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INDA la stagione 2007

Nota sulla traduzione di Trachinie
di Salvatore Nicosia

Salvatore Nicosia, traduttore delle Trachinie
Salvatore Nicosia, traduttore delle Trachinie

La traduzione delle Trachinie realizzata per l’Istituto Nazionale del Dramma Antico, sacrifica talvolta il rigore strettamente filologico alle esigenze della recitazione e della comunicazione scenica. In qualche caso essa accoglie le proposte avanzate, con sensibilità teatrale, dal regista Walter Pagliaro. La resa verso per verso è una scelta di adesione all’originale, non di poesia. Dal testo greco di riferimento, quello oxoniense di H. Lloyd-Jones e N. G. Wilson, si discosta in più punti.

Sulle Trachinie hanno pesato per lungo tempo, impedendone la giusta valutazione, una serie di pregiudizi: la tragedia ha una struttura “a dittico”, con due protagonisti, quasi due diverse tragedie accostate, quella di Deianira (vv. 1-970) e quella di Eracle (vv. 971-1278); i due protagonisti, dal cui contrasto più dovrebbe scaturire la dinamica tragica, non si incontrano mai, e l’una si è già suicidata quando l’altro si presenta sulla scena; debolezze strutturali e incongruenze interne non appaiono conciliabili con l’alto livello delle creazioni sofoclee: sicché, in assenza di elementi probanti per la cronologia, si è invocata, a giustificazione di tali difetti, o l’inesperienza giovanile o lo svigorimento senile, quando non si è addirittura negata decisamente la paternità sofoclea, magari attribuendo l’informe prodotto al figlio Iofonte (non si capisce poi perché), come faceva August Wilhelm Schlegel.

Oggi non c’è studioso che si sentirebbe di ripetere giudizi del genere, e non c’è spettatore o lettore che non sia disposto a riconoscere, libero da pregiudizi formali, la forza e l’intensità del dramma di Deianira e di Eracle.

Della straordinaria vicenda – umana e divina – di Eracle, l’eroe greco più popolare, più raffigurato dagli artisti, certo fra i prediletti dagli autori di teatro (tragici e comici), le Trachinie portano sulla scena la fase suprema, quella della morte.

Ancora nel pieno della sua vitalità, l’eroe ha già compiuto, viaggiando nell’arco di dodici anni per terra e per mare, da un capo all’altro del mondo conosciuto, le imprese che lo hanno reso famoso; ed ora, reduce dall’ultima di esse (la distruzione della città di Ecalia), si prepara a ritornare dalla moglie Deianira che allevando i suoi figli per tanti anni lo ha atteso in angosciosa solitudine. Del bottino di guerra che precede l’arrivo dell’eroe, fermatosi in una vicina località a fare sacrifici di ringraziamento a Zeus suo padre, fa parte anche una schiera di prigioniere, fra le quali spicca la giovane Iole, figlia del re della città distrutta, che Eracle pensa di riservare a sé imponendone alla moglie la presenza in casa. Nel tentativo di riconquistare il vacillante amore del marito, Deianira si risolve, fra molte incertezze, a far ricorso ad un filtro d’amore datole tanto tempo prima dal centauro Nesso, quando, colpito a morte dalle frecce avvelenate di Eracle, l’aveva convinta che il sangue sgorgato dalla sua mortale ferita avrebbe avuto il potere di distogliere il suo uomo da qualsiasi amore altrove indirizzato. Ma la tunica intrisa di quel sangue e inviata ad Eracle si rivela fatale: per effetto dei raggi del sole gli si attacca alle carni, lo stringe in una morsa inestricabile, gli corrode il corpo. Quando, in preda ad atroci sofferenze, giunge a casa portato su una lettiga, Deianira, consapevole del proprio errore, si è già uccisa nella stanza nuziale. E tra urla e femminei lamenti Eracle prende consapevolezza che l’antico oracolo che fissava proprio in quel periodo o la sua morte o la fine dei travagli, poneva in realtà non una alternativa, ma una sola univoca indicazione: morte e fine dei travagli erano la stessa cosa. Nell’impossibilità di vendicarsi della moglie, come pure vorrebbe, con tutta la ferocia di cui è ancora capace, Eracle dà al figlio Illo le sue ultime perentorie, brutali disposizioni: lui dovrà sposerà Iole, la donna che si è giaciuta al suo fianco, e dovrà accompagnare il padre sul monte Eta sacro a Zeus, dove l’eroe sarà bruciato, ancora vivo, su una pira. Padre, figlio, accompagnatori e coro si avviano così in mesta funerea processione verso il monte Eta, dove Eracle, recuperando la sua sovrumana capacità di controllare il dolore, troverà la fine dei suoi tormenti di ora, e dei suoi travagli di sempre.

Questa è la storia di Eracle e di Deianira nella elaborazione drammaturgica che ne ha fatto Sofocle apportando qualche variazione ad una trama mitica già saldamente consolidata prima di lui. 

L’opera si sottrae ad ogni tentativo di definirne il senso in una qualsiasi formula stereotipata (per es. “tragedia della gelosia”), che apparirà immediatamente semplicistica e inadeguata a coglierne la problematica complessità. Certamente, si ha a che fare con una tragica vicenda d’amore coniugale, ma sui generis, squilibrato e asimmetrico, quale può intercorrere fra due persone diversissime e incommensurabili: da un lato la mite, remissiva e domestica Deianira (Sofocle ha accentuato questi tratti evitando qualsiasi riferimento ad una Deianira eroina e guerriera, di cui pure rimane memoria nella tradizione mitografica), dall’altro il rude e brutale Eracle, sempre lontano da casa, protagonista di imprese eroiche e certo non sfiorato da altra dimensione dell’eros al di là di quella sessuale e procreativa. Il tentativo di Deianira di ricomporre l’instabile equilibrio della propria vita amorosa facendo ricorso ad uno strumento tipicamente femminile come la pratica magica, si risolve in una catastrofe che condanna Eracle ad una morte atroce e la stessa protagonista alla violenta soppressione di sé. Entrambi sono, in forme diverse, vittime dell’amore frustrato e unilaterale di Deianira, e di quello sbrigativo e irriguardoso di Eracle: di quell’Eros di cui il coro nel secondo stasimo e la stessa Deianira  nei vv. 441-9 esaltano l’incontrastato dominio esercitato su tutti gli esseri umani e su tutti gli dèi.

A conferire unità e compattezza all’intera trama è la figura di Eracle. Tutta la prima parte (la tragedia di Deianira) è dominata dalla presenza dell’eroe, non materialmente sulla scena ma nell’angoscia della sposa, nella preoccupazione della nutrice e del figlio, nella memoria delle sue imprese, nell’attesa di tutta la casa, nel racconto delle sue tappe di avvicinamento verso la meta, nei sentimenti di ansia e di gioia del coro, e soprattutto nell’irruzione sulla scena, prima ancora che arrivi l’eroe trionfatore, del bottino di guerra che comprende una schiera di prigioniere, e fra esse l’inquietante e silenziosa Iole. Tutto è funzionale alla definizione delle condizioni di vita, degli eventi e del processo psicologico al cui interno matura la fatale decisione di usare il sangue di Nesso come antidoto al disamore, e costituisce perciò la premessa della fine di Eracle. Nella seconda  parte la presenza prima impalpabile dell’eroe si materializza, diventa corpo martoriato e corroso dal veleno, urla strazianti, lamentazioni femminee, inaudita sconfitta, sconvolgimento di un abituale assetto di vittoria e di trionfi, e infine virile e coraggiosa accettazione del destino di morte.

Ed è proprio la morte di Eracle il nucleo drammaturgico di tutta l’opera, l’evento attorno al quale si aggregano i significati più profondi del dramma. Eroe culturale e civilizzatore, Eracle ha trascorso tutta la sua vita in una lotta incessante contro i mostri: ha, in un certo senso, proseguito con le sue fatiche l’opera del padre Zeus, eliminando i residui di quel mondo di creature mostruose e  ancestrali su cui il re degli uomini e degli dèi ha affermato il proprio dominio instaurando il cosmos sul caos primigenio. Ma quel mondo primordiale, sconfitto e superato, mostra ancora la sua distruttiva vitalità, e a resuscitarlo non è Eracle, che pure di esso conserva alcuni tratti di violenza e di barbarie, ma proprio la mite Deianira, quanto di più distante da esso si possa immaginare: per decenni conserva con cura il sangue del Centauro, si convince ad un certo punto che è arrivato il momento di utilizzarlo, e provoca la morte di Eracle fra i dolori più strazianti. Il sangue avvelenato ha percorso un paradossale circuito: formatosi nel corpo dell’Idra è passato ad Eracle, da questo a Nesso, da Nesso morente a Deianira e da questa è ritornato ad Eracle, che ne sperimenta a sua volta, sul proprio corpo, la micidiale potenza. Si avvera così l’oracolo di Zeus che aveva predetto al proprio figlio che sarebbe morto non per mano di un vivente, ma di un defunto. Contro ogni principio regolatore della vita umana, contro ogni legge esistenziale, il passato distrugge il presente, i morti uccidono i vivi e il mondo sconfitto sconfigge quello dominante.

Se l’oracolo concernente la morte ad opera di un morto ha reso inerme Eracle di fronte al pericolo mortale, impedendogli di stornarlo, e quindi vanificando la sua invincibilità, un altro oracolo, anch’esso proveniente da Zeus, si è addirittura preso beffa di lui ricorrendo alla consueta ambiguità semantica. Attraverso la quercia di Dodona, Zeus ha posto un preciso discrimine nella vita dell’eroe, e un esito fatale delle sue fatiche: quindici mesi dopo aver intrapreso l’ultima, il suo destino si presenterà a lui in forma di alternativa radicale: o la morte, o una vita ormai libera dagli affanni e dai travagli. Ed Eracle si è illuso che la “liberazione” (lysis) dai “travagli” (pónoi, móchthoi) si riferisse alle “fatiche” (anch’esse pónoi, móchthoi) da lui affrontate nel suo ruolo di purificatore del mondo; e invece l’oracolo si esprimeva nei termini di quella consolidata concezione, non soltanto greca, che riduce la vita umana sostanzialmente a pónos, a móchthos. La liberazione dai travagli altro non era, dunque, che una liberazione dalla vita.

La vicenda personale di Eracle e Deianira ha perso così i suoi connotati particolari per disciogliersi in una concezione generale della vita che vede gli uomini vittime di disegni imperscrutabili e condannati a constatare il proprio fallimento. Deianira, convinta di poter recuperare l’amore del marito con mezzi magici, e di sopperire in questo modo alla debole attrattiva esercitata da una giovinezza declinante, provoca la morte di Eracle e al tempo stesso la propria; Illo vede morire entrambi i genitori, ed è costretto a sottostare al ricatto affettivo del padre sposando Iole, ai suoi occhi causa prima di ciò che è accaduto; Lica ha pagato con una morte orribile la sua complice fedeltà ad Eracle. Il destino più inspiegabile e assurdo è proprio quello dell’eroe benefattore: a nulla gli è valsa la filiazione da Zeus, a nulla i benefici elargiti all’umanità intera, a nulla la liberazione di interi territori da pericoli devastanti. Eracle è stato ingannato dagli oracoli, ripagato con inaudite sofferenze, e condannato a sfuggire solo attraverso il fuoco del rogo alla terribile corrosione del corpo provocatagli dalla tunica.

Impossibile ricavare da tutti questi eventi, e da questi destini, un disegno diverso da quello che condanna l’uomo all’ignoranza della propria sorte (“chi fa affidamento su due o più giorni è uno stolto”), alla sofferenza e all’infelicità, a prescindere da qualsiasi rapporto con una colpa specifica. Sofocle ha evitato consapevolmente di fare il benché minimo riferimento alla apoteosi di Eracle, alla sua assunzione nel regno del padre Zeus, già elaborata nel mito presofocleo. L’apertura di uno spiraglio verso l’assunzione al cielo, per esempio in risposta alle molte recriminazioni di Eracle sulla propria sorte ingiusta e immeritata, avrebbe conferito senso all’intera vicenda dell’eroe, giustificando sofferenze e morte prematura come lo scotto da pagare per il conseguimento di una più alta finalità, configurando la combustione sul rogo come lo strumento attraverso cui viene bruciata, come in altri miti, la parte caduca di una creatura che reca in sé, in quanto figlio di un dio ma anche di una donna mortale, le stimmate della mortalità. Con il rifiuto della soluzione mitica tradizionale, la prospettiva dell’intera vicenda muta di segno, e si immette nella dimensione dell’inspiegabile e dell’assurdo. La morte per fuoco è soltanto il mezzo per porre termine, in una sorta di eutanasia, a tormenti ancora più atroci della stessa morte, lo scarto fra le benemerenze di Eracle grande benefattore dell’umanità e le sue intollerabili sofferenze appare incolmabile e ingiustificabile, la morte prematura viene vissuta come una punizione del tutto immeritata.

Questo grumo di drammi individuali, di errori, di inganni e di risentimenti si sarebbe illuminato di una luce diversa se solo Sofocle non avesse voluto mutilare il mito di una parte importante, e se il dato tradizionale dell’apoteosi fosse entrato in qualche modo in gioco, o almeno richiamato alla consapevolezza dello spettatore. Se il poeta ha deliberatamente evitato di farlo, ciò è accaduto perché voleva dare alla sua opera proprio il senso che a noi sembra che essa abbia: l’espressione di una cupa visione della vita umana in balia di forze che la dominano senza rendere ragione del dolore e della infelicità degli uomini. Illo, che è l’unico sopravvissuto in tanta rovina, e avrà il compito di ricostruire la famiglia sulle macerie di quella preesistente, esplode perciò, nella chiusa della tragedia, in un violento atto di accusa nei confronti della divinità; e il coro, pronunziando la parola definitiva (E tutto questo è opera di Zeus), sembra volerne attenuare il tono e la carica polemica, ma non la sostanza di una visione che riconduce a Zeus il governo di tutti gli accadimenti, anche delle “strane, tremende morti” e delle “inaudite sofferenze” cui il coro e gli spettatori hanno assistito. 

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