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Orestiade, la musica
di Matteo D'Amico
La composizione delle
musiche per la trilogia di Eschilo giunge a coronamento di un cammino
intrapreso diversi anni fa insieme a Pietro Carriglio che, sia pure nella
molteplicità delle esperienze compiute, ha saputo delineare alcune linee guida
che identificano un possibile rapporto tra musica e testo. Innanzitutto la
costante ricerca di un livello "alto", nella parola come nella musica, ha
orientato spesso l'attività produttiva vero un teatro "di poesia", dove la
sfida della musica è quella non tanto di accompagnare il verso, ma di ergersi a
"doppio" di esso, con pari dignità e autonomia, fino a creare un suo credibile
e autosufficiente percorso parallelo. Questo ha permesso alla musica di
svilupparsi libera da ogni schema precostituito, spaziando attraverso i
linguaggi più disparati e creando una dialettica feconda tra antico e moderno,
tra riletture e slanci innovativi. Non meno rilevante è da considerarsi poi
l'uso "scenografico" degli strumenti e degli esecutori musicali, inseriti a
pieno titolo nella dinamica dello spettacolo, a volte, come nello Studio su Amleto a Gibellina, con una
loro collocazione "stereofonica", quasi a comporre musicalmente lo spazio
scenico.
Tutti
questi elementi tornano in maniera consapevole nella realizzazione dell'Orestea al Teatro Greco di Siracusa,
dove un gruppo di sette musicisti in scena (quattro sassofoni, un violoncello,
un set di percussioni e una fisarmonica) dà corpo a una ricca serie di
interventi musicali che si aprono a diverse suggestioni, dai canti di lavoro
del ricchissimo patrimonio folklorico siciliano, alle memorie della tradizione
gregoriana, a sua volta erede diretta della musica della antichità classica;
dai ripensamenti di una musicalità dai connotati "ancestrali", alla
visionarietà stilistica degli approfondimenti psicologici sui singoli
personaggi.
Il
suono inequivocabilmente moderno dei sassofoni si fa spesso, impastandosi con
quello delle percussioni, puro timbro evocatore della natura così come delle
più violente passioni umane, là dove invece l'elemento lirico è portato in
primo piano dal canto del violoncello, protagonista anomalo di un ensemble strumentale che, anche per la
sua importante collocazione scenica, diviene esso stesso "coro" della tragedia.
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