INDA la stagione 2006
Nota sulla traduzione delle Troiane di Laura Pepe
Risale a più di dieci anni fa la mia traduzione delle Troiane destinata alla lettura; notevolmente diversa è quella che propongo oggi, per la messa in scena al Teatro Greco di Siracusa. Sono molteplici le ragioni di tale diversità: essa è dovuta innanzitutto al diverso tipo di percezione e di fruizione delle due versioni; ma è dovuta anche alla continua scoperta che la rilettura di un classico comporta, proprio perché – lo insegna magistralmente Calvino – il classico non finisce mai di insegnare, e di “dire quel che ha da dire”.
Tradurre una tragedia per la lettura inevitabilmente altera la portata dell’opera, ne snatura l’essenza. Portata ed essenza che vengono restituite dalla recitazione. Anche se solo in parte: lingue diverse, infatti, hanno modalità e sfumature espressive diverse (e la traduzione è comunque un’interpretazione soggettiva); e riproporre un dramma – seppure universale e senza tempo, come le Troiane euripidee – a oltre due millenni dalla sua composizione e dalla sua prima messa in scena (che nelle intenzioni degli antichi doveva essere anche l’unica) implica modalità di fruizione completamente differenti da quelle originarie. Innanzitutto, la nostra cultura si basa sulla scrittura; quella greca si affidava all’oralità e alla memoria, il che comportava una maggiore sensibilità nei confronti di un testo recitato. In secondo luogo, il pubblico antico aveva mediamente con il teatro maggiore dimestichezza di quello contemporaneo (per il cittadino ateniese assistere alle rappresentazioni drammatiche era una sorta di diritto, tanto che la città provvedeva a pagare il biglietto a chi non poteva permetterselo), e conosceva perfettamente il materiale mitico oggetto delle tragedie: allusioni che oggi paiono criptiche erano al tempo immediatamente perspicue.
In considerazione di questi due fattori, ambedue determinanti, nel tradurre il testo per la messa in scena ho ritenuto indispensabile modificare, ove necessario, la successione di alcuni versi e di alcune battute, optando per una concentrazione e per una semplificazione che rendesse immediatamente perspicua la concatenazione del pensiero e dei fatti narrati; al contempo, ho cercato di rendere espliciti alcuni riferimenti del testo originario, diluendo in una frase ciò che Euripide poté condensare in un unico termine. Meno poesia – di questo mi si perdoni – a vantaggio, lo spero, di maggiore chiarezza.
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