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INDA la stagione - Trachinie: approfondimenti e interviste

Appunti per una interpretazione delle Trachinie
di Salvatore Nicosia

Salvatore Nicosia, traduttore delle Trachinie
Salvatore Nicosia, traduttore delle Trachinie

Della straordinaria vicenda – umana e divina – di Eracle, l’eroe greco più popolare, più raffigurato dagli artisti, certo fra i prediletti dagli autori di teatro (tragici e comici), le Trachinie portano sulla scena la fase suprema, quella della morte.

Ancora nel pieno della sua vitalità, l’eroe ha già compiuto, viaggiando nell’arco di dodici anni per terra e per mare, da un capo all’altro del mondo conosciuto, le imprese che lo hanno reso famoso; ed ora, reduce dall’ultima di esse (la distruzione della città di Ecalia), si prepara a ritornare dalla moglie Deianira che allevando i suoi figli per tanti anni lo ha atteso in angosciosa solitudine. Del bottino di guerra che precede l’arrivo dell’eroe, fermatosi in una vicina località a fare sacrifici di ringraziamento a Zeus suo padre, fa parte anche una schiera di prigioniere, fra le quali spicca la giovane Iole, figlia del re della città distrutta, che Eracle pensa di riservare a sé imponendone alla moglie la presenza in casa. Nel tentativo di riconquistare il vacillante amore del marito, Deianira si risolve, fra molte incertezze, a far ricorso ad un filtro d’amore datole tanto tempo prima dal Centauro Nesso, quando, colpito a morte dalle frecce avvelenate di Eracle, l’aveva convinta che il sangue sgorgato dalla sua mortale ferita avrebbe avuto il potere di distogliere il suo uomo da qualsiasi amore altrove indirizzato. Ma la tunica intrisa di quel sangue e inviata ad Eracle, si rivela fatale: per effetto dei raggi del sole gli si attacca alle carni, lo stringe in una morsa inestricabile, gli corrode il corpo. Quando, in preda ad atroci tormenti, giunge a casa portato su una lettiga, Deianira, consapevole del proprio errore, si è già uccisa nella stanza nuziale. E tra urla e femminei lamenti Eracle prende consapevolezza che l’antico oracolo che fissava proprio in quel periodo o la sua morte o la fine dei travagli, poneva in realtà non una alternativa, ma una sola univoca indicazione: morte e fine dei travagli erano la stessa cosa. Nell’impossibilità di vendicarsi della moglie, come pure vorrebbe, con tutta la ferocia di cui è ancora capace, Eracle dà al figlio Illo le sue ultime perentorie, brutali disposizioni: lui dovrà sposare Iole, la donna che si è giaciuta al suo fianco, e dovrà accompagnare il padre sul monte Eta sacro a Zeus, dove l’eroe sarà bruciato, ancora vivo, su una pira. Padre, figlio, accompagnatori e coro si avviano così in mesta funerea processione verso il monte Eta, dove Eracle, recuperando la sua sovrumana capacità di controllare il dolore, troverà la fine dei suoi tormenti di ora, e dei suoi travagli di sempre.

Una tragedia familiare

Questa è la fine di Eracle quale l’ha elaborata drammaturgicamente Sofocle apportando qualche variazione ad una trama mitica già saldamente consolidata prima di lui.

Fin dal prologo Deianira delinea una situazione familiare di disagio e di infelicità, al punto da dubitare che il proprio matrimonio con Eracle sia stato un evento fausto nella sua vita. La loro è una unione squilibrata e asimmetrica. Innanzi tutto per il carattere. Deianira è remissiva, docile, mite, generosa nei confronti degli altri, dolente nella sua capacità di sopportare, aliena dai gesti eroici (582-3); prova compassione per la giovane e bella prigioniera, anche dopo aver appreso che proprio per avere lei Eracle ha messo a ferro e fuoco la città di Ecalia, si inquieta del suo ostinato silenzio, e si sente a lei accomunata da un destino di bellezza che può anche risultare fatale (461-7). Eracle è invece tutto preso di sé, rude, brutale, talvolta violento, come quando uccise, per vendetta trasversale nei confronti del padre che lo aveva offeso, il giovane Ifito (vv. 269-80), o come quando scaglia con violenza contro una roccia il proprio araldo Lica, colpevole di avergli recato, senza nulla sapere delle possibili conseguenze, la omicidiale tunica (772-84). E quando apprende che la moglie “ha compiuto il male volendo fare il bene” (1136), non ha per lei, che si è uccisa senza colpa, una sola parola di pietà.

Misura, intensità e forme dell’amore sono, nei due personaggi, diversissime. Quello di Deianira per Eracle è riservato, pudico, unilaterale, frustrato, pieno di ritegno ad esprimersi: al momento di inviare al marito, già sbarcato ma non ancora giunto a casa, il dono della tunica, la donna reprime subito lo slancio spontaneo di mandargli a dire che lo desidera: “non vorrei che gli manifestassi il desiderio che ho di lui, ancor prima di sapere se da parte sua sono altrettanto desiderata” (630-2). Quello di Eracle è invece esplicito, deciso, persino brutale, in tutto consono al personaggio: e soprattutto, indirizzato ad altra donna, che egli non esita un momento a portare in casa, con l’idea per nulla nascosta di instaurare una convivenza allargata. Comunque inteso ed espresso, l’amore appare come uno dei motivi dominanti della tragedia. Per amore di Iole Eracle, “in tutto dominatore ma da costei dominato” (488-9), “preda di una malattia” (nosos, 445) di cui soffre spesso, scatena una guerra e distrugge una città, per amore di Eracle Deianira fa ricorso ad un filtro che dovrebbe restituirgli l’affetto e l’interesse del marito, per amore avviene in ultima istanza la morte di entrambi i protagonisti. Perciò il coro delle fanciulle di Trachis leva un canto alla potenza invincibile di Afrodite, “la dea del letto desiderato” che aveva arbitrato la lotta tra Eracle e Acheloo per il possesso di Deianira (497-516), e che gli appare alla fine “ministra e artefice” (860-1) delle sventure accadute; perciò la stessa protagonista si dilunga a ragionare su Eros e sul sentimento di cui è portatore, e considera inutile ogni sforzo di resistere alla sua soverchiante potenza, perché Eracle e lei stessa e persino Iole sono nient’altro che casi particolari di quell’incontrastato dominio che Eros esercita su tutti gli esseri umani e su tutti gli dèi, Zeus, Ade e Posidone compresi.

Opposto è anche il loro ruolo nei confronti della famiglia. Deianira ha seguito il marito condannato all’esilio per l’uccisione di Ifito, ed abita ora a Trachis con i figli in una casa messa a loro disposizione dal re del luogo Ceice. Vera – e unica: Eracle se ne sta lontano – vittima dell’esilio, vive rinchiusa in una dimensione domestica, fa fronte da sola all’educazione dei figli, bada alle faccende di casa, è legata agli oggetti domestici, intrattiene rapporti di affetto con i suoi servitori, passa notti insonni “nel letto privo dell’uomo” (110) e vive in una angoscia perenne al pensiero del marito lontano. La casa è il luogo della sua vita, e nella casa si consuma il suo destino: vi abita senza mai allontanarsene, è disposta ad accogliervi la giovane concubina del marito, vi custodisce per tanti anni il presunto filtro d’amore, vi si suicida nella stanza più riposta, vi viene in qualche modo dimenticata quando la scena sarà tutta occupata dallo straziato eroe. Eracle invece ha ben altri pensieri che non badare alla casa, ai figli, alla moglie: sempre in viaggio nelle più disparate contrade del mondo, trascorre lunghissimi periodi senza dare notizie di sé (44-5), compie, costretto da Era, divinità a lui avversa, e al servizio di Euristeo, una impresa dopo l’altra, sempre svolgendo la sua missione di eroe purificatore, sempre mettendo a repentaglio la propria vita; e a casa ritorna, come dice Deianira con efficace immagine, “come quel contadino che ha preso un campo fuori mano e vi si reca soltanto per la semina e il raccolto” (31-3). Conosce, naturalmente, girovagando di qua e di là, tante altre donne, il suo appetito sessuale non è inferiore a quello, proverbiale, dello stomaco, e Deianira sa bene che lui di donne ne ha avute “quante nessun altro” (460). A tanta bulimia erotica Deianira può contrapporre soltanto la propria assoluta fedeltà, l’accettazione rassegnata della vita che conduce, l’attesa ora fiduciosa ora disperata del ritorno del marito. Ha però in serbo un’arma antica e tradizionalmente femminile, dalla quale si aspetta un rimedio alla disparità erotica di quel rapporto, e in qualche modo il ripristino dell’equilibrio dei sentimenti. Una speranza mal riposta, una ulteriore prova di ingenuità e di fiducia negli altri, perché in realtà il subdolo Centauro, in punto di morte, aveva escogitato il modo di vendicarsi, anche a distanza di decenni, di colui che lo aveva ucciso.

La costruzione di un personaggio così rinserrato in una dimensione familiare e domestica è certamente frutto di una deliberata scelta di Sofocle, che ha così voluto segnare la distanza tra Eracle e Deianira, accentuandone il contrasto di carattere, di comportamento, di atteggiamento nei confronti della vita. Della sua originaria natura di donna guerriera, non è rimasto assolutamente nulla. Fonti antiche ci dicono che la madre Altea aveva avuto Deianira non dal marito Eneo, ma addirittura da Dioniso; che era sorella di Meleagro, e che per eccesso di pianto alla morte di costui era stata trasformata, assieme alle sorelle, in uccello, recuperando poi la forma umana grazie all’intervento di Dioniso; che “guidava il carro e si esercitava alla guerra”, e che attraversando con Eracle il territorio dei Driopi, aveva dato man forte allo sposo che era venuto a conflitto con quel popolo, ed era stata anche ferita.

Di tutti questi eventi Sofocle non menziona un solo particolare. Essi appartengono al passato, nulla hanno a che fare con la vita presente di questa sua Deianira mite e domestica, di questa donna umanamente gelosa e umanamente decisa a riconquistare l’amore perduto.

Il passato e il presente

Ma il passato, quello più remoto e mitico, non soltanto continua a proiettare la propria ombra sul presente, ma ne condiziona in maniera decisiva gli sviluppi e gli eventi. Lo evoca Deianira, quando ricorda, nel prologo, che Acheloo, il dio fluviale capace di assumere diverse sembianze, voleva sposarla, e si presentava al padre di lei Eneo ora sotto forma di toro, ora di serpente, ora di creatura ibrida con corpo umano e testa bovina, sempre suscitando sgomento e terrore nella fanciulla angosciata all’idea di un simile marito: fino a quando Eracle non ingaggiò con lui una lotta furibonda (la rievoca il coro nel primo stasimo) che si concluse con la sconfitta del mostruoso fiume, e con il matrimonio dell’eroe e di Deianira. A quello stesso passato appartiene anche il ricordo del centauro Nesso, il figlio di Issione e di Nefele, che aveva tentato di violentarla mentre la traghettava sulle spalle al di là del fiume Eveno, durante il viaggio di nozze dalla casa del padre a quella di Eracle, e quasi sotto gli occhi del fresco sposo: e anche in quel caso l’eroe la aveva salvata piantando nel petto del Centauro una freccia avvelenata dal sangue dell’Idra di Lerna (555-81).

Di tutto il suo passato, sono soltanto questi due ultimi episodi ad essere presenti nella memoria di Deianira: il secondo in quanto il sangue avvelenato di Nesso costituisce il coagulo di tutta la vicenda tragica; il primo in quanto proiezione della sua riluttanza di ragazza di fronte al matrimonio, e preannunzio di una infelicità matrimoniale che si rivelerà in tutta la sua angosciosa evidenza anche quando a prevalere, tra i due contendenti per il possesso di Deianira, sarà Eracle, agli occhi della fanciulla certamente il più desiderabile dei due.

Nesso e Acheloo appartengono ad un altro mondo, arcaico e ancestrale, popolato di mostri e di fantasmi, nel quale l’uomo doveva continuamente misurarsi con l’abnorme, il teratologico, il deforme, il disumano. È il mondo sul quale Eracle, eroe culturale e benefattore, si vanta (1089-100) di avere esercitato la sua azione civilizzatrice uccidendo mostri, soggiogando Centauri tracotanti e senza legge, sterminando animali orrendi e perniciosi, in un’opera di purificazione progressiva che parte dal Peloponneso e raggiunge gli estremi territori della diffusione greca, e persino gli Inferi. È come se l’eroe proseguisse con le sue fatiche, in una dimensione più limitata, l’opera del padre Zeus, eliminando i residui di quel mondo di creature mostruose e primordiali su cui il re degli uomini e degli dèi ha affermato il proprio dominio instaurando il cosmos sul caos primigenio; ma al tempo stesso è come se di quel mondo Eracle conservasse, nel suo carattere e nei suoi comportamenti, i tratti peculiari e fungesse da tramite tra due opposte realtà.

Sconfitto e superato, quel mondo primitivo rivela ancora la propria devastante vitalità. Quando aveva ucciso la mostruosa Idra di Lerna, figlia di Echidna e di Tifone (siamo ai primordi della storia del mondo), Eracle aveva cercato di accrescere la potenza offensiva delle sue frecce intingendole nel sangue avvelenato della fiera, e da allora molti mostri ne avevano sperimentato la micidiale efficacia. Fra gli altri, oltre Nesso, anche il centauro Chirone, immortale in quanto figlio di Crono, cui la ferita inflittagli da Eracle provocò dolori così insopportabili da indurlo a scambiare la propria immortalità con il diritto alla morte, cedutogli dal mortale Prometeo. Ma Nesso morente ha suggerito a Deianira di raccogliere il sangue della ferita e di utilizzarlo, all’occorrenza, come antidoto al disamore di Eracle. Il filtro amoroso rimane per decenni nascosto, fino a quando Deianira non si convince che è giunto il momento di sperimentarlo: intride di esso la fatale tunica, ed Eracle muore fra i più strazianti dolori. Il sangue avvelenato ha percorso un paradossale circuito: formatosi nel corpo dell’Idra è passato ad Eracle, da questo a Nesso, da Nesso morente a Deianira e da questa è ritornato ad Eracle, che ne sperimenta a sua volta, sul proprio corpo, la potenza corrosiva. Si avvera così l’oracolo di Zeus che aveva predetto al proprio figlio che sarebbe morto non per mano di un vivente, ma di un defunto (1159-63). Contro ogni principio regolatore della vita umana, contro ogni legge esistenziale, il passato distrugge il presente, i morti uccidono i vivi e il mondo sconfitto sconfigge quello dominante.

L’apoteosi negata

Ciò che più stupisce, nella riduzione sofoclea del mito, è l’assenza del benché minimo riferimento, in tutta l’opera, alla apoteosi di Eracle, già elaborata nel mito presofocleo: “Il possente Eracle ... fece sua casta sposa Ebe sull’Olimpo nevoso; beato, lui che compiuta la grande impresa ha dimora tra gli immortali, sempre immune da pene e da vecchiaia”. Tanta cura nell’evitare qualsiasi accenno alla divinizzazione, in un contesto nel quale non soltanto sarebbe stato naturale, ma avrebbe comportato un radicale mutamento del senso della tragedia, non può che essere una consapevole e deliberata opzione del poeta all’interno della fluida materia mitica. Ed è una scelta, poetica e ideologica, del massimo rilievo.

L’apertura di uno spiraglio verso l’assunzione al cielo, per esempio in risposta alle molte recriminazioni di Eracle sulla propria sorte ingiusta e immeritata, avrebbe conferito senso all’intera vicenda dell’eroe, giustificando sofferenze e morte prematura come lo scotto da pagare per il conseguimento di una più alta finalità, configurando la combustione sul rogo come lo strumento attraverso cui viene bruciata, come in altri miti10, la parte caduca di una creatura che reca in sé, in quanto figlio di un dio ma anche di una donna mortale, le stimmate della mortalità. Con il rifiuto della soluzione mitica tradizionale, la prospettiva dell’intera vicenda muta di segno, e si immette nella dimensione dell’inspiegabile e dell’assurdo. La morte per fuoco è soltanto il mezzo per porre termine, in una sorta di eutanasia, a tormenti ancora più atroci della stessa morte, lo scarto fra le benemerenze di Eracle grande benefattore dell’umanità e le sue intollerabili sofferenze appare incolmabile e ingiustificabile, la morte prematura viene vissuta come una punizione del tutto immeritata. Ogni rapporto fra responsabilità e remunerazione ne risulta sconvolto.

Questo dato è tanto più singolare se si tiene conto che la vicenda di Eracle e Deianira è interamente percorsa dalla presenza di Zeus, tante volte menzionato e invocato nel corso di questa tragedia quante in poche altre. E non soltanto come padre di Eracle, ma anche “di tutti gli esseri” (275): è lui il custode della verità11 , il garante della giustizia12 , il signore della felicità e della infelicità degli uomini13 , della loro vita e della loro morte (1022), e in ultima istanza, come riconosce il coro nel suggello finale della tragedia (1278), l’artefice unico e ultimo di tutti gli eventi.

Razionale nella concatenazione dei suoi avvenimenti, il mondo ‘illuministico’ dominato da Zeus, e che Eracle ha contribuito a civilizzare, si rivela, attraverso la semplice negazione della provvidenzialità della morte dell’eroe, dominato dall’irrazionalità di una conduzione divina priva di luce e di senso.

Che tutto sia stabilito secondo un disegno che sfugge alla comprensione degli uomini, fa parte della condizione umana. Quella di Eracle è segnata da due oracoli. Il primo, “l’antico l’oracolo”, è quello che gli prediceva la morte non per mano di uno “che respiri il soffio della vita, ma di un defunto abitatore dell’Ade” (1159-60): una prospettiva che sovvertendo il dato più consolidato dell’esperienza umana, per cui è il vivo, e non il morto, che può consegnare qualcuno alla morte, poteva anche apparire assurda a Eracle, e comunque configurava un potere oscuro e disarmante dal quale non gli sarebbe stato possibile difendersi. Il secondo, anch’esso proveniente da Zeus, ha stabilito un discrimine preciso nella vita dell’eroe, e un esito fatale delle sue fatiche: quindici mesi dopo aver intrapreso l’ultima, il suo destino si presenterà a lui in forma di alternativa radicale: o la morte, o una vita ormai libera dagli affanni e dai travagli che l’hanno fino ad allora caratterizzata14 . L’ambiguità dell’oracolo era, come spesso accade, una ambiguità della parola: parlando di “liberazione” (lysis) dai “travagli” (pónoi, móchthoi), l’oracolo si esprimeva nei termini di quella consolidata concezione, che trova innumerevoli formulazioni nella cultura greca (e non soltanto!), che riduce la vita umana sostanzialmente a pónos, a móchthos. Ma rivelato ad Eracle, che accanto ai travagli comuni alla condizione umana sperimentava quelli propri della sua persona (le “fatiche”, anch’esse pónoi, móchthoi), era inevitabile che l’oracolo si caricasse di una ambiguità ulteriore, e che Eracle lo riferisse alle “fatiche” affrontate nel suo ruolo di purificatore del mondo15 . Da qui l’espressione del suo disinganno (ed io pensavo che mi annunziasse una vita felice!, 1171), tanto più amaro in quanto autore dell’inganno’ è il padre Zeus.

Di fronte ad un destino già tracciato, imperscrutabilmente precluso alla comprensione umana, di fronte ad un “disegno altrui” (845) di cui Nesso non è stato altro che l’esecutore, di fronte ad una catastrofe inevitabile e già preventivata, gli uomini non possono fare altro, da “corresponsabili”16 , che cooperare, anche quando credono di poterlo stornare, alla realizzazione di esso, e cioè della propria rovina.

Eracle, convinto che si prepari ormai per lui il giusto riposo dalle fatiche, trova del tutto normale predisporre per sé condizioni di vita fondate sulla soddisfazione dei suoi desideri, e porta a casa una nuova moglie più giovane di quella attuale, accendendo con ciò la miccia della catastrofe. Deianira, convinta di poter recuperare l’amore del marito con mezzi magici, e di sopperire in questo modo alla debole attrattiva esercitata da una giovinezza declinante (547-9), provoca la morte di Eracle e al tempo stesso la propria. Illo, rimproverando aspramente la madre per il suo gesto, contribuisce a rafforzare il suo proposito di suicidarsi. Lica ha pagato con una morte atroce la sua complice fedeltà ad Eracle. La rivelazione della verità, spesso ambiguamente occultata in tortuosi oracoli, non tarderà per nessuno: Deianira, constatati gli effetti devastanti del filtro d’amore, capirà di aver riposto male la sua fiducia in un mostro che aveva tutte le ragioni per annientare chi lo aveva ucciso; Eracle, alla notizia che “il gran fattucchiere” (1140) dell’incantamento che lo sta uccidendo è stato Nesso, da lui ucciso tanti anni prima, si rende conto che ormai sta per morire proprio ad opera di un morto17 , e coglie il vero senso dell’oracolo (e invece non significava altro se non la mia morte, perché solo i morti sono immuni da travagli, 1172-3); Illo apprende troppo tardi che la madre aveva agito in buona fede, ignara degli effetti deleteri del farmaco; lo stesso coro, dopo avere approvato, sia pure tra le consuete circospezioni di una vocazione alla medietà e alla neutralità, il proposito di Deianira di far ricorso all’incantesimo (588-93), è costretto a dichiararsi colto di sorpresa dall’esito che ne è scaturito, e dall’inganno di un l’oracolo che sembrava porre una alternativa e invece conteneva soltanto la perentoria determinazione di un unico, ineluttabile destino (821-30):

Ecco come ci ha colte di sorpresa
la fatidica parola dell’antica profezia:
vaticinava che col volgere dei mesi, al compimento
della dodicesima aratura avrebbero avuto fine
i travagli per lui, vero figlio di Zeus.
E questo oracolo ha avuto, con prospero vento,
il suo esito infallibile:
e come potrebbe mai uno che non vede più
la luce, avere ancora e ancora,
da morto, servitù di fatiche?

Tutti debbono constatare di aver fallito, di essersi ingannati, o di essere stati ingannati; tutti hanno avuto la sorpresa di una verità diversa da quella che credevano. E l’opsimathía, la tardiva presa d’atto della verità delle cose, è la condizione comune a tutti i protagonisti della storia18 .

Di molte colpe si è macchiato Zeus, supremo reggitore, agli occhi di chi ha vissuto questa vicenda. Deianira si è suicidata senza alcuna responsabilità obiettiva. Lica ha fatto una fine orrenda sbattuto sugli scogli aguzzi dalla furia di Eracle. Illo ha visto morire entrambi i genitori, ed è costretto a sottostare al ricatto affettivo del padre sposando Iole, ai suoi occhi causa prima di ciò che è accaduto. Lo stesso Eracle è sfuggito solo attraverso il fuoco del rogo alla terribile corrosione del corpo provocatagli dalla tunica, e alla sua umiliante riduzione a creatura debole e piangente19 : a nulla è valsa la filiazione da Zeus, a nulla i benefici elargiti all’umanità intera, la liberazione di interi territori da pericoli devastanti, gli stessi sacrifici fatti a Zeus al promontorio Ceneo, appena giunto in patria e ancor prima di presentarsi a casa20 . Tutti sono stati ‘giocati’ da oracoli ambigui e fuorvianti, a tutti è stata negata la possibilità di conoscere quella parte di verità (l’apoteosi) che oracoli emessi da Zeus in persona e rivolti ad un suo figlio era giusto che contenessero.

Ce n’è abbastanza perché nell’esodo della tragedia esploda, violenta e blasfema, l’indignazione dell’unico superstite di tanta rovina, quello cui toccherà, sposando Iole, di ricostituire una nuova famiglia (sarà quella degli Eraclidi) sulle macerie di quella distrutta (1264-74):

Sollevatelo, compagni, e abbiate
grande indulgenza per gli atti che io sono costretto a fare,
ma grande risentimento per gli eventi
che gli dèi determinano:
danno la vita, sono chiamati padri,
e stanno a guardare dall’alto tanto patire.
Il futuro nessuno può vederlo,
il presente è miseria per noi,
ma vergogna per loro;
e peso intollerabile per chi fra tutti gli uomini
ha subìto una simile rovina.

Parole aspre e risentite, di cui l’epigrafico verso finale del coro

E tutto questo è opera di Zeus

sembra voler attenuare il tono e la carica polemica, ma non la sostanza di una visione che riconduce a Zeus il governo di tutti gli accadimenti, anche delle “strane, tremende morti” e delle “inaudite sofferenze” (1276-7) cui il coro e gli spettatori hanno assistito21 .

Questo grumo di drammi individuali, di errori, di inganni e di risentimenti si sarebbe illuminato di una luce diversa se solo Sofocle non avesse voluto mutilare il mito di una parte importante, e se il dato tradizionale dell’apoteosi fosse entrato in qualche modo in gioco, o almeno richiamato alla consapevolezza dello spettatore. Se il poeta ha deliberatamente evitato di farlo, ciò è accaduto perché voleva dare alla sua opera proprio il senso che a noi sembra che essa abbia: l’espressione di una cupa visione della vita umana in balia di forze che la dominano senza rendere ragione del dolore e della infelicità degli uomini22 .

  1. Cf. vv. 351-68, 432-3.
  2. 441-9, 499-502.
  3. Al momento di suicidarsi, Deianira manifesta la difficoltà di doversi separare da essi (905-6).
  4. E difatti la nutrice ha buon gioco a dire, con una sorta di tragica ironia, che uccidendosi Deianira ha compiuto il supremo dei suoi viaggi senza muovere un passo da casa (874-5).
  5. L’interminabile elenco delle donne (con relativi figli) di Eracle, fra cui 50 sorelle in 50 notti consecutive, in Apollodoro II 7, 161-6.
  6. Per queste notizie cf. Apollodoro I 8, 64, 73, Igino 129 e 174, Scoli Apollonio Rodio I 1212.
  7. Deianira lo ricorda ai vv. 714-5.
  8. Esiodo, Teog. 950-5, ma anche Pindaro, Istm. IV 55ss., etc.
  9. Allo stesso Sofocle la divinizzazione di Eracle è ben presente in alcuni passi del Filottete, dove pure l’eroe compare soltanto come deus ex machina nella parte finale (cf. i vv. 726-8, 1413-4, 1420).
  10. Per esempio quelli di Demofoonte e di Achille.
  11. 399, 436-7, 1185, 1188.
  12. 250-1, 274, 278-80.
  13. 200-1, 1001-2, 1086-8.
  14. 155-74. Proprio in vista del possibile esito negativo dell’oracolo, prima di partire per l’ultima impresa Eracle ha fatto testamento (161-3).
  15. 821-30, 1164-73.
  16. Per due volte, parlando di personaggi (Eurito 260, Iole 1223), è usato metáitios “corresponsabile”, là dove ci si attenderebbe áitios “responsabile”.
  17. 1162-3: “E così, come predetto dal divino oracolo, il ferino Centauro, già morto, ha ucciso me, ancora vivo”.
  18. Per Deianira 705-11, per Eracle 1140-5, per Illo 932-5.
  19. Quello di essersi ridotto come una femminuccia non è l’ultimo dei crucci di Eracle morente: cf. 1070-5.
  20. Sono tutti i motivi delle amare lagnanze di Eracle: 1011-4, 1058-61, 1089-102, 1105-6, 1147-50.
  21. Non riesco a cogliere, in questo verso finale, il radicale mutamento di tono rispetto alle parole di Illo che altri vi colgono.
  22. Mi sembra perciò che individuare nel v. 1270 (“il futuro nessuno può vederlo”), come si fa talvolta, una allusione alla sorte ultraterrena di Eracle, costituisca un grave fraintendimento del significato della tragedia. Nella sua genericità, e nella sua formulazione negativa, il verso sembra piuttosto assumere una connotazione di scetticismo.

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