sfondo pagina sfondo pagina
Spaziatore Spaziatore
contatti Spaziatore ricerca Spaziatore mappa sito Spaziatore english
Spaziatore
Spaziatore Spaziatore
Spaziatore Spaziatore Spaziatore Spaziatore

INDA la stagione - Trachinie: approfondimenti e interviste

Conversazione con Salvatore Nicosia, traduttore delle Trachinie per XLIII Ciclo di Rappresentazioni Classiche
a cura di Giuseppina Norcia

Salvatore Nicosia, traduttore delle Trachinie
Salvatore Nicosia, traduttore delle Trachinie

Quali sono le sfide e le difficoltà che pone la traduzione di un dramma antico oggi?

Tradurre è, sempre, una difficilissima operazione di mediazione fra culture diverse; e tanto più difficile quanto più distanti, nello spazio e nel tempo, sono le due culture. Dal mondo greco ci separano, mediamente (per es. Sofocle), duemilacinquecento anni. Se la distanza cronologica è enorme, quella culturale non è, per una serie di ragioni storiche, così profonda; ma ad essa si aggiunge anche quella costituita dalla radicale diversità dei due sistemi di comunicazione letteraria. La tragedia e la commedia, per esempio, pur riprodotte, rielaborate, imitate, sviluppate in età moderna, non hanno mai avuto, nelle loro successive metamorfosi, il ruolo e la funzione comunicativa che assolvevano nell'Atene del V sec. a.C., dove facevano parte di un rito annuale, conoscevano una fruizione esclusivamente teatrale e musicale, e non anagnostica (non venivano cioè lette), ed erano immesse, mi riferisco soprattutto alle tragedie, in una dimensione filosofico-pedagogica. Di tutto ciò, è già molto se si salva l'essenza, e se si riesce a far percepire chiaramente, allo spettatore moderno, il significato fondamentale dell'opera antica.

Alle difficoltà, che sono proprie di ogni traduzione, si aggiungono quelle connesse alla destinazione esclusivamente teatrale della traduzione. Se il testo che io traduco è destinato alla lettura, alla circolazione attraverso il libro, potrò agevolarne la comprensione ricorrendo a qualche nota: tradurrò "il figlio di Alcmena e di Zeus", com'è nel testo greco, e in nota chiarirò che si tratta di Eracle. Nel testo destinato al teatro ciò non è possibile: esso deve avere in se stesso tutte le potenzialità espressive, deve esaurire tutti i propri significati nelle parole dell'attore. Traducendo perciò "Eracle, il figlio di Alcmena e di Zeus", non riterrò di aver commesso un arbitrio, o di essere stato infedele al testo originario.

Una traduzione per Siracusa pone al traduttore ulteriori problemi particolari? Lei, che lo ha già fatto in passato, che cosa può dirci di questa esperienza?

Che è una delle più esaltanti che uno studioso possa fare. Innanzi tutto, perché essa ha un immediato riscontro presso un centinaio di migliaia di spettatori. Poi, perché quello di Siracusa è il più prestigioso teatro greco del mondo, per aver dato inizio, in epoca moderna, alla riproposizione delle opere teatrali antiche. Infine per la qualità alta, in linea di massima, delle messe in scena. Quando tradussi l'Ecuba, nel 1998, ebbi la ventura di imbattermi in una straordinaria Valeria Moriconi, che ridusse il testo, dilatò la propria parte, si ringiovanì decisamente, ma diede vita ad uno spettacolo di straordinaria intensità drammatica. Quanto ai problemi, è vero, Siracusa ne pone di specifici, e questi sono in relazione alla tipologia degli spettatori. Di un teatro al chiuso, che facesse 8-10 rappresentazioni delle Trachinie, sarebbe possibile prefigurare il profilo sociale degli spettatori, e regolarsi di conseguenza nella resa del testo. Quello di Siracusa è invece un pubblico interclassista e interregionale, ci può essere il medico milanese e l'artigiano ragusano, lo studente liceale di Bolzano e la colta signora palermitana che ha letto tutte le tragedie; e lo spettacolo è una sorta di kermesse nazional-popolare che non ha l'eguale. Quale livello di comprensibilità dovrà perseguire il traduttore? Dovrà rendere in qualche modo comprensibile che l'Acheloo è un fiume? Penso che la composizione del pubblico debba indurlo a mirare ad un livello medio, recuperando, senza essere didascalico, la sostanziale comprensione del più sprovveduto degli spettatori.

Quali linee pensa di scegliere? Ritiene più importante rinunciare alla struttura in versi e tentare di riprodurre i vari registri stilistici? Crede possibile trovare un compromesso tra la qualità ritmica del testo e la sua intellegibilità?

Sto traducendo le Trachinie verso per verso, rinunziando alla poesia ma anche alla mera prosa. Il discorso sui vari registri stilistici è fondamentale. Ritengo che vadano mantenuti e riprodotti, nei limiti del possibile, quelli dell'originale: non tutti i personaggi parlano un linguaggio elevato, e la scelta da parte dell'autore di un registro alto o basso è funzionale alle sue esigenze di caratterizzazione sociale e psicologica; e va perciò rispettata, e nei limiti del possible, riprodotta.

Vi sono casi in cui il regista sceglie di non tradurre il testo e di mantenere la lingua originale (così ad esempio le Troiane dirette da Salmon a Gibellina). Cosa pensa di questo tipo di scelta?

A Gibellina, in quella memorabile rappresentazione del 1988, gli attori, che erano di diverse nazioni, non solo recitavano in greco antico, ma lo pronunziavano anche ciascuno secondo le regole fonetiche del proprio paese. L'incomprensibilità del testo era pertanto totale, e riguardava anche chi eventualmente avesse avuto gli strumenti linguistici per capirlo. Ma il geniale regista, purtroppo precocemente scomparso, aveva sopperito alla incomprensibilità delle parole con il tono della voce, l'espressione, i movimenti sulla scena, le trovate registiche; e alla fine era risultato comprensibile all'ultimo dei contadini del Belìce la condanna radicale della guerra, che è il senso ultimo di questa tragedia euripidea. Io ho visto innumerevoli spettacoli classici a Siracusa, ad Epidauro, ad Atene e in altre parti del mondo, e fra tutti le Troiane di Thierry Salmon rimane il più indimenticabile.

Come rendere il coro? Generalizzando, ritiene più efficace uniformarne lo stile a quello dei dialoghi o invece mantenere il più possibile la sua specifica connotazione ritmica e stilistica?

Il coro rappresenta, nella messa in scena di un dramma antico, il problema più spinoso. Perdute e irriproducibili la musica e la danza, rimangono solo le parole a rappresentare quella che era la parte più nobile ed antica dello spettacolo teatrale. Le soluzioni escogitate sono le più varie, e non sempre soddisfacenti. Quanto alla traduzione, va assolutamente mantenuta la specificità del linguaggio del coro, che è elevato, poetico, di difficile comprensione, su un registro più alto di quello delle parti dialogate, alle quali non va affatto assimilato. Io penso che il coro, unità inscindibile di parola, musica e danza, e con un legame lasco con l'azione, riuscisse incomprensibile alla maggior parte del pubblico ateniese. Non mi preoccuperei più di tanto se, mantenendone elevato il livello, dovesse riuscire incomprensibile anche al comune spettatore moderno, cui non dovrebbe comunque, tra frasi essenziali, ritmo, atteggiamenti e accompagnamento musicale, sfuggire del tutto il ruolo fondamentale che esso svolge.

Nel caso di una traduzione per la scena, quando ritiene concluso il lavoro del traduttore? Quanto ritiene importante e proficuo il dialogo con il regista e con gli attori per adattare il più possibile il testo alle esigenze della rappresentazione? Quali invece possono essere i limiti di un testo dove le esigenze della “rappresentabilità” prevalgano sulle altre?

Una collaborazione tra regista, attori e traduttore la ritengo indispensabile. Serve al regista per ricevere eventuali spiegazioni, chiarimenti, richiami a realtà ed elementi culturali del mondo antico, ma serve anche al traduttore per correggere eventuali oscurità o ambiguità del proprio testo. Un attore sensibile percepisce immediatamente se il ritmo di una frase è dissonante, se una parola è oscura, se un'espressione è ambigua. A me è capitato, in esperienze del genere, di accettare, con vantaggio per la chiarezza della mia traduzione, indicazioni che venivano dal regista o dagli attori.

Pensa che la tradizione classicistica abbia in qualche modo alimentato un malinteso? - mi riferisco a certe sonorità e solennità lessicali e tonali, ma lo stesso discorso vale anche per l’annoso problema dei costumi, delle scenografie, dell’uso dei microfoni, di certa gestualità...
Quanto questo gusto condiziona ancora la nostra sensibilità? Come possiamo evitare di cadere in questa trappola?

Esiste in Italia un approccio tradizionale alla resa dei testi teatrali antichi che si esplica nell'impiego di parole desuete e vacuamente sonore, di tonalità conformisticamente solenni: una insopportabile retorica della traduzione, che ha dominato per tanto tempo, ma che oggi quasi nessun traduttore mette più in atto. L'antidoto a questa perniciosa tendenza non può essere comunque la prosa quotidiana, la sciatteria espressiva, la banalità linguistica. Occorre trovare un linguaggio pregnante, adeguato al modello e alla realtà che esso intendeva esprimere, sostenuto, se occorre, ma non retorico, semplice, se occorre, ma non banale, moderno, ma non inadeguato. Non è facile; anzi, è questa una delle maggiori difficoltà di una traduzione moderna del teatro antico.

Salvatore Nicosia è professore ordinario di Lingua e Letteratura Greca presso l’Università di Palermo. Componente del senato accademico dell’Università di Palermo e vicepresidente dell’Istituto Siciliano di Studi Bizantini e Neoellenici, dal 2001 dirige “Aglaia”, dipartimento di studi greci, latini e musicali dell’ateneo palermitano.
Ha curato, tra gli altri, Elio Aristide, Discorsi Sacri (1984), Il segno e la memoria. Iscrizioni funebri della Grecia antica (1992), I barbari tra noi. Problemi sociali e culturali dell’immigrazione (1998), Il giudizio. Filosofia, teologia, diritto, estetica, (2000), Ulisse nel tempo, la metafora infinita (2003).

Gli spettacoli

Eracle
Trachinie
Trama
Cast
Spettacolo
Regia
Traduzione
Scene
Costumi
Musiche
Approfondimenti e interviste
sfondo pagina
sfondo pagina sfondo pagina