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INDA la stagione 2007 - Eracle: approfondimenti e interviste

L’Eracle di Euripide nella penna di Salvatore Quasimodo

Frontespizio dell"Eracle di Euripide tradotto da Quasimodo
Frontespizio dell’Eracle di Euripide tradotto da Quasimodo

Dal 1914, anno che sigla il I Ciclo di Rappresentazioni Classiche al Teatro Greco di Siracusa, l’INDA svolge una funzione di laboratorio culturale dove uno spazio di primo piano è riservato alla traduzione dei testi antichi: il Teatro Greco di Siracusa non è esclusivamente luogo di rappresentazione, ma anche spazio aperto ad accogliere idee, interpretazioni e contributi molteplici. Le traduzioni delle grandi opere della drammaturgia antica a noi pervenute sono annualmente “affidate” dall’INDA a studiosi e intellettuali di grande rilievo, come - per citarne alcuni - Ettore Romagnoli, Raffaele Cantarella, Benedetto Marzullo, Dario Del Corno, Vincenzo Di Benedetto, Edoardo Sanguineti, Umberto Albini, Vico Faggi, Carlo Diano, Salvatore Nicosia.

In alcuni casi, la versione del dramma è divenuta una vera e propria riscrittura, come nell’Orestiade tradotta nel 1960 da Pier Paolo Pasolini per lo spettacolo diretto lo stesso anno da Vittorio Gassman e Luciano Lucignani.

Nel 1964, l’Istituto Nazionale del Dramma Antico ha messo in scena per la prima volta l’Eracle di Euripide, che sarà riproposto, insieme a Trachinie di Sofocle, in occasione del XLIII Ciclo di Spettacoli Classici. Quarantadue anni fa, la traduzione di questa straordinaria tragedia euripidea, fu affidata alla penna di Salvatore Quasimodo: ne riportiamo uno dei brani più significativi, il racconto del messaggero che segue la strage perpetrata da Eracle.

La follia di Eracle nel racconto del Messaggero
dall’Eracle di Euripide
traduzione di Salvatore Quasimodo

Le offerte per la purificazione

erano già davanti all’ara di Zeus

dopo che Eracle, ucciso il tiranno,

aveva gettato il suo corpo sulla strada,

e i suoi bellissimi figli

stavano lì con Megara e Anfitrione.

Già avevano portato il canestro per il sacrificio

e noi cantavamo un inno sacro.

Il figlio di Alcmena era già pronto

a tuffare con la mano destra il tizzone nell’acqua

lustrale, ma senza parole fermò il suo gesto.

Così rimase a lungo. I figli lo guardavano ansiosi,

ma Eracle non era più lui. Stravolto, girava

intorno gli occhi venati di sangue

come a farli uscire dalle orbite, e la bava

gli colava dalla bocca giù sulla fitta barba.

E forsennato rideva dicendo: “Padre,

devo offrire il fuoco che purifica

prima di uccidere Euristeo ? Perché compiere due volte

il sacrificio quando uno solo può bastare?

Dunque porterò prima qui il capo di Euristeo

e poi renderò pure le mie mani

anche del sangue di Lico. Su, gettate via

l’acqua e mettete da parte il canestro.

Chi mi darà l’arco e la clava? Ora andrò verso

Micene. Ma occorrono leve e tridenti, ferri

ricurvi per distruggere le mura

alzate dai Ciclopi con regolo rosso e scalpelli”.

E camminando nello stesso luogo,

senza avere il carro diceva di averlo,

e fingeva di salirvi su; e come se avesse la frusta,

con la mano vibrava forti colpi nell’aria.

I servi intanto alternavano il riso alla paura.

e mentre si guardavano l’un l’altro,

uno disse: “Il nostro signore vuole forse

prendersi gioco di noi o è impazzito?”

E così andava su e giù per la casa.

Trovandosi nelle stanze degli uomini

disse ch’era arrivato nella città di Niso.

E, sdraiato per terra, preparava il suo pasto.

Dopo un po’ di riposo, eccolo nelle valli

boscose dell’Istmo. E, toltosi il mantello,

scendeva nudo in lotta contro nessuno,

e si proclamava glorioso vincitore,

chiedendo di essere ascoltato. E, mentre

fremendo, urlava minacce contro Euristeo,

diceva, a parole, di essere a Micene.

Allora il padre gli afferra le mani vigorose

e gli dice: “Figlio mio, che cosa ti succede?

che stranezza è questa? Hai perduto la ragione

per la strage compiuta poco fa?” Ma Eracle,

pensando che fosse il padre di Euristeo

a prendergli la mano e a supplicarlo per timore

del figlio, lo respinge e prepara le frecce

e tende l’arco contro i suoi figli

credendo di colpire quelli di Euristeo.

Ed essi tremanti di paura fuggono qua e là.

e uno si nasconde sotto le vesti della madre,

un altro dietro una colonna, e l’ultimo,

come un pulcino, si rifugia a piedi dell’altare.

La madre getta allora un grido disperato:

“Che fai, caro? Uccidi i tuoi figli?”

Anche il vecchio e i servi urlano di terrore.

Ma Eracle, inseguendo il figlio intorno ala colonna,

inverte di colpo la corsa e avendolo di fronte

lo colpisce al cuore. Il ragazzo cade supino

e muore bagnando di sangue la colonna.

Eracle lancia un grido di trionfo e d’orgoglio:

“Ecco, un figlio di Euristeo è morto!

Suo padre mi odiava; sconta così per lui”.

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