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INDA la stagione 2008 - Coefore: approfondimenti e interviste

Biagio Pace e le Coefore

Oreste, Pilade ed Elettra presso la tomba di Agamennone, cratere proveniente da Fusco, 380 a.C. Siracusa, Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi”.
Oreste, Pilade ed Elettra presso la tomba di Agamennone, cratere proveniente da Fusco, 380 a.C. Siracusa, Museo Archeologico Regionale "Paolo Orsi".

Oreste Forza s’oppone a forza, e diritto a diritto. Elettra Giustizia, o Dei, trionfi nel confitto! Corifea Odo le preci , e in me serpeggia un brivido. Da tempo attende il fato: giunga adesso invocato Eschilo, Coefore trad. Ettore Romagnoli


Nel 1921, proprio in occasione della messa in scena delle Coefore al Teatro Greco di Siracusa, l’archeologo Biagio Pace individua in un cratere a campana rinvenuto nella necropoli del Fusco una scena ispirata alle Coefore di Eschilo. Una “coincidenza”, questa, che racconta non solo l’intimo legame esistente tra teatro, archeologia e arti figurative, ma anche quale potere chiarificatore, persino illuminante, possa avere la rievocazione del genius loci. Così, restituendo al Teatro Greco di Siracusa una delle sue funzioni originarie, le Rappresentazioni Classiche hanno “ispirato” un grande archeologo del novecento (che negli anni ’30 sarebbe divenuto tra l’altro Presidente dell’Istituto) nell’ individuare, proprio tra le collezioni del Museo di Siracusa, una precisa scena di un dramma antico magistralmente dipinta con la tecnica a figure rosse. E’ lui stesso a testimoniarlo attraverso un contributo pubblicato l’anno successivo sul bollettino dell’Istituto.

Giuseppina Norcia


Le Coefore in un vaso del museo di Siracusa

di Biagio Pace
Tratto da “Rappresentazioni Classiche al Teatro greco di Siracusa, Bollettino del Comitato, Marzo 1922 pp 2-4


Il bel vaso qui riprodotto – un cratere a campana, come si dice nella nomenclatura archeologica – è entrato a far parte da qualche anno delle meravigliose collezioni del nostro Museo di Siracusa, restituito alla scienza e all’arte del suolo fecondo della necropoli del Fusco sapientemente frugato da quel grande e fortunato e infaticabile rivelatore che è Paolo Orsi. Il piccone dei suoi operai è ben quel fatidico piccone di cui il Pascoli poteva dire:

Anche più della vanga esso va a fondo Il buon piccone e fuga anche la morte E crea le memorie Che in fondo al cuore ha seppellito il mondo

Non v’è bisogno di indugiare a descrivere la scena, che il vaso reca nel suo lato nobile. Su di un altare dietro al quale spunta una colonna, siede una donna in colloqui con un giovane; un’altra donna con un ampio canestro sul capo, parla nel contempo con un altro giovane che l’ampio pétaso ci assicura giunto o partente per un lungo viaggio.

Non par dubbio che questo lungo colloquio si svolga intorno a un ragguardevole sepolcro: tale è il basso altare e la colonna, che non convengono, per assenza di attributi speciali ad un santuario. E questo sepolcro, intorno al quale stanno due giovani in abito da viaggio e due donzelle, di cui una regge un canestro con offerte per sacrifici, non può che essere quello del trucidato Agamennone. Possediamo infatti alcune pitture di vasi di composizione affine alla nostra, che l’iscrizione sul sepolcro di Agamennone ci assicurano riproduca l’incontro, sulla tomba del fratello assassinato, di Elettra col fratello Oreste, venuto col fido Pilade a consumar la vendetta.

Esse si ispirano alla tradizione diffusa dai grandi tragici e precisamente da Sofocle nella sua Elettra. In taluno Oreste seduto sulla venerabile tomba paterna discorre della vendetta con Pilade e dietro a loro appare una fanciulla, Cisotemide, un’altra figlia di Agamennone, recando un canestro per le libazioni. In tale altro Oreste e Pilade discorrono da un lato della tomba e dall’altro sopraggiungono Elettra con Crisotemide, inviata da Clitennestra a far libazione sulla tomba, riproducendo due momenti diversi dell’azione fusi insieme come spesso si vede nei monumenti delle arti figurative.
Altrove sembra che sulla tomba paterna Elettra sola pianga per avere appresso la falsa notizia della morte del fratello, mentre questi sta a lato del sepolcro col fido Pilade.

A differenza di queste rappresentazioni non sembra che la nostra pittura riproduca la medesima tradizione di Sofocle. In questa infatti si allude bensì a libazioni che Oreste e Pilade fanno sul sepolcro di Agamennone, ma Elettra con la sorella Crisotemide e il coro sopraggiungono in un momento posteriore: e quando fratello e sorella si incontrano, il motivo essenziale della scena è l’urna in cui si finge siano raccolte le ceneri di Oreste.
Né possiamo pensare che anche qui vi sia una rappresentazione di due momenti diversi della tragedia perché ciò è possibile nei vasi ricordati più su, ma non si può ammettere nel nostro, in cui è evidente che Oreste ed Elettra sono in colloquio. E’ nelle Coefore di Eschilo che invece, a mio parere, si deve ricercare il motivo della nostra pittura. Sulla tomba paterna, presente non solo il muto e devoto Pilade, ma anche il coro di donne libanti, fra Oreste ed Elettra si svolge quel drammatico dialogo al quale incitando alla vendetta, prende parte vivissima la Corifea; e questa appunto mi pare che debba riconoscersi nella portatrice di canestro, che con aspetto solenne sta presso la tomba; il piccolo oggetto bianco che essa tiene in mano si riferisce certamente alla libazione.
Il nostro vaso le cui figure nel colore rosso rispettato della creta, risaltano sullo sfondo coperto di quella vernice nera che è il segreto invidiato delle antiche ceramiche greche – appartiene con tutta probabilità ad una eccellente officina di Atene, della fine del V o dei principii del IV secolo avanti Cristo.

I dipinti delle ceramiche, riproducevano generalmente nell’antichità motivi e composizione di opere della grande arte; né solo nell’antichità: perché è noto che le maioliche cinquecentesche di Urbino s’ispirano allo stile e talvolta alla composizione di quadri di Raffaello. Da questa parentela con la grande pittura greca – di cui nulla ci è pervenuto direttamente – deriva la singolare importanza che i suoi dipinti hanno come documenti dell’arte ellenica.
Nel nostro vaso è possibile che il dipinto riproduca in certo modo un quadro o un rilievo scultoreo – e così parrebbe, dato il carattere “plastico” di tutta la composizione – che sarebbe stato fatto in occasione della rappresentazione delle Coefore. Non è da escludere perciò che esso ci conservi un’eco del rilievo o del quadro votivo che il corego – noi diremmo l’impresario e finanziatore dello spettacolo – o l’autore medesimo, avevano consacrato in memoria della rappresentazione e della vittoria nel concorso dionisiaco.
Non è senza emozione che nella luminosa primavera, in cui le Coefore ritornavano a purificare un gran popolo nel teatro siracusano, intravedevo e riconoscevo nelle vetrine del nostro Museo questo prezioso cimelio, il quale viene a prendere un posto d’onore nella serie di antichi monumenti figurati, che si ispirano al passionale e sanguinoso ciclo della Oresteide.

Trama
Approfondimenti e interviste
Cast
Regia
Musiche
Traduzione
Spettacolo
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