INDA la stagione 2007
Nota sulla traduzione di Eracle di Giulio Guidorizzi
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| Il Prof. Giulio Guidorizzi |
Tradurre un tragico greco significa condurre il pubblico di oggi a riscoprire la grandezza del testo in tutta la sua energia intellettuale, ridestando le emozioni che provava il pubblico antico (“pietà e terrore”, diceva Aristotele). Una tragedia greca infatti non è solo un testo letterario, ma qualcosa di più ampio: si potrebbe dire, un universo di pensiero che raggiunge strati profondi e universali di umanità.
Euripide voleva ridurre la distanza tra il mondo del mito e la realtà. I suoi eroi sono vicini alla psicologia moderna, e di conseguenza il loro linguaggio tende ad abbandonare l’altezza dello stile tragico tradizionale per avvicinarsi a forme d’espressione sciolte e quotidiane. E’ sorprendente la duttilità di questo stile, che sa passare dal patetico al sublime, con improvvisi scarti: basta vedere nell’Eracle come cambia il tono della tragedia quando sulla scena è rappresentata la follia, un abisso buio che inghiotte d’improvviso attori e spettatori. Euripide si presta dunque a essere tradotto in un linguaggio moderno ed essenziale, proprio per la sua organizzazione della frase e del pensiero, per i suoi personaggi raziocinanti, psicologicamente variegati, per le sue frasi costruite con lucidità, senza abbandoni poetici, tese a smascherare, a volte con durezza e crudeltà, il gioco degli inganni e delle passioni sulla scena tragica. L’apparente facilità con cui Euripide scriveva il suo testo, sviluppando sulla scena i procedimenti psicologici dei personaggi in modo realistico e profondo, è la cosa più difficile da rendere nel linguaggio teatrale di oggi. Io ho scelto uno stile di traduzione asciutto, sintetico; rinunciando a riprodurre la scansione dei versi, ho preferito la prosa (che è il tipo di linguaggio più affine allo stile euripideo), ma una prosa di livello non troppo colloquiale (tranne nei punti in cui Euripide ha volutamente abbassato il tono dello stile, come in certe battute del Corifeo e di Anfitrione). Soprattutto, ho cercato una prosa con un ritmo interno - a volte facendo scivolare nella frase degli spezzoni di versi, mascherati all’interno del testo prosastico - dedicando particolare attenzione alla recitabilità della frase; ho scelto di spezzare i periodi (comunque generalmente asciutti anche nell’originale greco) rendendoli brevi, taglienti e quindi il più possibile drammatici.
E’ anche importante tenere conto della varietà delle figure che agiscono sulla scena, ognuna con un suo modo di pensare e di parlare: un tiranno malvagio come più non potrebbe esserlo, un vecchio, un eroe magnanimo e salvatore, una madre angosciata ma forte, due demoni che scatenano la follia... Un problema a parte è il coro, come sempre, con i suoi lirismi improvvisi, che impongono un registro stilistico più alto e teso rispetto al dialogo. Bisogna far camminare la traduzione sempre sul filo del rasoio, cercare di mantenere sempre il ritmo che Euripide sapeva dare alle sue frasi e al pensiero dei personaggi. Un altro problema è la distanza culturale tra il pubblico e gli spettatori ateniesi. Quando Euripide faceva riferimento a un personaggio o a un evento mitico, il pubblico era in grado di individuare immediatamente il contesto, così come coglieva i riferimenti a idee, istituzioni, dati antropologici che formavano la cultura dell’uditorio. Tutto questo al pubblico contemporaneo è oscuro; in una traduzione destinata alla lettura si può ovviare con un sistema di note, in una traduzione per la scena no. Questo è un problema molto delicato: occorre infatti includere nel testo, con cautela, questi elementi, cercando anche le parole più adeguate per tradurre idee intraducibili. Per esempio, ho deciso di tradurre il personaggio di Lissa con Follia (Lissa vuole appunto dire questo, letteralmente “la rabbia dei lupi”), appunto per rendere chiaro il nesso tra il demone della pazzia e il suo nome, che al pubblico ateniese risultava immediato. Questo problema si ripropone molte volte nel testo: ad esempio, quando in greco si trova “Ade”, questo vuol dire contemporaneamente “morte”, “oltretomba”, e anche “dio dei morti”; la traduzione deve cercare di tenere conto di queste ambiguità e renderle in modo comprensibile all’uditorio. In definitiva, tradurre da un tragico greco significa proporre una mediazione non solo linguistica, ma in primo luogo culturale, trasposta nel linguaggio del teatro e pensata per la messa in scena.
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