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Introduzione all’Orestea di Guido Paduano
I parte: Agamennone
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| Agamennone messo in scena a Siracusa nel 1914. |
Sul tetto della reggia di Argo, una sentinella collocata dalla regina Clitennestra, la "donna che ha volontà virile" (v.11), attende da un anno il segnale che annunci la fine vittoriosa della guerra di Troia e il ritorno del re Agamennone. Il segnale finalmente arriva, e la sentinella lo accoglie con gioia, ma l’affetto per il suo signore si mescola a una reticente preoccupazione su ciò che accade nella casa.
Entra il Coro, composto di vecchi Argivi, rievocando negli anapesti l’inizio della guerra: dieci anni prima, Agamennone e Menelao sono partiti alla testa dell’armata greca per vendicare il ratto di Elena, compiuto da Paride in violazione dei diritti dell’ospitalità, una privazione simile a quella degli avvoltoi cui hanno rubato nel nido i loro piccoli. La spedizione è voluta da Zeus nella sua specifica funzione di garante dell’ospitalità (Xenios). Loro, già vecchi dieci anni prima, sono rimasti malinconicamente in patria, e adesso si chiedono cosa significano i sacrifici che Clitennestra ha ordinato per tutta la città.
La parte lirica della parodo rievoca il presagio inaugurale della guerra: due aquile (simbolo delle regalità dei due figli di Atreo) sbranano una lepre gravida (simbolo della città di Troia e delle vite che essa contiene). Il presagio è dunque favorevole, ma Artemide, la dea che ama la natura e la vita in tutti gli animali, s’indigna per il "banchetto delle aquile" (v.137), e per dare via libera alla spedizione richiede, attraverso il profeta Calcante, il sacrificio della giovane figlia di Agamennone, Ifigenia: un atto che allontanerà per sempre l’animo di Clitennestra dal marito.
Prima della rievocazione del sacrificio il Coro invoca Zeus, che dopo le vicende e i conflitti della storia sacra governa il mondo sulla base della legge che "nella sofferenza sta la conoscenza" (v.177): è questa la "grazia violenta" (v.182) degli Dei. Quando i venti mandati da Artemide misero i Greci in una penosissima situazione, Agamennone si trovò a compiere una scelta fra due mali: o "tradire l’alleanza e lasciare la flotta" (vv.212-3), o contaminarsi con l’uccisione della sua primogenita, tradendo i valori dell’affetto familiare e delle dolci consuetudini del passato. La scelta con cui Agamennone "piegò la fronte al giogo della necessità" è definita "sacrilega, empia, impura" (vv.218-20). Le profezie di Calcante non sono vane (v.249); tuttavia il Coro si augura che possa prevalere il bene, secondo il ritornello che scandisce la parodo.
Entra Clitennestra a dare la grande notizia della vittoria, e la avvalora descrivendo minuziosamente il percorso del segnale luminoso partito dalla vetta dell’Ida. Descrive poi, con grande potenza immaginativa la città conquistata, temperando il trionfo con l’ammonimento ai vincitori di rispettare gli dei e i santuari dei vinti.
Il Coro canta la giusta vittoria di Zeus Xenios: essa mostra come gli dei non lascino impunita la colpa dell’uomo che la cattiva persuasione forza a fare il male; sono rievocate la colpa di Paride e la fuga di Elena, che lasciò dolore profondo a Menelao, ma anche dolore diffuso tra i Greci che piangono i loro cari morti in guerra; su chi è causa della morte di molte persone (polyktonoi, v.461) gli dei tengono il loro sguardo severo. Per sé il Coro si augura una prosperità modesta, senza essere né vinto né vincitore.
Giunge l’araldo di Agamennone, a salutare con affetto la patria e a celebrare con entusiasmo la vittoria, che anch’egli riporta alla giustizia di Zeus (ma i templi dei vinti sono stati distrutti!), e il ritorno del re vincitore; poi descrive gli infiniti disagi della guerra, e, dopo che Clitennestra lo ha incaricato di portare ad Agamennone il suo benvenuto, narra di una disastrosa tempesta che si è abbattuta sulla flotta greca: neppure di Menelao si hanno più notizie.
Il Coro adesso torna a cantare la colpa fatale di Elena, che portò a compimento il destino del suo nome (interpretato come "rovina delle navi"): la sua fuga portò a Troia sulle sue tracce i vendicatori dell’offesa fatta all’ospitalità. Come un cucciolo di leone sembra tenero e carezzevole prima di svelare la sua natura sanguinaria, così il fascino di Elena si tramutò in feroce rovina per i Troiani. Perché, in questo caso, come sempre, è stata la colpa a generare la rovina, non la prosperità in quanto tale, come per lo più si crede: è vero tuttavia che spesso i palazzi dorati sono insozzati dalle azioni degli uomini, mentre "la giustizia splende nei casolari fumosi" (vv.772-3).
Il Coro adesso si rivolge al reduce Agamennone, proponendosi di rendergli l’onore che gli spetta, senza l’ipocrisia così diffusa nei rapporti umani: ammette di avere avuto forti riserve sulla spedizione, ma ora prende atto che l’impresa è stata felicemente compiuta.
Agamennone saluta per prima cosa la città e gli dei, che hanno riconosciuto la ragione dei Greci e sono stati suoi alleati (metaitius, v.811) nella presa di Troia. Concorda sul fatto che è rara la vera amicizia, priva di invidia: lui stesso ha avuto soltanto Odisseo come vero amico.
Parla ora Clitennestra, dichiarando senza nessun ritegno l’amore per lo sposo e l’infelicità della sua esistenza senza di lui, esposta alle false notizie della sua morte, che l’hanno più volte portata alla disperazione. Dopo avergli detto che il loro figlio Oreste è stato mandato nella Focide, perché il clima politico di Argo è stato giudicato insicuro, nell’ipotesi di una sconfitta di Agamennone, Clitennestra fa esplodere la sua gioia, che è quella di chi ritrova "il cane da guardia del gregge, la gomena che assicura la nave, la colonna che sostiene il tetto, il figlio unico per il padre, la terra che appare insperata ai naviganti, la luce dolcissima dopo la tempesta, l’acqua di fonte per il viandante assetato" (vv.896-901). Invita infine Agamennone a scendere dal carro e ad entrare in casa camminando sul prezioso tappeto di porpora che lei gli ha apprestato. Il colore suggerisce una parentela simbolica col sangue, e l’assicurazione di Clitennestra, che "il resto lo sistemerà secondo giustizia un pensiero che non dorme" (vv.912-3) ha addirittura un doppio livello di ironia tragica: allude naturalmente all’assassinio che lei stessa sta tramando, ma un termine generico come "il resto" si estende minacciosamente nel tempo, fino a includere, oltre il sapere di Clitennestra, la vendetta che colpirà lei stessa.
Agamennone rifiuta l’invito: il tappeto di porpora è un onore adatto agli Dei, e lo spreco, anche simbolico, di ricchezza che esso comporta susciterebbe il biasimo della collettività. Clitennestra insiste, e Agamennone, pur non persuaso, la compiace, togliendosi tuttavia i calzari prima di calpestare la porpora, e raccomandando a Clitennestra di accogliere benevolmente Cassandra, la profetessa che l’esercito gli ha assegnato come preda di guerra.
Dopo che il Coro ha cantato il suo triste presentimento, sentendo risuonare dentro di sé il lugubre canto delle Erinni (vv.990-1), torna Clitennestra per esortare Cassandra a entrare nel palazzo: Cassandra tace ostinatamente, e solo quando la regina è uscita intona un canto disperato: accusa Apollo (il cui nome viene interpretato come "colui che distrugge") di averla mandata a una casa che è "un mattatoio di uomini" (v.1091) Poi nei suoi lamenti trascorre un’immagine del passato, quella dei figli di Tieste uccisi e dati in pasto al padre da Atreo, il padre di Agamennone; poi quella di una donna che uccide il marito nel bagno tendendogli "una rete di morte" (v.1115). Anche lei stessa, Cassandra, così come è morta ineluttabilmente la sua città, sarà vittima di una scure.
Solo quest’ultimo punto è chiaro ai vecchi del Coro, ma adesso Cassandra passa a profetizzare nel linguaggio aperto e razionale dei trimetri giambici: spiega al Coro che Apollo, innamorato di lei, le ha concesso il dono della profezia, ma per punirla di aver rifiutato il suo amore ha fatto sì che le sue profezie restassero inascoltate. Poi ricorda il destino coerente e sistematico della casa degli Atridi, a partire dalla prima colpa, quella di Tieste: come Paride, egli violò il letto di un altro uomo, di Atreo, che si vendicò con l’orribile banchetto. Anche il letto di Agamennone è stato violato in sua assenza da Egisto, l’altro figlio di Tieste, che mira a vendicare il padre e i fratelli.
Infine, Cassandra si strappa di dosso le insegne della sua funzione profetica che non sono in grado di controbattere il male; ma prima di accettare la fine che le incombe vaticina che la morte di Agamennone, e anche la sua, saranno vendicate: Clitennestra ed Egisto verranno uccisi da Oreste.
Colpito, il Coro commenta le vicende degli Atridi come emblematiche del rovesciamento della felicità umana, poi, ascoltando in lontanaza il grido di Agamennone colpito a morte, la sua voce si frantuma in quelle dei singoli coreuti, che nel loro dissenso sul che fare testimoniano tristemente la comune impotenza.
Torna infatti in scena Clitennestra, a vantare l’omicido compiuto come opera giusta (v.1406), ma prima ancora a giustificare la frode del falso amore prima pubblicamente manifestato come il solo modo per avere la meglio sul suo nemico. Racconta le modalità dell’assassinio, godendo del sangue versato, "come gode della rugiada di Zeus il germoglio in fiore delle spighe" (vv.1391-2). Al Coro che la minaccia dell’esilio, Clitennestra rinfaccia di non essersi opposto alla morte di Ifgenia, e li sfida a contrastarla sul piano della forza: dalla sua sta Egisto. Aggiunge parole di disprezzo per la morta Cassandra, con ciò accusando a sua volta Agamennone di infedeltà (già nell’Iliade 1.113-5 Agamennone dichiarava di preferire a Clitennestra la schiava di guerra Criseide).
Il Coro equipara Clitennestra alla sorella Elena, causa di tante sciagure, e chiama in causa il demone degli Atridi che opera attraverso le due donne; in risposta Clitennestra, come già Cassandra, estende l’azione del demone fino alla cena di Tieste: è l’alastor punitore di quell’orribile fatto che ha assunto se sembianze della moglie di Agamennone. Il Coro si preoccupa di negare che Clitennestra possa per questa via essere esentata dalla responsabilità dei suoi atti, concedendo peraltro che l’alastor possa essere stato suo complice; poi, sgomento e confuso, si chiede chi potrà rendere gli onori funebri ad Agamennone, visto che lo hanno ucciso i suoi philoi, e Clitennestra ha una terribile risposta: sarà sua figlia Ifigenia ad accoglierlo affettuosamente nell’Ade.
Ma se Agamennone – insiste il Coro – è morto in ossequio al principio che "chi ha fatto del male lo patisce" (v.1564), chi potrà arrestare la catena dei delitti fra consanguinei? Un compromesso col demone, risponde Clitennestra: pur che si arresti qui la sua azione, è pronta ad accontentarsi di "una piccola parte di questi beni", nella stessa ottica riduttiva espressa precedentemente dal Coro (vv.1008-14). Ma la violenza del dialogo è estremizzata dall’arrivo di Egisto, che celebra trionfalmente la sua vittoria e la sua giustizia, la realizzazione cioè della maledizione che Tieste lanciò agli Atridi nell’orribile cena. Il Coro lo rintuzza duramente, accusandolo di vigliaccheria per non avere partecipato alla guerra e non aver neppure compiuto di persona l’assassinio, e lo minaccia della vendetta di Oreste. Egisto ribatte con violenza tirannica, ma Clitennestra smorza il conflitto: "c’è già abbastanza dolore" (v.1656).
Agamennone rappresenta in forma complessa e sontuosa il grande tema della distruzione di un uomo, un eroe omerico, sviscerandolo nella pluralità delle sue motivazioni. Prima di tutto, Agamennone è il figlio di Atreo, e grazie al principio della solidarietà del ghenos deve rispondere del crimine che suo padre ha compiuto contro il fratello, e non ha espiato: è vero che questo crimine ripagava e puniva il crimine di Tieste, ma a parte il fatto che l’orrore della vendetta è stato inaudito e proverbiale, la norma interpretativa che Eschilo adotta per la faida è che ogni gesto di essa ha una doppia valenza: è sempre legittimato o addirittura doveroso come risposta; è sempre ingiustificabile in sé, e come tale si proietta nel futuro, reclamando una risposta-punizione che avrà le sue stesse caratteristiche, e costruendo così una catena potenzialmente estesa all’infinito. La fase tiestea della saga entra a costruire la vicenda viva della tragedia attraverso la straordinaria rappresentazione della profezia di Cassandra, per la quale passato, presente e futuro sono dotati della stessa attualità esperienziale, ottenendo come risultato il paradosso che il tempo religioso, fermo o ciclico, acquista valenze drammatiche per la sua capacità di occupare il presente con le visioni e le fobie.
Ma a differenza di Eteocle, Agamennone paga anche colpe sue proprie, che vengono esplorate nelle pieghe di una concezione ambigua della guerra, quella che già si proponeva come dilemma al Pelasgo delle Supplici, e che Eschilo sa leggere anche sotto il mito superficiale della vittoria: la guerra di Troia è sacrosanta perchè conforme ai valori rappresentati da Zeus Xenios (come quella contro gli Egizi era conforme alla funzione parallela, e addirittura in parte sovrapponibile, di Zeus Aphiktor), ma contemporaneamente è fonte di lutti e angosce che costituiscono un peso e una responsabilizzazione sociale insopportabile, al punto che la stessa nobiltà delle motivazioni ne viene erosa. Infatti il rischio di "insanguinare la pianura a causa di donne" (Supplici 477) si colora nell’Agamennone di una connotazione ostile, anche sotto l’influsso dell’Achille iliadico (9.327), quando parla dei morti "per la donna di un altro" (448-9), e per di più una donna spregevole, oggetto di insistite condanne. Inoltre, la mitologia dell’aretè si tinge di nero nella distruzione dei templi di Troia (la stessa trasgressione dei Persiani di Serse!), nelle sofferenze quotidiane della guerra che inficiano ex ante la vittoria, nel naufragio che la vanifica ex post, come lampeggiava già da alcune situazioni nell’Odissea.
Ma ciò che qualifica in senso tragico l’esperienza di Agamennone è naturalmente il fatto che l’atrocità sociale della guerra, attraverso la condanna di Artemide, si tramuta per lui in atrocità personale e familiare, rompendo una volta per tutte i legami primari dell’affettività.
Come la profezia di Cassandra, la splendida parodo riporta all’attualità il passato, ma stavolta il passato individuale, fissando così la sua natura indimenticabile, decisiva e fondante per l’evento centrale della tragedia. Eschilo non pone alla base dell’ira di Artemide una trasgressione specifica di Agamennone, che secondo una leggenda registrata nell’Elettra di Sofocle (vv.566-72), avrebbe ucciso un cervo sacro alla dea; ma questa scelta drammaturgica non implica affatto una deresponsabilizzazione del protagonista, quanto al contrario sostituisce alla colpa accidentale quella essenziale di farsi polyktonos, uccisore di molte persone. Necessaria alla guerra e dunque al piano di Zeus Xenios contro Paride e i Troiani, l’uccisione di Ifigenia richiede comunque un’altra scelta e un’altra colpa di Agamennone: sul piano delle relazioni umane è infatti arbitrario sostenere che un comportamento diverso fosse impossibile, come lo sosterrà l’Agamennone dell’Ifigenia in Aulide euripidea, al termine di un percorso travagliato che mette in luce non la prava volontà, ma l’irrimediabile debolezza dell’eroe, che in Euripide può essere così definito soltanto ironicamente. Ma qualcosa di non molto diverso lascia intravvedere l’Agamennone di Eschilo, che a sacrificare Ifigenia arriva cambiando la propria posizione (metegno, v.221), e che anche nel dialogo con Clitennestra a proposito del tappeto di porpora non riesce a sostenere fino in fondo un’opinione giusta e saggia. S’intende bene che, per quanto perdente, essa gli assicura la simpatia dello spettatore, e tanto meno si può dire che calpestando la porpora egli commetta l’atto di hybris che giustifica definitivamente la sua rovina: l’hybris, eccesso di affermazione e di volontà, non appartiene ad Agamennone (che deve piuttosto rispondere del suo contrario), ma alla sua antagonista, Clitennestra: le appartiene già subito, con la cifra di una caratterizzazione complessiva, quando di lei si dice che usurpa la dimensione e gli atteggiamenti della virilità.
Clitennestra rappresenta non solo un momento di eccezionale caratterizzazione in Eschilo, ma l’ancora più eccezionale esperienza di un personaggio moralmente negativo che, contro la prescrizione di Aristotele, Poetica 1454 a 17, accentra su di sé l’attenzione dello spettatore, anziché limitarsi a fornire un contraltare funzionale agli eroi positivi. Inoltre, mentre la negatività morale di Serse dipendeva da un difetto conoscitivo, secondo uno schema intellettualistico che verrà esplicitato e perfezionato da Socrate, ciò che fa di Clitennestra una gigantesca ipostasi del male è il dominio consapevole di sè e degli altri, e l’alleanza funzionale delle energie umane, passione e ragione: in questo le terrà dietro una donna che le somiglia, ma nei cui confronti è libera di esercitarsi la simpatia, pure sgomenta, dello spettatore, Medea di Euripide. È la ragione, cioè l’inganno astuto, che permette a Clitennestra non solo di soddisfare la sua passione, l’odio irriducibile nato in lei dall’amore materno, ma, prima ancora, di esprimerla superando ogni divieto sociale: fingendo infatti l’amore di una sposa devota, Clitennestra comunica un linguaggio dove è autentica, col segno cambiato, la magnitudine assoluta dell’emozione. È vero che ha pianto, sperato e temuto, ma ha sperato ciò che dice di aver temuto, la morte di Agamennone accarezzata già prima di realizzarla, con la medesima voluttà.
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