse potrebbe limitarsi a compiere la cerimonia in silenzio, stornando gli occhi, ma il Coro non è d’accordo: deve chiedere sì il bene, ma per se stessa e per "quanti odiano Egisto" (v.111), e per gli assassini deve chiedere "semplicemente qualcuno che resituisca in ricambio la morte" (v.121). Superando il dubbio che questa richiesta sia pia, Elettra la pronuncia chiedendo anche che le venga concesso di essere "molto più casta e più pia di mia madre" (vv.140-1).
Dopo aver compiuto le libagioni, la giovane informa il Coro che sulla tomba c’è una ciocca di capelli "uguali ai suoi" (v.176). Poiché non possono essere della madre, devono appartenere a Oreste, come pure le orme lasciate accanto alla tomba. Oreste a questo punto compare e si rivela, vincendo la residua diffidenza di Elettra con una prova materiale: un tessuto che lei stessa ha lavorato da bambina.
Dopo che Elettra ha invocato Zeus assieme al Potere e alla Giustizia, che sono le sue grande funzioni, Oreste gli rivolge una preghiera per sé e per la sorella, figli dell’aquila che è stata strangolata da una vipera: l’aquila anche qui è simbolo della sovranità e del legame che i re intrattengono con la sovranità divina, onorandola come nessun altro. Poi riferisce del mandato di Apollo, che gli ha ordinato di vendicare la morte del padre, pena la persecuzione delle Erinni e l’isolamento dal consorzio umano: ma anche indipendentemente dall’oracolo la vendetta dovrebbe essere compiuta, perché necessaria al dovere filiale e al riscatto di Oreste e della collettività degli Argivi.
Ha inizio a questo punto il grande commos, inaugurato dal Coro con il precetto antichissimo che "chi fa fatto del male lo patisca" (v.313). Oreste ed Elettra a turno invocano Agamennone, assistiti dalla fede del Coro che "l’anima del morto non la doma la vorace mascella del fuoco" (vv.324-5), e che l’orribile situazione in cui si trovano può essere felicemente rovesciata. Oreste rimpiange che il padre non sia morto gloriosamente a Troia (come rimpiangeva di non esserlo l’Odisseo omerico in preda alla tempesta, Odissea 5.306-12), in ciò corretto da Elettra, che riserva l’augurio di morte agli assassini. "Anche sui genitori la vendetta si compie" (v.385), precisa Oreste, avvicinandosi, sia pure ancora attraverso una perifrasi, all’orrore del matricidio, e il Coro conferma, restando a sua volta nell’eufemismo generico: "potessimo innalzare il nostro inno sull’uomo ucciso, sulla donna morta!" (vv.386-8). A sua volta Elettra ribadisce implacabilmente le colpe della madre: l’atrocità delle esequie che già nell’Agamennone Clitennestra si vantava di compiere di persona, l’atrocità aggiuntiva del maschalismos, la mutilazione con cui l’omicida tenta di prevenire la vendetta dal morto; e anche la ferocia con cui è stata umiliata e tormentata lei stessa, Elettra. Così Oreste arriva a vedere nel matricidio lo scopo esclusivo della sua vita: "e quando l’avrò uccisa, possa morire!" (v.438).
Dopo l’invocazione agli dei sotterranei, i due fratelli tornano a rivolgersi ad Agamennone, adesso in trimetri, riaffermando il principio della solidarietà del ghenos, per cui il padre morto sopravvive nel successo dei figli.
Poi Oreste chiede il perché delle libagioni, e dal racconto del sogno di Clitennestra, per cui essa partoriva e allattava un serpente, trae conferma della missione a cui è destinato. Progetta dunque un inganno: fingerà di essere uno straniero per accostarsi a Egisto e ucciderlo.
Il Coro ricorda nel suo canto i più spaventosi delitti compiuti da donne, accostandoli a quello di Clitennestra: Altea che distrusse la vita del figlio Meleagro, bruciando il tizzone che ne era l’equivalente magico; Scilla che per avidità si fece corrompere dai nemici del padre Niso e gli tagliò il capello che lo rendeva immortale; le donne di Lemno che per gelosia uccisero tutti i loro uomini.
Recitando la sua parte, Oreste bussa alla porta della reggia e racconta la falsa notizia della propria morte a Clitennestra, che vi riconosce l’implacabilità della maledizione che grava sugli Atridi, e che nel giovane ha spento la speranza di risanamento di cui egli era portatore. Dopo la sua uscita la nutrice Cilissa entra a piangere la morte dell’uomo che aveva allevato bambino con infinita tenerezza, e ad accusare Clitennestra di mostrare per essa un dolore ipocrita. Poi va a chiamare Egisto, come è stata incaricata di fare, ma il Coro aggiunge l’utile raccomandazione di farlo venire solo, e uscita la nutrice, prega Zeus e gli altri dei (in particolare Apollo ed Ermes) che proteggano l’azione di Oreste, e apostrofa il giovane stesso, che abbia incrollabile fermezza.
Arriva Egisto, e il Coro lo indirizza a entrare in casa, reiterando ancora l’invocazione a Zeus. Si sente il grido di morte di Egisto ed esce disperatamente un servo cercando Clitennestra. "I morti uccidono il vivo" (v.886), le dice, intendendo che Oreste, falsamente creduto morto, ha ucciso Egisto; ma Clitennestra estrae da queste parole più verità di quanta intendesse chi le ha pronunciate, e chiede la scure per affrontare la vendetta di Agamennone.
Il vertiginoso dialogo tra madre e figlio si apre con un’invocazione di Clitennestra al morto Egisto, che suscita in Oreste un furioso e geloso sarcasmo: lei e il suo amante saranno uniti anche nella morte; lui almeno, a differenza di Agamennone, non potrà tradirlo. Ma quando Clitennestra mostra al figlio il seno, suprema icona di vita, come Ecuba lo mostrava ad Ettore per salvare invece la vita di lui (Iliade 22.80), Oreste esita, e Pilade fa sentire le sue uniche parole in tutta la tragedia, per dire – con enorme effetto straniante - che l’oracolo di Apollo va davanti a ogni altra considerazione.
La sorte di Clitennestra è decisa: l’ultima, penosissima parte del dialogo vede infrangersi i suoi ultimi argomenti; se la morte di Agamennone è stata voluta dalla Moira, così anche quella di Clitennestra; se Oreste è minacciato dalle Erinni della madre, altrettanto lo sarebbe da quelle del padre se la risparmiasse; se Agamennone ha a sua volta delle colpe, l’ottica maschile riconosciuta come fondamento della società impone di condonarle in considerazione dei maggiori obblighi che rendono faticosa la vita del maschio.
Mentre si compie il matricidio, il Coro lo vanta come opera di giustizia, al pari della distruzione di Troia, e vede in esso la luce e la resurrezione della casa. Entra in scena Oreste, e invoca la testimonianza del Sole, "il padre che vede tutte le cose" (vv.984-6), sui crimini di Clitennestra, esibendo la rete in cui Agamennone è stato intrappolato per ucciderlo. Ma nel frattempo gradualmente avverte che nel suo cuore "lo spavento è pronto a cantare e danzare di rabbia" (vv.1024-5); ha poco tempo, dunque, per rivendicare la giustizia del suo operato, avallata da Apollo; e proprio dal dio si recherà, abbandonando di nuovo la sua patria, per sfuggire alla contaminazione del sangue familiare.
Il Coro è sconcertato: perché dovrebbe prendere la via dell’esilio chi ha liberato la città dai due serpenti? Ma le donne non vedono le Erinni di Clitennestra che già tormentano Oreste; quando sono costrette ad ammettere la loro realtà, si chiedono se l’evento appena compiutosi sia distruzione e salvezza, e "dove avrà termine, placato, il furore della sventura" (v.1076).
Con ogni evidenza la struttura delle Coefore riprende quella dell’Agamennone nella stessa relazione in cui la vendetta riproduce il crimine: ci sono richiami espliciti, come l’osservazione di Oreste che l’una come l’altro si realizzerà attraverso l’inganno (vv.556-8), e altri che hanno forza di un richiamo immediato, come il grido di morte di Egisto (v.869), che è l’eco di quello di Agamennone. In termini più ampi, l’attesa del ritorno da Troia del vincitore si ripete nell’attesa del ritorno dalla Focide del vendicatore: è opposto il ruolo svolto nell’azione drammatica dai due uomini e dunque l’esito delle loro vicende, anche se destinato a risolversi nella stessa desolata distruttività. Ma quanto l’attesa di Agamennone era attraversata dall’ambiguità dei valori, e di conseguenza dalla diversità degli stati d’animo, altrettanto quella di Oreste ci viene presentata come appassionatamente unitaria, rivendicazione alta e dolente della giustizia che deve essere compiuta. E l’unità etica si risolve paradossalmente nell’unità del ghenos maledetto, vale a dire nella capacità della sua parte sana di ricostituire la totalità affettiva e assiologica: ciò significano le parole con cui Elettra accoglie il fratello, dopo averlo riconosciuto attraverso un’appartenenza istintuale più forte delle obiezioni razionalistiche che le rivolgerà Euripide nella sua Elettra: "Volto diletto, che nei miei confronti assolvi a quattro funzioni: è necessità che io ti chiami col nome di padre, e verso di te inclina anche l’affetto destinato alla madre, che con ogni giustizia viene odiata, e quello della sorella che fu spietatamente sacrificata; e infine sei il mio fedele fratello che mi porta rispetto" (vv.238-43). Anche Andromaca vedeva in Ettore la summa degli affetti familiari (Iliade 6. 429-30), ma il suo vuoto affettivo era prodotto dalla naturalità della morte e della guerra, mentre quello di Elettra risulta dalla perversione delle dolcezze dovute.
La solidarietà tra i fratelli si fonda su quella di entrambi col padre morto, le cui funzioni il figlio maschio ambisce fisiologicamente a esercitare, e ha il suo prolungamento – ma insieme il suo più solido cemento – nel Coro, attraverso il quale il ghenos si allarga fino a identificarsi con un insieme sociale e civile: la struttura formale di questa identificazione è il grande commos che costituisce il cuore della tragedia. Più tardi, la comunità si allargherà ancora per accogliervi il commovente personaggio di Cilissa, che attraverso l’espressione del suo affetto materno per Oreste scredita in anticipo l’appello che ad esso farà Clitennestra in articulo mortis, non lasciandole altro che il mero fatto di avergli dato la vita, ma per gettarlo poi nella sventura (v.913).
Sono dunque scomparsi dalle Coefore i dubbi e le antinomie etico-religiose dell’Agamennone? No certo: ma anziché innervare sincronicamente il tessuto drammatico, nella seconda tragedia essi stessi costituiscono l’evento determinante, la svolta che si produce appena il matricidio è stato consumato. Poiché certezza e unità erano due significanti dello stesso valore, il franare della certezza si rispecchia nella dispersione dell’unità: dopo la vendetta Oreste è di nuovo solo – non ha più al fianco Elettra, e di fronte ha un Coro che pateticamente si attarda a credere alla luminosità del diritto e della vittoria, scambiando per turbamento psicologico quella che è invece l’irruzione in lui del principio ontologico della distruzione, rappresentato dalle Erinni (vv.1051, 1056). In lui invece l’autocoscienza morale e intellettuale parla con l’eloquenza disperata di una precarietà anch’essa consapevole; al di là di essa, quella che torna a stabilirsi è un’unità sinistra, indifferente alla scelta tra bene e male: "e soffro per quello che è stato fatto e patito, e per tutta la mia stirpe" (vv.1016-7).
|