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INDA la stagione 2007 - Eracle: approfondimenti e interviste

La violenza e la pietà: note di lettura dell’Eracle
di Giulio Guidorizzi

Euripide fu grande nel descrivere l’amore e la follia
(Anonimo Del Sublime, I sec. d.C.)

Il Prof. Giulio Guidorizzi
Il Prof. Giulio Guidorizzi

Eracle è il più greco degli eroi. Come tale, presenta in massimo grado le caratteristiche che si accompagnano alla figura eroica, in particolare la coesistenza del bene e del male, della santità e della contaminazione, della capacità di nuocere o di salvare, mescolate ed esaltate all’estremo limite. Per i Greci, un eroe poteva sia proteggere che distruggere, come Edipo promette di fare quando arriva a Colono, luogo della sua morte e della sua divinizzazione eroica. “Io – dice agli Ateniesi che lo hanno accolto – sarò di giovamento a voi e di danno ai vostri nemici1”.

Anche Eracle redime la terra dai mostri e soccorre generosamente l’umanità, ma nello stesso tempo sparge sangue, uccide, saccheggia città, viola donne. È un violento, ma la violenza è anch’essa una caratteristica eroica, come pure è una caratteristica eroica la hybris, la tendenza a varcare i limiti. L’Eracle del mito tradizionale spinge infatti la sua hybris al punto di sfidare gli dei faccia a faccia: minaccia con le armi in pugno Elios; lotta contro Ares; sfida Apollo e cerca di rapirgli il tripode di Delfi, e solo un fulmine scagliato da Zeus in mezzo a loro divide Apollo ed Eracle mentre stanno venendo alle mani. Non è dunque del tutto arbitrario ciò che Euripide fa dire a Iride nell’Eracle furente (vv. 841-842): “se non sconta la sua pena, gli dei non varranno più nulla e trionferanno i mortali”.

Espressione di un modo di pensare arcaico, tipico della “civiltà di vergogna” o shame culture, l’Eracle euripideo non tollera offese al suo buon nome. La gloria, l’essere sempre il più forte, sempre il vittorioso, è una sua ossessione anche nella tragedia di Euripide e questo lo avvicina alla mentalità dei guerrieri omerici che avevano come missione quella dell’emergere su tutti, come nell’Iliade (VI, 207-208) dice il guerriero Glauco di Licia: “ Fu mio padre a mandarmi a Troia, e molto, molto davvero mi esortava ad essere sempre il primo (¢risteÚein) e fra tutti gli altri il più forte, e non disonorare la stirpe dei padri (Øpe…rocon œmmenai ¥llwn)”. Quando, in Euripide, Eracle rinsavisce e si rende conto dell’enormità di ciò che ha compiuto il suo dolore è fatto soprattutto di vergogna, più ancora che di pietà e della consapevolezza di una perdita irrimediabile. 

Quello che lo affligge sopra ogni altra cosa è che la sua fama e la sua carriera eroica possano essere macchiate: dopo la strage dei figli, ritornato in sé, vuole evitare lo sguardo degli altri per celarsi sotto un mantello; prova vergogna per le sue azioni e si sente, prima ancora che colpevole, contaminato; immagina con sgomento l’infamia che lo attende per ogni giorno futuro della sua vita; ha orrore dello “schifo” che proverà per lui Teseo; non può tollerare l’idea che altri possano ridere e parlare male di lui, e che la sua fama venga oscurata. Sotto questo aspetto, l’Eracle euripideo assomiglia all’Aiace sofocleo, entrambi accomunati da una certezza: tutto è stato inutile se alla fine, al posto della gloria, vi è la derisione. Motivazioni arcaiche, esteriori, nella prospettiva dell’autonomia etica che è una delle conquiste fondamentali del mondo tragico, ma fondamentali per chi rappresenta un mondo aristocratico ed eroico in cui l’“essere detti”, la pubblica voce, fonda la coscienza di sé ed è ancora più importante della consapevolezza interiore.

L’Eracle folle di Euripide affonda le sue radici in questa materia mitica primordiale e nella natura premorale della personalità eroica greca. Sotto questo aspetto, la follia appare come una caratteristica strutturale della figura eroica, si potrebbe dire quasi una malattia professionale, poiché essa rende visibile, anche attraverso azioni tremende, l’energia potente che un eroe possiede e che è una caratteristica del sacro. È frequente nella mitologia greca che gli eroi diventino folli: Aiace annega nella follia il suo sdegno contro l’esercito acheo; Alcmeone e Oreste impazziscono per avere ucciso la madre; Ino Leucotea colpita dalla pazzia si getta in mare con il figlio Melicerte; Io è resa folle da Era per gelosia; a Licurgo il Trace che aveva offeso Dioniso gli dei inviano la pazzia; folli diventano le Pretidi, Atamante e molti altri. Anche l’assassinio di fanciulli e donne, azioni orribili, si spiegano talvolta in questa ottica: la vicenda di Eracle impazzito che conclude una carriera eroica uccidendo i figli ha un singolare parallelo con quanto avvenne in realtà a Cleomede d’Astipalea (vissuto attorno al 480 a.C.), un famoso pugile che dopo avere ucciso involontariamente un avversario durante i Giochi Olimpici fu squalificato, impazzì, entrò in una scuola e ne demolì i pilastri, cosicché nel crollo morirono sessanta ragazzi. Questo assassino folle ricevette anch’egli (secondo il racconto di Pausania), come tanti eroi folli del mito, onori eroici per responso dell’oracolo delfico: e se è possibile un eroe assassino, è lecito pure un eroe folle, o assassino perché folle.

L’ambiguità dell’eroe, stretto tra bene e male, tra violenza e generosità, corrisponde all’ambiguo statuto della follia nella cultura greca arcaica. Euripide, seguace di un modo più moderno di pensare, descrive la follia come il punto più oscuro della mente e della vita di Eracle; ma non sempre la follia era catalogata tra le malattie psichiche. “I più grandi beni – scriveva Platone in un famoso passo del Fedro – vengono agli uomini dalla follia, s’intende quella regalata dagli dei”. Se all’epoca di Euripide gli intellettuali (medici e filosofi) individuavano nella follia una malattia della mente o una corruzione dell’anima, era pur vero che la follia sacra ancora occupava uno spazio importante agli occhi del pubblico euripideo: la follia sacra delle menadi, quella oracolare della Pizia, quella rituale dei Coribanti e di altre corporazioni di danzatori estatici. Anche la follia di Eracle assume i caratteri di una trance da possessione, come quella contro cui polemizzava l’autore del trattato ippocratico Sulla malattia sacra. “Gli uomini – scrive – devono sapere che da null’altro derivano deliri, incubi, pazzia... che dal cervello, quando s’ammala”; eppure i purificatori e gli esorcisti che girano affermando di curare pazzia e possessioni alimentano la superstizione tradizionale affermando che quando un malato delira è un demone che lo possiede, e a quelli che (come dice ancora l’autore del trattato) “di notte vengono presi da terrori e balzano dal letto e fuggono dicono che sono assalti della dea Ecate e degli eroi”10 .

Quando Lissa (o Follia) nell’Eracle descrive la sua azione usa infatti un vocabolario rituale, tipico delle corporazioni estatiche, e in particolare dionisiache: “Io farò danzare”, dice il demone (un demone ambiguo, pietoso e terribile) “suonerò il flauto del terrore”. Danza, flauti, sono elementi tipicamente dionisiaci.

La descrizione di Eracle colto da un accesso di follia richiama quella che Euripide, vari anni più tardi, metterà sulla scena nelle Baccanti. Descrivendo la follia dionisiaca di Agave mentre uccide il figlio, posseduta da Dioniso, Euripide raffigura il suo volto stralunato in modo identico a come descrive Eracle11 : la bava cola dalla bocca, la testa si muove convulsamente, gli occhi roteano e sembrano uscire dalle orbite, lo sguardo non vede la realtà, anche se pare uno sguardo dilatato, spinto oltre la vista umana12 , ma i fantasmi prodotti dalle allucinazioni di una mente devastata; il folle possiede una forza sovrumana, un istinto omicida. È il ritratto di Eracle folle nella tragedia di Euripide: “Eracle non era più lo stesso di prima: fuori di sé, roteava gli occhi iniettati di sangue e la bava gli colava sulla nobile barba. E parlò, in mezzo a scoppi deliranti di risa” (vv. 932-935).

La follia dionisiaca descritta nelle Baccanti è dunque analoga a quella ispirata da Era nell’Eracle: entrambe esplodono per l’effetto di una possessione divina, entrambe trasformano una creatura umana in un mostro che anche nello sguardo diventa un animale selvaggio. Ovviamente però, la follia dionisiaca delle Baccanti è collettiva e rituale mentre quella dell’Eracle patologica e individuale. Sia Agave che Eracle sono posseduti da un demone, ma andando a ben vedere quella che Euripide porta sulla scena nell’Eracle è in realtà la follia di Eracle, il prodotto dei suoi fantasmi mentali che lo divorano più ancora che un accesso di divina follia.

Al di là del meccanismo tragico, che vede nella pazzia di Eracle una forma di possessione demonica e che quindi salva la volontà dell’eroe, Euripide in modo molto sottile non presenta Eracle come vittima innocente di un accesso di furore ispirato dagli dei ma costruisce il dramma lasciando intendere che non è propriamente così. Tutte le linee della tragedia convergono verso la grande scena della follia, raccontata dal messaggero – certamente uno dei momenti più alti del teatro euripideo –; tuttavia si potrebbe dire che l’Eracle folle non è che la prosecuzione, quasi la naturale conseguenza, dell’Eracle eroe.

Eracle si muoveva già verso la follia sin dall’inizio del suo destino. Se il meccanismo drammaturgico vuole mostrare un Eracle reso pazzo da un dio, in realtà le radici della follia erano insite nel personaggio, e infatti già nel prologo del dramma Anfitrione lancia lì l’idea che le imprese di Eracle erano state compiute per una follia latente in lui, una follia connessa al suo destino. Certo, Euripide gioca con un bagaglio tradizionale di idee quando fa intervenire sulla scena un demone a scatenare la follia, i cui sintomi sono descritti con l’accuratezza di uno scienziato. Tuttavia, è un ambiguo gioco che porta in un’altra direzione, e pone la pazzia come il punto finale del suo itinerario eroico. La scena dell’uccisione dei figli è di quelle fatte per generale “pietà e terrore” (come diceva Aristotele), eppure c’è qualcosa che viene da lontano, da un crepaccio oscuro della mente. Eracle uccide i suoi figli involontariamente; però voleva uccidere quelli di Euristeo, e il desiderio omicida espresso senza freni nella follia è quello che l’eroe covava già dentro di sé.

Nel suo delirio, Eracle infatti non fa che compiere in modo parossistico e incontrollabile quello che aveva dentro di sé, e che riflette i suoi comportamenti eroici: vuole massacrare un nemico che odia da sempre, Euristeo, e mozzargli la testa come ha già mozzato quella di Lico e come ha ucciso in passato mostri e nemici; vuole distruggere la città di Micene come ha minacciato di fare con Tebe, quando in piena coscienza progetta di sterminarne gli abitanti e fare rossi di sangue i fiumi; il suo scopo è di uccidere dei bambini, anche se finirà per uccidere i propri; nel delirio s’immagina di partecipare ai giochi atletici e di vincere, come nella realtà è ossessionato dall’idea di essere vittorioso, glorioso, vincitore. Euripide sembra volerci dire che non c’è possessione o follia che non porti alla luce ciò che nella mente di un uomo non esiste già.

È stato osservato inoltre che l’uccisione dei figli esprime la profonda ambivalenza di Eracle verso la paternità13 . Questo padre eroico ama i suoi figli, li salva ma infine li uccide; ama i suoi cari, ma li abbandona, esposti a ogni pericolo, per compiere le sue imprese, immemore di loro che sono affidati solo alle deboli mani di un vecchio. Sembra infatti che di questo si senta in colpa, e ne prenda coscienza nel momento in cui ritorna a casa: “Chi devo aiutare se non la mia sposa, i figli, il mio vecchio padre? Basta fatiche! Troppo ho trascurato i miei cari per compierle. Morirò per loro, visto che i miei figli stavano per morire per me” (vv. 575-578). Si potrebbe quasi pensare che con queste parole Eracle voglia dare l’addio al suo destino eroico per dedicarsi, borghesemente, alla famiglia, sembra quasi che voglia diventare uno dei tanti: “Non rifiuto certo di prendermi cura dei piccoli. In questo non esiste differenza tra gli uomini. Alcuni sono potenti, altri non valgono nulla, c’è chi è ricco e chi non ha niente, ma ciascuno ama i suoi figli” (vv. 634-636). Tuttavia, un’altra parte di sé, quella più oscura portata alla luce dalla follia, nega tutto questo: ucciderà i suoi figli, tornerà ad essere Eracle, che nel momento del peggior strazio non dimentica il premio delle sue imprese e prega Teseo di andarglielo a procurare (vv. 1386-1388). Del resto, Eracle stesso non ha avuto un’infanzia: appena nato, ha dovuto mostrare di essere un eroe strozzando i serpenti che Era gli aveva inviato contro e dopo, appena adolescente, era stato proiettato in un mondo eroico, adulto, virile.

Dal punto di vista dell’impianto generale dell’opera, Euripide compie una scelta fondamentale adottando la variante del mito secondo la quale Eracle impazzì alla fine della carriera eroica, e non (come raccontava la versione più diffusa) in gioventù: proprio per espiare questa colpa si raccontava che Eracle dovette mettersi al servizio del re Euristeo e compiere le sue dodici fatiche14 . Anche Megara, che in altri racconti sopravviveva al massacro dei figli, in Euripide muore stringendo tra le braccia il bambino più piccolo, che aveva cercato di salvare con una disperata corsa in un angolo buio della casa. Euripide è il più antico autore che adottò questa versione del mito, ed è una scelta decisiva per la costruzione del dramma: l’uccisione dei figli prima che Eracle conquistasse la gloria assumeva il significato di un sacrificio umano, un’offerta compiuta per inaugurare un futuro di grandezza, e le sue fatiche, compiute sotto l’ombra di una colpa da espiare, redimono l’eroe che espia una colpa personale liberando l’umanità da tanti mostri e da tanti malvagi. Ma Euripide vuole dire altro. In lui, la scelta di Eracle è indipendente da una colpa compiuta in gioventù: è il frutto di una volontà eroica oppure (come abbiamo detto) di una forma di pazzia che lo porta a sfidare ogni pericolo, ad esasperare all’estremo limite le capacità di un essere umano. La follia segue come un’ombra Eracle in ogni sua impresa e lo attende alla fine, come fosse la soglia che attendeva di varcare. Lo segue anche la traccia della morte e del sangue versato, come il torero cantato da Garcia Lorca nel Lamento per la morte di Ignacio è accompagnato dall’ombra della morte, che ha corteggiato per tutta la vita.

Ponendo la follia alla fine della sua carriera eroica Euripide non offre scampo ad Eracle. La sua carriera di eroe finisce lì, sul cadavere dei bambini, poi sarà un esule, un contaminato da purificare: la gloria delle imprese appartiene al passato, quello che emerge è un uomo spezzato. Generalmente la critica vede proprio in questo la ragione stessa della tragedia: la follia uccide non solo i figli ma anche il vecchio Eracle, quello eroico, e ne fa nascere un altro nuovo e forse migliore. L’Eracle che riemerge dal buio della pazzia (in quella che è stata definita una “scena psicoterapica” in cui Anfitrione riconduce a poco a poco il figlio alla ragione15 ) è certamente un uomo diverso; la pazzia gli ha fatto comprendere la sua fragilità, gli ha fatto capire che non c’è solo la vittoria e il trionfo, che l’essere umano è debole e che il destino di ognuno, anche quello del grande Eracle, è legato ad un filo e non gli appartiene completamente.

Così, cessa di essere eroe, accetta di venire aiutato, rinuncia al suicidio per vivere la sofferenza e la vergogna. Forse, intuisce che altri valori più grandi della vittoria, della forza e della gloria si aprono all’esperienza umana. Gli dei – dice in un passo di singolare elevatezza teologica, per stare sulla bocca dell’eroe arcaico della forza e della virtù militare (vv. 1341-1346) – stanno in alto, indifferenti, o forse non sono gli dei di cui raccontano i miti (e in questo, in un momento metateatrale, Eracle nega l’essenza stessa del mito che ha portato sulla scena: “Un dio, se è davvero un dio, non ha bisogno di nulla, i poeti raccontano solo favole infelici”). Allora, se sono soltanto favole, non può essere nemmeno vero che Era gelosa lo ha reso folle; allora, la follia era veramente solo la sua. Comunque, il nuovo Eracle non guarda in alto – al contrario dello stizzito Anfitrione che per tutta la vita, pur essendo un uomo buono e generoso, ha portato dentro di sè il rovello di marito tradito da Zeus, con cui irosamente continua a polemizzare sulla scena per tutto il dramma. Alla fine, l’unica salvezza per un uomo può essere un altro uomo: “È uno stolto chi pensa che ricchezza e potere valgano più di un amico generoso” sono le ultime parole di Eracle sulla scena (v. 1426).

Eracle era per i Dori l’eroe fondatore, al quale si attribuivano le istituzioni fondamentali della loro cultura: la regalità (gli Eraclidi erano la casata reale di Sparta) e le gare sportive, luogo fondamentale per l’identità panellenica e in particolare dorica (le Olimpiadi erano state fondate da Eracle). In generale, per tutti i Greci Eracle era un eroe civilizzatore in quanto benefattore dell’umanità e sterminatore di mostri: e il primo stasimo dell’Eracle ne elenca appunto le glorie (anche se l’enumerazione delle dodici fatiche non è quella poi divenuta canonica). Egli seppe rendere abitabile la terra e i mari, sterminò i mostri, mise un freno a uomini ingiusti, vagò in ogni angolo del mondo aprendolo alla conoscenza dei Greci.

Quando però il grande eroe del mito panellenico arriva alla tragedia attica, muta di significato. Per Atene, infatti, l’eroe civilizzatore è un altro: Teseo, portatore di valori diversi, elaborati da una polis democratica. Anche Teseo ha ucciso un mostro (il Minotauro) e mostrato il suo coraggio, ma non è su questo che si fonda il suo valore di personaggio. Teseo nell’Eracle come in altre tragedie, quali Edipo a Colono di Sofocle e Supplici euripidee, è il baluardo della civiltà contro la ferocia del sangue e della vendetta. Egli rappresenta la sophrosyne, virtù tipicamente ateniese, il rispetto delle regole e delle leggi umane e divine: ricambia i favori, ospita i supplici, si batte disinteressatamente per la giustizia. Rappresenta Atene. Come lui, infatti, Atene è una città giusta, aperta, pietosa: “In tutta la terra, qui soltanto (dice Edipo nell’Edipo a Colono) ho trovato la pietà, la giustizia, il rispetto delle promesse”16 .

L’amicizia, la fedeltà, il soccorso prestato agli amici, la pietà, il non avere paura di un uomo contaminato, insomma le virtù più alte e civili stanno ad Atene. Tebe (come generalmente accade nella tragedia attica) rappresenta l’anticittà, il luogo in cui domina l’arbitrio e la forza17 . A Tebe regna un tiranno di cui i cittadini sono complici; nessuno, tranne un gruppo di vecchi i quali rappresentano un virtuoso tempo passato che non esiste più, soccorrono gli infelici famigliari di Eracle minacciati di morte. Nessuno muove un dito. “O terra di Cadmo (sono i rimproveri di Anfitrione) anche a te ho qualcosa da dire. In questo modo aiuti Eracle e i suoi figli? Lui da solo affrontò in battaglia tutti i Mini e fece in modo che Tebe rimanesse libera. E non lodo neppure la Grecia – no, non voglio tacere! È stata vile verso mio figlio. Doveva, invece, correre in aiuto di questi piccini con armi, lance, fuoco per ricompensarti, Eracle, di tutti i mostri che hai sterminato per terra e per mare con le tue fatiche” (vv. 217-226).

Il Teseo che compare alla fine dell’Eracle per accogliere l’eroe annientato dalla follia lo condurrà in una città che sa rispettarlo e onorarlo, ed è il portatore di valori civili in cui gli ateniesi si riconoscevano – e in questo quadro un po’ oleografico di virtù esemplari Euripide tenta di smussare agli occhi del suo uditorio la violenza scandalosa di una tragedia in cui si bestemmia sulla scena e si fa fare agli dei una parte miserevole. Il riscatto comunque non viene dagli dei, ma dalla città degli uomini: lasciamoli alle loro risse – dice Teseo – noi occupiamoci di noi stessi.

Teseo e Atene, con cui si conclude la tragedia, sono dunque presentati come la culla della civiltà, una città che ben merita di ospitare i personaggi più grandi e nobili della Grecia, sia quelli del mito come Eracle ed Edipo, sia quelli della realtà storica del V secolo; una città di cui Tucidide (II,141) poteva ben a ragione far dire a Pericle che era “la scuola della Grecia”. Allora, se Teseo è la civiltà, Eracle andrà collocato dall’altra parte, quella di un mondo selvaggio, primitivo, non civilizzato? Da certi punti di vista, sì. Colui che ha reso la terra abitabile appartiene ancora in parte a quel mondo selvaggio e primitivo che lo ha prodotto e in cui si è immerso per tutta la vita.

Come ogni eroe fondatore, anche Eracle ha un piede nel mondo selvaggio e l’altro nella civiltà, appunto per la sua funzione di mediatore tra queste due sfere. Anche nella tragedia euripidea Eracle compie la azioni che solo un barbaro potrebbe compiere: uccide e non seppellisce i nemici (il cadavere di Lico viene gettato in mezzo alla strada); è (come abbiamo già detto) un uomo legato ai valori individualistici della fama, dell’onore, della “civiltà di vergogna”; agisce d’istinto, preso da implusi irrefrenabili; contamina un sacrificio macchiando di sangue l’altare di Zeus; è prepolitico in quanto non appartiene a nessuna città – né Tebe né Micene e in fondo neppure Atene, dove arriva da supplice – e non si sente legato al sistema di regole politiche che formano l’essenza di una città, anzi è per eccellenza un distruttore di città (Ecalia e Troia furono espugnate da lui, ma Eracle vuole distruggere anche Micene nel colmo della sua pazzia); usa armi arcaiche, la clava e l’arco, le prime armi che l’umanità ha inventato nella sua storia: e il dibattito sull’uso dell’arco oppure dell’armatura da oplita, nel contrasto tra Anfitrione e Lico (vv. 160-203) vuole appunto sottolineare che Eracle viene da un “prima”, da un mondo che non conosce l’organizzazione militare della città, in cui i cittadini partecipano alla difesa del bene comune fianco a fianco, nella schiera compatta degli opliti che sono l’espressione della città armata, solidale, e delle sue istituzioni. Lico (“il lupo”) è nel suo stesso nome un essere selvaggio e brutale, ma in un certo senso di una brutalità civilizzata, nel suo voler essere il tiranno di una città a cui pretende di dettare le leggi; di Eracle si potrebbe invece dire che sta nella barbarie civile, poiché qualcosa di lui appartiene al mondo delle origini e confligge con le regole della civiltà. Eracle non detta leggi, segue l’istinto individuale della giustizia e dell’onore.

Réné Girard18  ha osservato che Eracle (in particolare quello delle Trachinie) sovverte le regole della civiltà nel momento in cui esorta il proprio figlio Illo a violare le istituzioni fondamentali della vita civile, incesto e parricidio: in punto di morte infatti gli ordina di sposare la propria concubina, Iole, e di accendere con le proprie mani la fiamma che brucerà sul rogo il suo corpo mortale. Nell’Eracle, compare un’altra regola violata: la distruzione del proprio sangue, l’annientamento della famiglia. Certo, Eracle non lo fa consapevolmente, ma è pur vero che il civilizzatore annienta comunque le basi della civiltà. Non è un colpevole dal punto di vista della volontà morale: ma era colpevole Edipo che uccise il padre senza riconoscerlo? Se dalla prospettiva della colpa si passa a quella più arcaica, meccanica, della contaminazione, Eracle ed Edipo sono uguali; nell’uno e nell’altro si può distinguere il tratto simbolico del capro espiatorio, del pharmakòs gravato da una oscura maledizione e costretto ad andarsene in esilio portando con sé il peso delle sue azioni; entrambi sono contaminati, entrambi si sono macchiati di azioni tremende contro il loro stesso sangue.

Che Eracle stia al limite tra il selvaggio e il civile appare da un altro aspetto che ne sottolinea la natura anche in questa tragedia: il passaggio della soglia. La soglia è una nozione nello stesso tempo teatrale e simbolica; è, nei riti iniziatici, il momento che segnala l’ingresso da una condizione all’altra. Anche in Euripide Eracle attraversa una serie di soglie, nelle due direzioni, sia in modo concreto che metaforico. Varca la soglia fondamentale, quella tra la vita e la morte: scende nell’Ade e ruba infatti il guardiano della porta, Cerbero, poi compie quello che nessun altro uomo ha potuto fare, cioè riattraversa la stessa soglia vietata e rientra tra i viventi; uscito dall’Ade, attraversa le porte di Tebe, nascostamente, come un fantasma (e per un fantasma è in un primo momento scambiato) e successivamente entra nella sua casa per riprendere possesso della sua vita e della sua gloria; attraversa la soglia simbolica della pazzia (e si noterà del resto come nella descrizione di Euripide la pazzia è interpretata come un viaggio dell’anima); nell’accesso di follia gli capita di penetrare nella parte più interna della casa e di spezzare un’altra porta, quella che Megara aveva cercato di serrargli davanti per salvare l’ultimo figlio (e uno spettatore moderno potrà forse ricordare la porta spezzata dal folle che cerca di uccidere la moglie in una delle scene finali di Shining di Kubrick); legato a una colonna, riattraversa la soglia della ragione e riprende coscienza di sé, come in una seconda nascita; infine esce dalla terra da Tebe (e simbolicamente dalla sua vita eroica) per passare i confini e trasferirsi in Attica, ad Atene.

Uomo e dio, selvaggio e civile nello stesso tempo, eroe di molte città e cittadino di nessuna, Eracle non può stare in nessun luogo. Forse anche perché (come dice Teseo alla fine della tragedia) la terra e il cielo non bastano a contenere il suo dolore.

  1. Sofocle, Oed. Col., 459-460.
  2. Ferecide, FGrHist, 3 F 182; Pisandro, fr. 5 Bernabé; Paniassi, fr.9 Bernabé.
  3. Ps. Esiodo, Scutum, 461-462.
  4. Apollodoro, II,6,2; Pausania, III,21,8; Plutarco, De E apud Delphos, 387 d; scolio a Pindaro, Ol., IX, 43.
  5. Sono ancora valide le osservazioni di A. Brelich, Gli eroi greci. Un problema storico-religioso, Roma 1958.
  6. Pausania, 6,9,6.
  7. Platone, Phedr. 244 a.
  8. Sulla follia sacra restano fondamentali le pagine di E.R. Dodds, I Greci e l’irrazionale, trad.it., Firenze 1959, in particolare il capitolo III (I divini doni della pazzia, pp.75-118).
  9. Ippocrate, De morbo sacro, 3,3-4.
  10. Ippocrate, De morbo sacro, 1,38.
  11. Euripide, Bacch., 1122-1130.
  12. Cfr. P. Schirripa, L’occhio che non vede. L’identità violata del folle sulla scena tragica, in Il corpo teatrale tra testi e messinscena, (a cura di A.M.Andrisano), Roma 2006, pp. 31-48.
  13. B.Simon, Mind and madness in Greece, Ithaca-London 1978, pp. 130-131.
  14. Diodoro Siculo, 4,11,1; Apollodoro, II,4,12.
  15. Che sarà riprodotta in modo molto simile nelle Baccanti: cfr. G. Devereux, The psychoterapic scene in Euripides Bacchae “Journal of Hellenic Studies” 90 (1970) pp. 35-48.
  16. Sofocle, Oed. Col., 1126-1127.
  17. Questo avviene anche in altre tragedie (come ad esempio Sette contro Tebe, Antigone, Edipo a Colono, Supplici di Euripide) e anche nell’Eracle; su Tebe come antimodello rispetto alla città democratica cfr. in particolare F. Zeitlin, Thebes: Theater of Self and Society in Athenian Drama, in Nothing to Do with Dionysos, ed. J.J. Winkler-F. Zeitlin, Princeton 1990, pp. 130-167.
  18. R. Girard, La violence et le sacré, Paris 1972, pp. 279-281

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