L’Orestea secondo Pasolini: l’utopia di una sintesi di Massimo Fusillo
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| INDA 1960. Una scena dell’Orestiade al Teatro Greco di Siracusa, traduzione di Pier Paolo Pasolini, regia di Vittorio Gassman e Luciano Lucignani |
La traduzione in versi dell’Orestea di Eschilo rappresentò nel 1959 il primo approccio pubblico di Pasolini al dramma greco, proprio nel periodo che vide la sua 'conversione' al cinema e il suo esordio come regista (Accattone uscì infatti nel 1961). Nel programma dello spettacolo di Gassmann compare una Nota del traduttore che rappresenta un buon punto di partenza per affrontare l'interpretazione pasoliniana della trilogia di Eschilo. «Il significato delle tragedie di Oreste è solo, esclusivamente, politico»: la perentorietà di questa affermazione un po' provocatoria avrà senz'altro sconcertato molti lettori della Nota, soprattutto perché nel 1960 dominava ancora una visione classicistica e idealistica dell'antichità. Le righe successive dimostrano comunque come questa definizione non implicasse affatto quello schematismo e quelle forzature che spesso si associano alle interpretazioni marxiste della letteratura. Pasolini considera i personaggi di Eschilo degli «strumenti per esprimere scenicamente una ideologia», ma riconosce esplicitamente che restano delle «figure umanamente piene, contraddittorie, ricche, potentemente indefinite»: uno dei tratti più significativi del teatro eschileo è proprio questa sinergia tra una forte carica ideologica ed un'altrettanto forte ricchezza scenica.
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