Per la stagione INDA 2007 metterai in scena le Trachinie di Sofocle al Teatro Greco di Siracusa, dove ritorni per la quarta volta. Sei un regista eclettico, hai messo in scena tanto dramma antico, ma anche l’Opera e molta drammaturgia del novecento: quando ti accosti al teatro antico, senti vibrare una corda diversa, o non c’è nessuna differenza? Da un certo punto di vista, la metodologia di un regista rimane sostanzialmente la stessa: lo studio, lo scavo, l’analisi dei testi, la lettura dei saggi per conoscere cosa hanno scritto gli studiosi in merito, sono elementi comuni a tutte le esperienze di messinscena. Con il teatro antico, però, ho un rapporto un pò segreto, perché contiene dei dati fondamentali per la crescita umana. Ci sono dei grandi pilastri, sia per quanto riguarda l’essere umano, sia per quanto riguarda la letteratura teatrale: tutto quello che è venuto dopo ha fatto riferimento a questo. Poter sfiorare in alcuni momenti della mia vita questa drammaturgia mi mette in comunicazione con qualcosa di misterioso e di sublime; e ogni volta che comincio un viaggio dentro questi testi mi sento “a casa mia”. E’ un cammino che mi porta sempre ad una più profonda conoscenza di me stesso: anche questa fase iniziale di studio del testo, di “fantasticheria”, è davvero un piacere insostituibile che non provo lavorando ad altre cose. Scendi alla radice dell’uomo; penso che un archeologo possa provare la stessa cosa: è quello che Borges chiamava l’Aleph, quella parte intima che sta nel cuore delle cose. Per me questi testi sono così…non ho motivo di dubitare che sarà così anche con le Trachinie. C’è anche qualche ostacolo in questo percorso di conoscenza? C’è la paura di non dare a ogni cosa il valore che merita. Questi grandi drammaturghi ateniesi erano in grado di concentrare tutto in 1200 versi, in maniera folgorante. Noi non abbiamo la stessa capacità di sintesi. Quali idee hai maturato sulle Trachinie, in questa prima fase di lettura del testo? E’ una storia strana, un testo strano. Alcuni studiosi lo definiscono una tragedia imbarazzante… Perché imbarazzante? Intanto protagonista assoluto è l’eros come forza che sconvolge e di cui non si può fare a meno. Non a caso Afrodite è una divinità che precede Zeus, è una forza che va indietro nei millenni, alla radice dell’uomo. Molto prima di Freud, era stata compresa la centralità di questa molla, di questa energia: degli effetti di questa energia è privata Deianira, che ne sente la mancanza, una struggente lacerante mancanza. Apparentemente ci può sembrare che tutto accada perché il marito Eracle manca da 15 mesi, ma è lecito domandarsi se questo sia vero o no… Sembra, piuttosto, che Deianira si riferisca ad altro, a qualcosa di molto più radicato e misterioso nella sua vita. Questo elemento è un primo “frammento” che dobbiamo raccogliere, un elemento che per gli altri può avere un valore relativo ma che per noi che facciamo questo mestiere diventa una cosa fondamentale. Questo personaggio è duplice: bianco e nero, bianco e rosso, rosso e nero…. E’ una donna straordinariamente colta. Antigone ha la cultura della natura, Elettra ha la cultura del diritto, della sofferenza, del dolore, Deianira è colta in assoluto, è una donna-filosofa., e dice cose sconvolgenti: che la vita è verità, e che importante sapere le cose piuttosto che non saperle. In una società ipocrita come la nostra, in cui si preferisce non sapere perché il non sapere ci consente di vivere nella superficialità, lei è portatrice di un messaggio profondo. E’ una donna che dialetticamente è in grado di scoprire il valore del pensiero e della verifica, della esperienza, della peira. Le cose sono dette e poi vanno sperimentate: c’è un cammino per questa donna che apparentemente è una madre di famiglia, dotata anche di virtù domestiche, e che contemporaneamente sente questo lacerante vuoto, questa mancanza. Poi scopriamo che Deianira ha vissuto per tanti anni in compagnia di alcuni incubi (non c’è bisogno di modernizzare; c’è bisogno di comprendere che questi temi sono anche contemporanei, e di portarli alla luce), che questa donna è sempre stata, in qualche modo, in rapporto con la morte. La sua bellezza ormai sfiorita (questo è il momento in cui la cogliamo) è stata causa di sventura. Tutti quelli che hanno cercato di conquistarla ne sono morti; entrando nel suo immaginario sembra di vedere quadri di Dalì: il pretendente triforme che si trasforma in fiume, il serpente che si trasforma in toro, il passaggio del fiume Eveno con il Centauro che cerca di palparla, mentre lei lancia un grido, e non è chiaro se sia di dolore o di piacere: c’è, in qualche modo, un rapporto zoomorfico con l’eros.. Infine arriva Eracle, questo personaggio che uccide tutti questi suoi incontri con l’eros. Eracle è sempre lì, il fustigatore che la inibisce nella sua libertà. Come hai immaginato questa donna che vive tutta la sua vita in eterna repressione? Noi abbiamo immaginato che lei sia separata - anche scenicamente - da questo mondo accidentato, sconnesso e periglioso che sta davanti alla casa ordinata e tranquilla in cui vive. A un certo punto è come se lei recidesse una barriera ed entrasse in questa regione fangosa, limacciosa che le si presenta davanti. Dopo aver conosciuto il gran teatro del mondo - perché le prime persone che incontra sono questo messaggero che è un po’ un buffone, Lica che è una specie di mezzano-magnaccio - incontra Iole, questa donna bellissima, oserei dire perturbante, che in qualche misura la sconvolge: è come se trovasse qualche cosa di sé in questa donna, è come se ne subisse il fascino anche lei. C’è un magnetismo strano in Iole, che io suppongo possa essere quella scintilla dionisiaca che si sta inserendo nel testo. Ecco che noi abbiamo due componenti, una componente apollinea, Deianira, virtuosa e apparentemente morigerata che a un certo punto entra a contatto con il dionisiaco, con l’irrazionale, con le incandescenze. Questo contatto produce delle scintille terribili. La tragedia greca è fatta di questa alchimia: questo Dioniso che è il dio dell’eros, del teatro, della rappresentazione, entra a contatto con il mondo quasi cristallino, quasi eburneo di questa donna e ciò la tocca profondamente. Inizialmente però lei sembra resistere, si percepisce un grande sforzo da parte sua. E’ proprio così. C’è una rhesis intorno al verso 450 in cui fa un grande discorso sull’eros e sulla tolleranza; come se si tenesse ancora, se tentasse ancora di essere una donna colta, evoluta. E accoglie in casa Iole, l’amante, l’ultima conquista di Eracle. E’ disposta anche a tentare di costruire un equilibrio “alto” fra questo nuovo amore del marito per una donna giovane, e lei che non è più giovane. La sua ragione viaggia ancora in questa direzione. Poi c’è un coro in mezzo che parla di Eros, di Afrodite e che corrisponde in realtà a quello che lei sta pensando, che sta rimuginando in quel momento. Quando torna fuori dal palazzo Deianira è cambiata, ha ripescato dal suo passato quel momento fatale in cui il Centauro Nesso, ucciso, represso da Eracle, le ha consegnato il veleno, il liquido magico, questo phàrmakon come dice il testo greco, che curiosamente è un deterrente, non un eccitante. Ancora una volta qualcosa di misterioso, un liquido che dovrebbe fare perdere ad Eracle la sua passione per le altre donne, così da farlo tornare a lei come era prima. Qui comincia ad emergere tutto il suo “inconscio”, tutto quello che era stato terribilmente represso… il filtro, il sangue di Nesso, il veleno che è formato dalla freccia scoccata da Eracle e intrisa del veleno dell’Idra di Lerna, questi mostri, questo tempo arcaico che ritorna……Sembra che Sofocle ci riporti sempre più indietro, sempre più indietro, come un flashback continuo. La freccia intrisa nel sangue dell’Idra di Lerna entra in combinazione chimica, in alchimia con il sangue del Centauro Nesso. Gli animali dell’eros. Questa ampolla viene affidata da Nesso a Deianira e lei la conserva, per tanti anni della sua vita, la porta sempre con sé in giro, anche nel suo nomadismo: ha viaggiato per tutto il tempo con questo filtro, nascosto nel suo peplo o negli angoli più segreti della casa, ed ha viaggiato con questo elemento remoto, represso. Ha viaggiato con il mostro. Ha camminato insieme al mostro. Poi, scatenata dalla gelosia, dalla follia, tira fuori questo filtro segreto. Quanto lei voglia salvare Eracle o, profondamente, voglia annientarlo, resta con il punto di domanda. Non lo sapremo mai. Certamente, lui la priva della passione, della giustizia e della equità che si deve a un rapporto con una donna. E’ significativo che questo filtro colpisca Eracle proprio nel suo corpo, che è in qualche modo il suo emblema. E’ come se i suoi muscoli venissero mangiati, divorati. Anche Deianira si ammazza in un modo sorprendente, pugnalandosi, in maniera totalmente improbabile; il suo non è il tipico suicidio femminile per impiccagione, come ce ne sono tanti nella tragedia greca. In entrambi i casi c’è un elemento comune, una fisicità forte, esasperata. E’ anche interessante notare come, paradossalmente, Eracle e Deianira non si incontrino mai. Faccio una riflessione: i due personaggi erano interpretati da un unico attore. Questo attore cambiava costume e maschera nello spazio di 120-130 versi lasciati al coro e alla nutrice che entrava a raccontare la morte di Deianira. Certamente le opportunità o necessità tecniche diventavano anche elementi drammaturgici. Questo ci suggerisce l’idea della complementarietà di questi due aspetti. Ecco che forse la cosa si compone e noi comprendiamo il motivo per cui questi due personaggi non si incontrano mai, che non è semplicemente perché il loro matrimonio va male, come può apparire a un livello primario, più superficiale. Sono la stessa persona? Sono due aspetti complessi della personalità umana come, la razionalità e l’irrazionalità? I poeti volevano raccontarci questo? Forse. Di fatto questi due non si incontravano mai. Di fatto abbiamo coma la sensazione – e forse qualcosa del genere potrà venir fuori anche dallo spettacolo, per chi riesce a cogliere anche questo aspetto – che possano esprimere anche la continuità, che possano essere due aspetti diversi di una stessa unità. Eppure stranamente questo dramma è stato spesso criticato per mancanza di unità, per questa sua struttura a dittico… Pensa che banalità se si incontrassero! Sto lavorando con il costumista. Vorrei rendere la parte di Eracle come se si stesse andando ancora più indietro nel tempo, in un passato leggendario. I portatori di Eracle vorrei farli ancora più retrodatati, in costumi ancora più antichi, che raccontino il tempo della leggenda. La seconda parte della tragedia, con questa dissoluzione degli affetti, delle relazioni familiari, con quel senso profondo dell’indifferenza divina, sembra a tratti quasi euripidea. E’ vero. Trachinie è un testo stranamente molto euripideo. La seconda parte della tragedia, la parte “di Eracle”, esprime lo svuotamento di ogni valore. Sofocle non fa accenno all’apoteosi di Eracle. Sembra che il cielo sia diventato davvero vuoto. L’ultima battuta di Illo fa rabbrividire, quando, sollevando gli occhi al cielo dice: “Ma voi che fate lassù?”. Come dire: ma ci siete veramente se potete consentire tutto questo? Il vostro è un futuro di vergogna - dice. E a quel punto il coro si affretta a chiudere tutto sotto l’egida del divino. Mi colpisce il silenzio di Iole, che non è quello di Pilade nell’Orestea. Iole sembra da un canto un’eco di Dioniso, come hai giustamente osservato, e dall’altro un fantasma di Deianira: il suo silenzio la fa sembrare quasi il sogno di ciò che Deianira è stata o di ciò che avrebbe potuto essere. Sono d’accordo. Al momento in cui Deianira incontra Illo che riversa sulla madre la responsabilità di ciò che è accaduto al padre, Deianira si comporta come Iole, è quasi diventata Iole anche lei. E’ muta, non parla. Se ne va in silenzio, e il coro le dice: “Perché non parli? Se fai così non fai che avvalorare ciò che dice lui”. In realtà è divenuta anche lei una maschera dionisiaca. La sua fine è sicuramente un amplesso con Dioniso, su quel letto immaginario: su questo letto lei si spoglia e ha forse un ultimo e un unico rapporto sessuale vero con il suo immaginario. Come hai pensato la scenografia di queste Trachinie? C’è una parte chiara, che richiama la scena del Cambellotti del 1933. E’ più chiara rispetto al grigio dell’originale, dovrebbe in qualche modo uniformarsi alle rocce del teatro. La parte antistante è coperta. C’è qualcosa di fangoso, come una palude, c’è della cenere che copre ogni cosa. Forse si intravedono anche le tracce di un Centauro. Questo spazio sembra la materializzazione della mente, dell’immaginario di Deianira. Qui lei prende la tunica ricamata dalle fanciulle, qui riprende l’ampolla, ritrova forse rimasugli del Centauro. Qui inizia il suo viaggio. Ci sarà un letto, un simbolo forte in questa tragedia, ma non so se rimarrà sulla scena o emergerà ad un certo punto. Come vedi Eracle? Eracle è un grumo di malattia. E’ la malattia. Quando Deianira parla di Eracle e della sua passione per le donne parla proprio di un nosos. Il paradosso è che proprio lui che la allontana da un passato popolato da creature mostruose, ha a sua volta delle caratteristiche bestiali. Racchiude una brutalità. Come dice Nietzsche, coloro che passano la vita a uccidere mostri diventano mostri a loro volta. Come quelli che fanno le esecuzioni degli assassini diventano assassini a loro volta. Eracle è brutale anche con suo figlio. Il suo comportamento con Illo non è paragonabile a quello di Creonte con Emone. E’ spietato, totalmente anaffettivo. E’ lo svuotamento di cui parlavo prima. Anche questo matrimonio che vuole fare celebrare ad Illo con Iole non è per la continuazione della specie ma anzi non fa che svuotare di senso il matrimonio. C’è come una grande infezione che si espande, una AIDS che cammina, come se la sifilide di Iole dovesse passare anche al figlio. E tutti devono morire. C’è questo sangue che cammina sempre. Tutto diventa rosso del sangue di questo morbo, come dice il coro. Tutto questo è dentro il testo. Ma questo è ancora teoria…vedremo presto cosa emergerà dal lavoro con gli attori.
|
Gli spettacoli
|
|||||||||||||||||||||||||||||||||||