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INDA la stagione 2007 - Eracle: approfondimenti e interviste

Intervista a Ugo Pagliai, Anfitrione in Eracle
a cura di Isabella Di Bartolo

Ugo Pagliai, Anfitrione in Eracle
Ugo Pagliai, Anfitrione in Eracle

Il volto di Anfitrione, padre di Eracle nell’omonima tragedia euripidea, è quello del grande Ugo Pagliai. Protagonista della scena, l’attore è alla sua prima esperienza sulle antiche pietre greche del Teatro aretuseo. Un battesimo speciale, emozionante e ricco di ricordi. Lo abbiamo incontrato prima dello spettacolo, in un affollato parco archeologico della Neapolis.

Lei ha alle spalle una carriera meravigliosa, fatta di miriadi di personaggi ed esperienze teatrali. Eppure è la prima volta che recita sul palcoscenico del Teatro greco di Siracusa. Come si sente?

Sono molto legato a Siracusa e a questo teatro. E non soltanto perché quest’antica città della Magna Grecia mi affascina da sempre; ma perché fu un illustre attore siracusano, Salvo Randone, uno dei miei primi grandi maestri. E poi perché al Teatro Greco è intimamente legato il nome di Vittorio Gassman, padre di mia moglie Paola, che sulla skenè di pietra ha lasciato il cuore.

Recitare qui è poi è un’esperienza unica. Indimenticabile. Rimane impressa la sensazione di grandezza che questo luogo ispira, e anche il lavoro dell’attore sul palco appare diverso. Qui non occorre enfatizzare. Non è vero che un “gesto” ampio si addice di più al racconto, ci vuole invece una grande sincerità e il gesto può essere anche minimo. Un piccolo sguardo si moltiplica per mille. Inoltre, il pubblico del Teatro greco è diverso da quello dei altri luoghi.

Vuol dire che gli spettatori che siedono sulla cavea sono più esigenti?

Direi più attenti. La grande forza di questo Teatro sta nel fatto che la gente che viene a vedere gli spettacoli classici “sceglie” di vedere proprio questo tipo di spettacolo. E vuol vederlo nella sua completezza. Per questo sento ancora più responsabilità. Qui si avverte ancora di più il rispetto nei confronti dell’arte teatrale.

Cosa l’ha convinta quest’anno a recitare al Teatro greco?

Il copione. Dapprima quando mi hanno proposto “Eracle” ero titubante, mi chiedevo perché questa tragedia fosse stata messa in scena così di rado. Pensavo fosse poco interessante. Ma poi ho letto i versi di questo grande poeta, e ho scoperto la natura di Anfitrione. Un uomo che non ha più la forza di un tempo, un padre che cerca di difendere la dignità del figlio, un nonno che vuole riunire la famiglia e un difensore della sua Patria e del suo popolo. Le parole che rivolge a Zeus mi hanno anche fatto pensare all’invettiva di Giobbe, alle Sacre scritture. Al rapporto conflittuale con la religiosità. Un personaggio attuale, in cui ho ritrovato anche un po’ di me stesso.

Lei è l’idolo dei giovani della compagnia. La guardano con ammirazione, le chiedono consigli. Con loro ha creato un rapporto di familiarità che si percepisce anche dall’esterno. Come si sente oggi in queste vesti?

o ho sempre lavorato con molta onestà, ho affrontato spesso percorsi non facili e interpretato personaggi anche difficili, che non sempre hanno aiutato me. E il fatto di avere la stima dei giovani mi riempie d’orgoglio, e mi fa ricordare di come io una volta cercavo di “rubare” i trucchi di questo mestiere a Salvo Randone, facevamo Antigone e io ero il corifeo, ora i ragazzi osservano me. Io ho imparato a “muovere” la parte, che non è mai ferma ma circola nel sangue. Ed è questo il bagaglio dell’attore. Sulla familiarità che si è creata nel cast le do ragione, e le dico che è questo il segreto di uno spettacolo. Che non è fatto di un solo attore, ma di tutti coloro che lavorano con professionalità per la sua riuscita. Dai ballerini ai cantanti, ai componenti del coro. Lo spettacolo è di tutti. E in questo caso ci siamo riusciti, mi trovo molto bene a lavorare con questa compagnia in un clima sereno.

Quale funzione attribuisce alla divulgazione? Cosa pensa della netta distinzione con cui spesso, soprattutto in ambiente accademico, si tende a separare la ricerca scientifica dalla attività divulgativa? Dove si colloca in questo contesto il lavoro del traduttore?

Nel mondo accademico spesso il divulgatore è guardato con sospetto: può sembrare strano, ma persino una traduzione non è considerata un titolo scientifico molto importante. E’ un errore. Divulgare, s’intende a un livello alto, è quasi più difficile che studiare un testo letterario con finalità scientifiche e filologiche: significa infatti tenere viva la cultura antica, evitando che si chiuda in un ristretto circolo di addetti ai lavori. Avere un pubblico di lettori non specialisti (e tanto più di ascoltatori) è un grande stimolo anche per uno studioso, che deve sapersi misurare con le richieste culturali della società contemporanea, e deve trovare il modo di trasmettere le sue conoscenze in modo che diventino feconde. Abbiamo un esempio insigne: anche i dialoghi di Platone erano scritti per la divulgazione, le ricerche più specialistiche erano invece rivolte alla cerchia più diretta dei suoi allievi.

Tornerà a recitare al Teatro greco?

Me lo auguro. Vorrei continuare a interpretare i grandi personaggi tragici. E soltanto questo Teatro può raccontare le loro grandi storie.

Gli spettacoli

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