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Orestiade, la regia


Conversazione con Pietro Carriglio

di Isabella Di Bartolo

Il regista Pietro Carriglio
Il regista Pietro Carriglio

Tutti i sensi del Teatro in un'opera tragica. Il luogo, il tempo insieme alla sacralità rituale si respirano nei versi dell'Orestea. Nell'unica trilogia che la poesia tragica ha consegnato ai posteri, e che tornerà a riecheggiare dopo quasi mezzo secolo, nella stessa versione di Pier Paolo Pasolini, sulla scena del Temenite. A firmare la messinscena un unico regista, Pietro Carriglio, per un'unica chiave di lettura: il passaggio dal buio alla luce. Dalla legge tribale a quella civile.


Lei approda alla skenè del colle Temenite per la prima volta. E lo fa con un'opera che è stata rappresentata soltanto due volte nella storia dell'INDA: nel 1948 e nel 1960. Uno spettacolo, dunque, particolarmente complesso e atteso. Quale tensione emotiva muove la sua Orestiade?


Ci sono libri d'infanzia a cui si resta legati per tutta la vita. Il mio, «Storia delle storie del mondo» dove era narrato il mito degli Atridi, mi ha accompagnato lungo tutti questi anni. Come il suono delle conchiglie. Così la storia di Oreste, la trilogia di Eschilo, mi è sempre rimasta dentro. Ed ho immaginato tante volte, in passato, di metterla in scena, come all'indomani del terremoto del Belice, figurando nella mente di dar vita all'Orestiade sulle rovine di Gibellina, progetto condiviso da Ludovico Corrao che poi lo ha realizzato. Credo per un regista non vi sia sfida più esaltante che lavorare a quest'opera. Essere qui, a Siracusa, in un luogo magico qual è il Teatro greco e mettere in scena l'intero ciclo, che fa rivivere tutta la grandezza della ritualità liturgica della tragedia greca, è il momento più alto della mia esperienza artigianale.


Non solo Eschilo ma anche la poesia di Pier Paolo Pasolini nella versione della trilogia di Oreste, proposta dall'INDA.


I versi di Eschilo sono di una bellezza stupefacente. Questo drammaturgo, con la sua modernità e intensità di pensiero, è riuscito a divenire fonte d'ispirazione per tutta la poesia d'Occidente. Un'arte poetica così aulica richiedeva anche un azzardo nella traduzione. E quella firmata dal grande Pasolini riesce nell'intento, superando il vincolo filologico e diviene un altro sicuro approdo di poesia. Mi piace paragonare la sua versione dell'Orestiade alla traduzione dell'Iliade fatta da Monti. In entrambi i casi si tratta di un risultato d'arte. Quella di Monti è un altorilievo neoclassico, l'opera di Pasolini è un altorilievo moderno e antropologico. Lo scrittore si è fatto guidare così come mi sono fatto guidare io, dalla lettura di Thomson, la cui interpretazione ci vede concordi.Sono convinto che la traduzione di Pasolini sia un'opera di grande valore poetico già nelle stesse intenzioni dell'autore. Lui non volle fare una trasposizione letterale dell'Orestea greca, ma una versione che avvicinasse il pubblico al senso profondo della poesia di Eschilo. E questo è quello che ho cercato di fare concretamente nella mia messinscena. Pasolini restituisce con chiarezza tutte le immagini del testo.


La chiave di lettura generale voluta dalla Fondazione e da lei per l'Orestiade 2008 è di grande attualità, si fonda sul principio della legalità. Come è stato tradotto sulla scena?


Quest'opera tragica esprime un fondamentale concetto: il passaggio dalla società arcaica a quella moderna. Dalle leggi tribali a quelle civili. Un fatto teatrale che si conclude con l'istituzione della Giustizia. Non a caso la messinscena di Eumenidi, ultima tragedia della trilogia, sarà conclusa ogni volta dalla lettura di un breve passo di Thomson da parte di uno spettatore che possa rappresentare una forte valenza simbolica. La prima sera a leggere il brano sarà il Procuratore antimafia Piero Grasso. E così l'Orestiade diviene ancora più moderna. Ancora più violentemente attuale, e si inserisce in un contesto sociale ben preciso: la nostra Isola. In poche parole, questo spettacolo vuole essere l'affermazione della legalità in Sicilia.In un momento storico in cui dalla società civile siciliana viene con forza espressa la necessità di lasciarsi alle spalle l'immagine di una terra connivente con la mafia, di una Sicilia che paga il pizzo; e si sente forte il bisogno di costruire un percorso comune verso la legalità.


L'ultima volta che l'Orestea è stata rappresentata al Teatro greco di Siracusa, quasi mezzo secolo fa, protagonista della scena era Vittorio Gassman. Fu sua anche la regia insieme a Luciano Lucignani. Oggi, nella trilogia 2008, chi sarà l'eroe tragico?


 Quando fu portata in scena l'Orestiade del 1960 si scelse un unico protagonista, assoluto. Vittorio Gassman interpretava Agamennone ed Oreste, padre e figlio. Oggi avviene la stessa cosa al femminile: Galatea Ranzi, un'attrice che io considero straordinaria non soltanto nel panorama italiano, darà il volto a Clitennestra ed Elettra, madre e figlia. Sarà lei la protagonista dell'opera, e questo perché è Clitennestra l'eroina tragica di Eschilo. È lei il motore della trilogia. Clitennestra rappresenta la forza della parola, diviene personificazione della Persuasione. Solo quando Clitennestra si estingue nell'ombra compare Atena, con la nascita della ragione e della dialettica.Accanto a queste due figure di donne, vi è un altro eroe dell'Orestiade nel quale è impressa una complessità straordinaria: Oreste. Il suo è un personaggio moderno, di grande forza, determinato. Oreste non agisce solo per ordine divino o per affetto filiale, ma anche in consonanza con i fondamenti dell'etica eroica: il suo obiettivo è in primo luogo restaurare l'onore offeso di Agamennone. Un ruolo fondamentale è poi senza dubbio quello dei Cori: il Coro degli Anziani, in Agamennone, è la voce della città, degli uomini che non sono partiti per la guerra. Del popolo. Una comunità che, nel momento della morte di Agamennone, non sa come agire, non sa se intervenire. Solo alla fine del dramma, quando il Coro è minacciato fisicamente da Egisto e dalle sue guardie, reagisce: la forma del Potere sta cambiando e loro, i rappresentanti del popolo, cercano di resistere. La loro è una passività solo apparente, in quanto il loro confronto con la realtà, con i mutamenti della storia, è profondo e costante.Un ruolo "di parte" è invece quello del Coro in Coefore, composto dalle schiave che Agamennone ha portato con sé da Troia. Donne che non possono che condividere le ragioni di Oreste e di Elettra e gioire per la morte di Egisto e Clitennestra, nuovi tiranni di Argo. Il fascino di questi personaggi sta anche nel fatto che ognuno di loro abbia delle ragioni profonde con le quali giustificano le proprie azioni: Agamennone, Clitennestra, Oreste ed Egisto hanno tutti "validi motivi" per diventare assassini. Sopra queste ragioni personali, si erge però alla fine la Giustizia e il Tribunale istituito da Atena che abbatte il principio della vendetta personale e riporta tutti al principio che la punizione deve essere regolata dalla legge.


Come ha lavorato a Siracusa?


Benissimo. Ho trovato nel sovrintendente Fernando Balestra un leale e tenace compagno di viaggio, severo come un luterano e appassionato come un siciliano. Ho avuto in ogni reparto una collaborazione tecnico-organizzativa straordinaria. L'INDA, per la sua specificità, ha saputo costruire in questi ultimi anni una macchina teatrale modello per l'Italia e per l'estero.

Trama
Approfondimenti e interviste
Cast
Regia
Musiche
Traduzione
Spettacolo
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