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INDA la stagione - Trachinie: approfondimenti e interviste

VII Ciclo di Spettacoli Classici 1933, Duilio Cambellotti e le “prime” Trachinie dell’INDA
di Francesco Fontana

Deianira raccoglie il sangue del centauro Nesso. Manifesto di Duilio Cambellotti
Deianira raccoglie il sangue del centauro Nesso.
Manifesto di Duilio Cambellotti
Bozzetto di Duilio Cambellotti raffigurante Eracle morente
Bozzetto di Duilio Cambellotti raffigurante Eracle morente
Plastico di scena per Trachinie, 1933
Plastico di scena per Trachinie, 1933

Per il programma del 1933 l'Istituto Nazionale del Dramma Antico annuncia Ifigenia in Tauride di Euripide, nella versione di Giovanni Alfredo Cesareo, e Trachinie di Sofocle con traduzione poetica di Ettore Bignone. Con la tragedia euripidea, l'Istituto intende mantenere una continuità tematica con Ifigenia in Aulide, rappresentata nel 1930, e concludere in questo modo il ciclo argivo degli Atridi. L'idea di mettere in scena Trachinie costituisce invece un desiderio di sperimentazione, una sfida dell'Istituto contro il giudizio avverso di quanti, autorevoli critici e filologi, consideravano allora il dramma sofocleo di scarso rendimento drammatico (e, secondo Friedrich Schlegel, addirittura da escludere dal novero delle opere di Sofocle). L'esito trionfale dello spettacolo, di grande effetto scenico, finì poi per dare pienamente ragione alla scelta dell'Istituto, che aveva in questo modo contribuito a portare nel campo scientifico e culturale un più equilibrato giudizio sul valore della tragedia.

Anziché ricorrere a una compagnia appositamente formata a Siracusa con vari elementi singolarmente scritturati, come era avvenuto nel 1930, l'Istituto si rivolge a una compagnia già organizzata. E così per esplicito mandato del Consiglio Direttivo, il presidente Biagio Pace ingaggia la Compagnia di Maria Melato. L'attrice, una delle maggiori interpreti del panorama teatrale italiano del primo Novecento, nella sua unica partecipazione siracusana, interpreta Ifigenia nell'omonima tragedia euripidea e Deianira in Trachinie. Nerio Bernardi, primo attore della Compagnia, interpreta rispettivamente Oreste in Ifigenia e Illo, il figlio di Eracle, in Trachinie. Alla compagnia si aggiunge Annibale Ninchi, appositamente scritturato per il difficile ruolo del protagonista del dramma sofocleo, Eracle; in Ifigenia in Tauride, Ninchi veste invece la parte secondaria del Nunzio.

Per Duilio Cambellotti, incaricato della realizzazione del manifesto pubblicitario, delle scenografie, dei costumi, dei progetti di movimento scenico, il 1933 segna una svolta decisiva. Per il VII Ciclo di Spettacoli Classici l'artista progetta un impianto scenico completamente privo di quegli elementi di realismo, che avevano invece caratterizzato la tradizione precedente e che ancora apparivano in Agamennone e in Ifigenia in Aulide del 1930. Ifigenia in Tauride e Trachinie sono pertanto ambientate in una scenografia assolutamente simbolica, geometrica, formata da toni cromatici, volumi e linee che si intersecano tra di loro attraverso lo spazio del teatro.

Rispetto alla tradizione precedente rimane invariato il modulo di un ambiente scenico di base comune ai due drammi, all'interno del quale "prendono parte a volta a volta altri volumi espressivi che tendono a trasformarlo per accogliere uno degli spettacoli o l'altro. Quindi una grande gradinata conchiusa tra due profili cubici ai fianchi; una parete di chiusura al fondo; a mezza scena, un clivo ascendente ricurvo fino a raggiungere la massima altezza di costruzione, tutto ciò costituisce la parte comune alle due scene e risulta cromaticamente alternata di forti ombre nell'avanti, di bianchi abbaglianti nel fondo"[1].

In Trachinie, la scena presenta un vasto particolare mobile sulla sinistra, ovvero una rampa di colore rosso purpureo, conchiusa tra due gigantesche fattezze leonine dello stesso colore: è l'ingresso della dimora di Deianira e di Eracle, unico riferimento puntuale al testo della tragedia. La scena si sintetizza in questo modo in due rampe affrontate: una meno ripida discende da sinistra e l'altra risale a destra fino a raggiungere la sommità della parete di fondo. L'intero impianto scenografico è impostato in omaggio alla catastrofe del dramma: "Io vedo – scrive Cambellotti – il gruppo monumentale di Ercole morente e dei suoi portatori seguito da Illo risalire la rampa di destra e disegnarsi nel cielo del tramonto, mentre al sommo della rampa opposta apparirà Iole"[2].

Nel 1933 per la prima volta i volumi architettonici evitano la simulazione realistica di materiali o elementi naturali, quali roccia, marmo, legno, bronzo; nella progettazione della scena, Cambellotti procede secondo la maniera che egli stesso definisce "architettonica": "in questa soluzione non si prende l'architettura coeva all'autore o quella di un'epoca supposta coeva del dramma per annidarvi dentro il dramma stesso, ma si crea l'architettura propria di quell'autore o di quel dramma"[3]. Il risultato è un impianto scenico libero di dettagli dottamente archeologici, che trova il consenso del presidente Biagio Pace, il quale a proposito degli spettacoli siracusani sosteneva: "E niente archeologia teatrale. A cominciar dalla scena"[4]. Nonostante ciò, la scena – scrisse Mario Corsi – "rispecchiava, nella sua nuda semplicità e nell'essenzialità delle sue linee armoniche, lo spirito che informò tutta l'arte greca, sotto specie di interpretazione moderna. E i critici riconobbero che, sotto un tale punto di vista, la scena poteva considerarsi la più classica che Cambellotti avesse fino a quel giorno creato"[5].

L'essenzialitą e la semplicitą delle linee della scenografia influisce anche sui costumi e "al momento dello spettacolo sul trucco degli attori"[6]. Per il costume Duilio Cambellotti evita infatti fin che č possibile l'ornamento, che nella vastitą del teatro si perderebbe. Preferisce invece ottenere degli effetti con la ricerca di forme e con i toni di colore. A questo fine segue "lo stesso procedimento che per la scena. Quindi toni bianchi prevalenti, toni foschi o neri in minore proporzione"[7]. Per le figure del Coro che sono presenti numerose sulla scena, il tono dominante dei costumi č il "chiarissimo" con abbondanza di bianco e con qualche risalto nero. Per le figure degli attori, che non sono mai tutti insieme sulla scena, appaiono, l'ocra, il rosso vermiglio, l'oro, il nero".

Il Coro di Trachinie è diviso in coro-danzante e coro-recitante. Il primo, costituito dalle dodici danzatrici della scuola di Hellerau di Vienna dirette dalla coreografa Rosalie Chladek, si presenta con tuniche di mezza tinta; alcune danzatrici hanno un piccolo mantello di colore chiaro. Il coro-recitante invece indossa sempre un mantello piuttosto ampio, bianco o comunque molto chiaro. Il nero è visibile solo frammentariamente: alcune figure del coro recitante lasciano intravedere l'estremità inferiore o quella superiore di una tunica nera sotto il manto. Tra i protagonisti, Deianira, l'attrice Maria Melato, indossa sopra la tunica rossa e oro (che è quella di Clitemnestra di Coefore del 1921) un manto bianchissimo. L'ampio mantello, lungo m. 4.50 e alto m. 1.45, è appositamente realizzato in crèpe de chine bianca, riccamente stampata e ricamata d'oro. Jole, che nella tragedia è una persona muta, indossa sopra una tunica rossa un ampio mantello. E' accompagnata da un gruppo di prigioniere – altre comparse mute – che vestono costumi di intonazione livida con qualche "nero assoluto". Per la Nutrice, che annunzia e descrive la morte di Deianira, il costumista disegna un piccolo mantello bianco, decorato con lo schema di un ornato, da indossare su una tunica nera.

Per la figurazione di Eracle, Cambellotti evita una visione troppo realistica e razionalistica che imporrebbe di presentare una copertura sommaria – i brandelli della tunica fatale intinta del sangue del centauro Nesso, che divora le carni dell'eroe – sulle piaghe sanguinolente. Pur attenendosi all'esigenza drammatica, l'artista disegna un Eracle che conserva, anche se straziato dalle sofferenze, la figura e gli attributi iconografici tradizionali, con i quali è noto anche allo spettatore meno colto, ovvero la pelle di leone e la clava. La clava è collocata insieme al clipeo, alla spada e alla faretra con le frecce nella parte inferiore del letto funebre, sul quale l'eroe è portato in scena. Lo scenografo progetta un letto funebre ricco, monumentale che forma un tutt'uno, quasi un gruppo plastico, con la figura del morente. Per questa rappresentazione di Eracle, armato anche sul letto di morte – che non piaceva troppo a Franco Liberati e Guido Ruberti[8], consulenti del presidente Pace per l'organizzazione artistica degli spettacoli – Cambellotti si ispira liberamente alle raffigurazioni vascolari antiche. Oltre ai bozzetti per Eracle, Cambellotti realizza vari schizzi – veri e propri quadri scenici – che esprimono il personaggio, l'atteggiamento e gli elementi che lo accompagnano. L'artista evita una posa statica per il protagonista. Date le dimensioni del letto, lungo 130 centimetri e largo 70, Eracle avrà le gambe non distese, ma sempre raccolte: ne risulta che la figura ha quasi sempre una posa movimentata e ricurva “come certe figure michelangiolesche".

Nello spettacolo, Annibale Ninchi, interprete di Eracle, indossa una camicetta bruciacchiata e dipinta a imitazione di scottature; una grande pelle di leone con testa, zampe e unghie; sandali e coturni. Per il trucco del personaggio, Duilio Cambellotti prescrive di limitarsi a "pochi e vigorosi tratti essenziali: qualche cosa di leggermente e nobilmente caricaturale, qualche cosa che ricordi la maschera tragica"[9]. Di suggestivo effetto risulta il finale della tragedia, come mostrano le foto di scena e un filmato d'epoca, conservato nell'Archivio INDA: il corteo funebre si allontana sull'alta rampa di destra e raggiunge il muro di fondo, per uscire di scena attraverso la scalinata posta dietro, mentre Jole rimane ritta sulla rampa opposta, secondo il progetto di movimento scenico ideato da Cambellotti nel plastico e nei bozzetti. Il letto funebre "corrusco d'armi", con il quale il corpo piagato di Eracle è portato sulla rampa, illuminato dagli ultimi raggi del sole, prelude al rogo che consumerà il corpo del morente.

[1] D. Cambellotti, Avvertenza per la rappresentazione della “Ifigenia in Tauride” e delle “Trachinie”, in D. Cambellotti, Teatro Storia Arte a cura di M. Quesada, Palermo, 1999, p.13.

[2] Ibidem, p. 15

[3] Ibidem, pp. 25-26

[4] Biagio Pace, Rievocazione del teatro greco in Italia, in E.Barié, S. Bettini et alii, Italia e Grecia. Saggi sulle due civiltà e i loro rapporti attraverso i secoli, Firenze, 1939, pp.97-106.

[5] M. Corsi, Il teatro all’aperto in Italia, Milano, 1939, p.84.

[6] D. Cambellotti, Teatro cit., p. 16

[7] D. Cambellotti, Teatro cit., p. 15

[8] Franco Liberati era Direttore della Scuola di Recitazione di Roma, mentre Guido Ruberti Direttore della Sezione per l'Arte Drammatica presso il Ministero dell'Educazione Nazionale e membro di diritto del Comitato Esecutivo dell'Istituto Nazionale del Dramma Antico

[9] D. Cambellotti, Teatro cit., p. 16

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