Con la messa in scena di Trachinie per la stagione INDA 2007 ritorni per la quarta volta al Teatro greco di Siracusa. Che relazione senti di avere con il dramma antico? Con il teatro antico ho un rapporto un po’ segreto, perché contiene dei dati fondamentali per la crescita umana. Ci sono dei grandi pilastri, sia per quanto riguarda l’essere umano, sia per quanto riguarda la letteratura teatrale: tutto quello che è venuto dopo ha fatto riferimento a questo. Poter sfiorare in alcuni momenti della mia vita questa drammaturgia, mi mette in comunicazione con qualcosa di misterioso e di sublime; e ogni volta che comincio un viaggio dentro questi testi mi sento “a casa mia”. Contemporaneamente, c’è la paura di non dare a ogni cosa il valore che merita. Questi grandi drammaturghi ateniesi erano in grado di concentrare tutto in 1200 versi, in maniera folgorante. Noi non abbiamo la stessa capacità di sintesi. Vorrei riflettere con te proprio sulla concentrazione e sulla sintesi in relazione al modo in cui hai costruito il coro. Spesso accade che gli elementi corali vengano tagliati o sintetizzati, soprattutto nei teatri al chiuso, in un unico interprete, un corifeo. Cosa ne pensi? Il rapporto con la coralità è essenziale, stiamo cercando di realizzare frammenti polifonici, un intersecarsi continuo di recitazione e di canto perché il coro era sostanzialmente questo. Ma l’obiettivo non è quello di compiere una operazione filologica. Dal mio punto di vista, il coro ha la funzione di fare riflettere lo spettatore su ciò che ha visto e di prepararlo all’atmosfera dell’episodio che seguirà. Quindi, in generale, è una cerniera fantastica e insieme permette di dilatare il tempo. Proprio perché nella tragedia avviene tutto in modo folgorante - succede tutto dalla vita alla morte nel giro di due ore e nell’unità di tempo di una giornata - il coro ha una funzione di astrazione, serve a fermare il tempo per un certo numero di minuti o di ore nel corso di questo giorno fatale. E in quelle ore avvengono tante cose, il ripensamento di un personaggio, la contaminazione o la morte di un altro …. C’è una rhesis intorno al verso 450 in cui Deianira fa un grande discorso sull’eros e sulla tolleranza; come se tentasse di essere una donna colta, evoluta, e accogliere in casa Iole, l’amante, l’ultima conquista di Eracle. Almeno, la sua ragione viaggia ancora in questa direzione. Poi c’è un coro in mezzo che parla di Eros, di Afrodite e che corrisponde in realtà a quello che lei sta pensando, che sta rimuginando in quel momento. Quando – terminato lo stasimo – torna fuori dal palazzo, Deianira è cambiata, ha ripescato dal suo passato quel momento fatale in cui il centauro Nesso, ucciso da Eracle, le ha consegnato il veleno, il liquido magico con cui ucciderà il marito. Tutto accade in questi momenti di stasi, in questi stasimi appunto. Se li riduci o li accorci contrai in maniera nevrotica questo tempo che è già un tempo immaginario, sintetico. Mentre il coro riflette, Deianira si uccide e Eracle si incendia con la tunica che le ha mandato Deianira. Rallentare questo tempo produce tanti pensieri. Questo è il lavoro che sto facendo - aldilà del canto e dell’elemento mimico del coro che è strutturale alla sua forma - per creare questa ipnosi e far si che il pubblico sia distratto dal movimento delle lancette dell’orologio. Accade un travaglio nel frattempo, e accade fuori scena. Qual è, secondo te, il nucleo drammatico di questa tragedia? Protagonista assoluto è l’eros come forza che sconvolge e di cui non si può fare a meno. Non a caso, Afrodite è una divinità che precede Zeus, è una forza che va indietro nei millenni, alla radice dell’uomo. Molto prima di Freud, era stata compresa la centralità di questa molla, di questa energia: degli effetti di questa energia è privata Deianira, che ne sente la mancanza, una struggente lacerante mancanza. Apparentemente ci può sembrare che tutto accada perché il marito Eracle manca da 15 mesi, ma è lecito domandarsi se questo sia vero o no… Sembra, piuttosto, che Deianira si riferisca ad altro, a qualcosa di molto più radicato e misterioso nella sua vita. Deianira è un personaggio duplice. È una donna straordinariamente colta. Antigone ha la cultura della natura, Elettra ha la cultura del diritto, della sofferenza, del dolore, Deianira è colta in assoluto, è una donna-filosofa, e dice cose sconvolgenti: che la vita è verità, e che importante sapere le cose piuttosto che non saperle. In una società ipocrita come la nostra, in cui si preferisce non sapere perché il non sapere ci consente di vivere nella superficialità, lei è portatrice di un messaggio profondo. È una donna che dialetticamente è in grado di scoprire il valore del pensiero e della verifica, della esperienza, della peira. Le cose sono dette e poi vanno sperimentate: c’è un cammino per questa donna che apparentemente è una madre di famiglia, dotata anche di virtù domestiche, e che contemporaneamente sente questo lacerante vuoto, questa mancanza. Qual è il punto di non ritorno in questo cammino fatale di Deianira? C’è una parte centrale della tragedia che è l’incontro con il Messaggero e con Lica, l’araldo di Eracle che entra in scena con le deportate. In realtà, questi due personaggi importantissimi sono due aspetti, due immagini di Dioniso. E quindi anche del gran teatro, del carrozzone del teatro, del teatro in quanto follia. Sono come due maschere di un carro di Tespi un po’ scalcinato, arrogante, scomposto, quasi circense. E questa contaminazione nella vita equilibrata di Deianira, quella donna che ha vissuto tutta la vita nell’interno della casa (come viveva d’altra parte la donna ateniese del V secolo a.C.), fa si che varchi a un certo punto con un po’ di coraggio questa soglia, laceri il confine che la divide da un mondo oscuro e che non le era stato possibile affrontare. Quando entrano in scena i due messaggeri che le raccontano tante storie contrastanti, lei comincia a nutrire dei sospetti. Lica le invade la casa con queste donne, con Iole, poi il Messaggero smentisce quanto le ha detto Lica precedentemente… Questi due loschi figuri potrebbero essere due personaggi da niente e invece sono due protagonisti assoluti, ubriacano Deianira, la portano al degrado. Dopo averli incontrati, Deianira va in tilt e il suo mondo equilibrato si infrange. Rientra in scena come squassata dal vento che la porta avanti e indietro. Il contagio sta camminando, e raggiunge il suo apice quando consegna a Lica la tunica avvelenata per Eracle. Come hai immaginato, anche dal punto di vista scenico, questa donna che vive tutta la sua vita in eterna repressione? Noi abbiamo immaginato che lei sia separata - anche scenicamente - da questo mondo accidentato, sconnesso e periglioso che sta davanti alla casa ordinata e tranquilla in cui vive. A un certo punto è come se lei recidesse una barriera ed entrasse nella regione fangosa, limacciosa, che le si presenta davanti; e man mano inizia il cammino in questo luogo un po’ dissestato, cinereo della scena, quasi un’isola dei morti. Qui scopriamo che Deianira ha vissuto per tanti anni in compagnia di alcuni incubi (non c’è bisogno di modernizzare; c’è bisogno di comprendere che questi temi sono anche contemporanei, e di portarli alla luce), che questa donna è sempre stata, in qualche modo, in rapporto con la morte. La sua bellezza ormai sfiorita (questo è il momento in cui la cogliamo) è stata causa di sventura. Tutti quelli che hanno cercato di conquistarla ne sono morti; entrando nel suo immaginario, sembra di vedere quadri di Dalì: il pretendente triforme che si trasforma in fiume, il serpente che si trasforma in toro, il passaggio del fiume Eveno con il Centauro che cerca di palparla, mentre lei lancia un grido, e non è chiaro se sia di dolore o di piacere. C’è, in qualche modo, un rapporto zoomorfico con l’eros... Emerge in lei tutto il ricordo del centauro Nesso, forse lei ritrova in questo pantano qualche rimasuglio un po’ putrefatto di questo essere metà uomo e metà cavallo. Affiora, come in un flashback continuo, tutto il suo “inconscio”, tutto quello che era stato terribilmente represso… il sangue di Nesso, il filtro che il centauro affida a Deianira e che lei conserva, per tanti anni della sua vita, portandolo sempre con sé, anche nel suo nomadismo: ha viaggiato per tutto il tempo con questo elemento remoto, represso. Ha viaggiato con il mostro. Ha camminato insieme al mostro. Poi, scatenata dalla gelosia, dalla follia, tira fuori questo filtro segreto. Emerge anche la possibilità che l’incontro con Nesso sia stato un grande sogno d’amore di Deianira, non una violenza, e che Eracle sia stato in realtà il suo giustiziere, l’uomo che ha inibito i suoi istinti, che le ha impedito di espandersi come donna, distruggendo la sua creatività interiore, la sua sensualità, la sua libido. Da questo punto di vista, non è chiaro se la morte di Eracle sia un incidente non voluto o se Deianira (e l’etimologia del suo nome “distruttrice di uomini” sembra dirci qualcosa…), profondamente, inconsciamente potremmo dire, voglia uccidere il marito… Quanto lei voglia salvare Eracle o, profondamente, voglia annientarlo, resta con il punto di domanda. Non lo sapremo mai. Certamente, lui la priva della passione, della giustizia e della equità che si deve a un rapporto con una donna. Che relazione unisce Deianira a Iole? Quando Deianira incontra Iole, questa donna bellissima, oserei dire perturbante, che in qualche misura la sconvolge, è come se trovasse qualche cosa di sé in questa donna, è come se ne subisse il fascino anche lei. C’è un magnetismo strano in Iole, che io suppongo possa essere quella scintilla dionisiaca che si sta inserendo nel testo. Ecco che noi abbiamo due componenti, una componente apollinea, Deianira, virtuosa e apparentemente morigerata che a un certo punto entra a contatto con il dionisiaco, con l’irrazionale, con le incandescenze. Questo contatto produce delle scintille terribili. La tragedia greca è fatta di questa alchimia: Dioniso che è il dio dell’eros, del teatro, della rappresentazione, entra a contatto con il mondo quasi cristallino, quasi eburneo di questa donna e ciò la tocca profondamente. Mi colpisce il silenzio di Iole, che non è quello di Pilade nell’Orestea. Iole sembra da un canto un’eco di Dioniso, come hai giustamente osservato, e dall’altro un fantasma di Deianira: il suo silenzio la fa sembrare quasi il sogno di ciò che Deianira è stata o di ciò che avrebbe potuto essere. Sono d’accordo. Al momento in cui Deianira incontra Illo che riversa sulla madre la responsabilità di ciò che è accaduto al padre, si comporta come Iole, è quasi diventata Iole anche lei. È muta, non parla. Se ne va in silenzio, e il coro le dice: “Perché non parli? Se fai così non fai che avvalorare ciò che dice lui”. In realtà è divenuta anche lei una maschera dionisiaca, una baccante totalmente disequilibrata. L’infezione è arrivata nel suo profondo. La sua fine è sicuramente un amplesso con Dioniso, su un letto immaginario: su questo letto lei si spoglia e ha forse un ultimo e un unico rapporto sessuale vero con il suo immaginario. Deianira ha compiuto il suo percorso per diventare essa stessa un po’ come Iole, silente. Alla fine del dramma Deianira è come una che viene dall’aldilà… Trachinie e Eracle sembrano apparentemente due tragedie molto diverse. In realtà, il tema della morte come contaminazione le accomuna profondamente. Come dire: quando oltrepassi un limite non puoi pensare di tornare indietro senza conseguenze. L’unico essere umano che ha avuto la fortuna o la sfortuna di entrare nel regno dei morti e di tornare è Eracle. E lui da quella tomba si porta dentro un morbo irreversibile… E lo trasmette a Deianira sebbene, paradossalmente, in questo dramma non si incontrino mai. Faccio una riflessione: i due personaggi erano interpretati da un unico attore. Questo attore cambiava costume e maschera nello spazio di 120-130 versi lasciati al coro e alla nutrice che entrava a raccontare la morte di Deianira. Certamente le opportunità o necessità tecniche diventavano anche elementi drammaturgici. Questo ci suggerisce l’idea della complementarietà di questi due aspetti. Ecco che forse la cosa si compone e noi comprendiamo il motivo per cui questi due personaggi non si incontrano mai, che non è semplicemente perché il loro matrimonio va male, come può apparire a un livello primario, più superficiale. Sono la stessa persona? Sono due aspetti complessi della personalità umana, come la razionalità e l’irrazionalità? I poeti volevano raccontarci questo? Di fatto abbiamo come la sensazione – e questo potrà venir fuori dallo spettacolo, per chi riesce a cogliere anche questo aspetto – che possano esprimere una continuità, che possano essere due aspetti diversi di una stessa unità. Ci sarà un letto sulla scena, fulcro determinante sin dall’inizio del dramma, e non a caso sarà il letto di morte sia di Deianira che di Eracle. Stranamente questo dramma è stato spesso criticato per mancanza di unità, per questa sua struttura a dittico… Pensa che banalità se si incontrassero! Ho lavorato con il costumista per rendere la parte di Eracle come se si stesse andando ancora più indietro nel tempo, in un passato leggendario. I portatori di Eracle sono ancora più retrodatati, in costumi ancora più antichi, che raccontino il tempo della leggenda. Come vedi Eracle? Eracle è un grumo di malattia. È la malattia. Quando Deianira parla di Eracle e della sua passione per le donne parla proprio di un nosos. Lo immagino davvero repellente, degradato sia fisicamente che moralmente. Eracle è brutale anche con suo figlio. Il suo comportamento con Illo non è paragonabile a quello di Creonte con Emone. È spietato, totalmente anaffettivo. Questo rapporto che ha con il figlio è un po’ pasoliniano, mi fa pensare ad Affabulazione. Anche questo matrimonio che vuole fare celebrare a Illo con Iole non è per la continuazione della specie ma anzi non fa che svuotare di senso il matrimonio. C’è come una grande infezione che si espande, una AIDS che cammina, come se la sifilide di Iole dovesse passare anche al figlio. E tutti devono morire. C’è questo sangue che cammina sempre. Tutto diventa rosso del sangue di questo morbo, come dice il coro. Ho immaginato una molla sulla scena, rossa come un cordone ombelicale, un elastico che comincia sull’uscita di Deianira, porta dentro Iole e forse porterà la Deianira-menade, sballottata qua e là, per dare il senso e il segno di qualcosa che si degrada dentro. Nell’Eracle, sebbene lui uccida la moglie e i figli, paradossalmente trovano spazio le relazioni umane, attraverso personaggi come Anfitrione e Teseo. Qui sembra non esserci speranza, c’è una dissoluzione totale degli affetti, delle relazioni familiari. È vero. La seconda parte delle Trachinie, la parte “di Eracle”, esprime lo svuotamento di ogni valore. Sofocle non fa accenno all’apoteosi di Eracle, sembra che il cielo sia diventato davvero vuoto. Emerge anche l’idea di un’epoca che se ne deve andare definitivamente: per concludere questo tempo arcaico, fatto di mostri, di barbarie, bisogna distruggerlo, svuotarlo di senso. L’ultima battuta di Illo fa rabbrividire, quando, sollevando gli occhi al cielo dice: “Ma voi che fate lassù?”. Come dire: ma ci siete veramente se potete consentire tutto questo? “Il vostro è un futuro di vergogna” - dice. E a quel punto il coro si affretta a chiudere tutto sotto l’egida del divino.
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