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INDA la stagione 2006

Troiane, il dolore di chi sopravvive alla guerra

Conversazione con il regista Mario Gas
a cura di Giuseppina Norcia

Mario Gas, attore e regista
Mario Gas, attore e regista

Questa tragedia di Euripide è stata spesso criticata come un dramma poco unitario. Cosa ne pensi?

Troiane è una delle prime opere contro la guerra scritte nella storia dell’umanità; è una tragedia complessa, non schematica, che dà voce ai vinti, a coloro che non hanno scritto la storia, a quelli che soffrono. Euripide non focalizza l’attenzione soltanto su chi muore in guerra ma anche su chi “rimane” e viene deportato come bottino di guerra, è un punto di vista interessante. Da un punto di vista più specificamente strutturale, penso che questa tragedia abbia una costruzione fantastica: è matematica pura.

Credo che molti autori posteriori ad Euripide, come Shakespeare e Brecht, abbiano preso spunto proprio da questo tipo di struttura in cui i fatti vengono prima raccontati e subito dopo vissuti sulla scena. Il ritmo delle Troiane sta tutto in questa alternanza di vita e racconto.

Anche nella recitazione, con gli interpreti ho lavorato molto sul ritmo interno del verso, come se il testo fosse una partitura musicale. La recitazione deve avere una cadenza precisa, non declamatoria ma ritmica, e la traduzione si presta molto bene a questo tipo di lavoro.

Con le Troiane ti confronti per la seconda volta con la tragedia greca.
C’è un nesso tra queste due esperienze?

Quando ho messo in scena l’Orestiade di Eschilo ho costruito lo spettacolo a partire dal Coro, i cittadini di Argo che riflettono sulla guerra, sul potere, sul rapporto tra dei e uomini. Poi ho unito questi elementi a un rito ancestrale spagnolo, creando un’arena tauromachica, con un cerchio, un luogo del sacrificio e una porta centrale. In quello spettacolo passava la ritualità, non l’identificazione dell’attore con il personaggio. Anzi, lo stesso personaggio era condiviso da due attori.

Per le Troiane il discorso è diverso; in Euripide si perde la componente rituale ma c’è uno sviluppo dell’intreccio molto più complesso. Da un punto di vista visivo, con lo scenografo e costumista Antonio Belart, abbiamo preso spunto dall’ultima grande distruzione…

L’intento è quello di essere vicini al pubblico, senza scadere nella cronaca, fuggendo sia dallo storicismo, sia della postmodernità. Bisogna lasciare respirare il conflitto, il ritmo, la parola, nella maniera più semplice e diretta, dare un’idea chiara ma non concreta, non esplicitamente riferita a un luogo o a un fatto di cronaca. Anche la scelta dei costumi mira a creare questa atemporalità: gli attori non indossano pepli, ma neanche abiti contemporanei.

Come hai costruito il coro?

Soprattutto in Euripide, penso che il coro debba essere una somma di individualità: sono personaggi a tutti gli effetti, personaggi che non hanno un nome. Anche per questa ragione ho riconfigurato la funzione del corifeo e ho distribuito le battute tra le quattordici attrici.

In questo dramma risuona il pianto delle donne, ma c’è anche una grande rabbia. Qual è, secondo te, il sentimento dominante delle Troiane?

Penso che il sentimento dominante sia la rabbia, anche quando si scioglie in pianto. C’è rabbia, non vittimismo, ma con sfumature diverse. Nel coro delle donne di Troia prevale il lamento, che non sempre si accompagna ad una lucida percezione degli accadimenti, nel personaggio di Ecuba si esprime più chiaramente una riflessione rabbiosa: le une fanno da controcanto all’altra.

Ecuba è una figura straordinaria ed è anche il raccordo drammaturgico dell’intera tragedia. Come hai costruito questo personaggio con Lucilla Morlacchi?

Lucilla ha una sapienza teatrale e umana fantastica. Recita il testo molto bene, sempre basandolo sulla sua interiorità, in modo molto moderno. Siamo stati d’accordo nel costruire un’Ecuba non piangente ma piena di “contraddittorio stupore” per ciò che accade, per certi versi più simile a personaggi di Shakespeare, come Re Lear,o a personaggi di Beckett. E’ una versione del personaggio meno dolente, più attiva, che gli porta una certa pazzia provocata dall’aver perso tutto.

E gli dei?

Come in molte tragedie di Euripide, gli dei “sono morti”: per questo la prima scena con Atena e Posidone ha un certo espressionismo clownesco, brechtiano, con le due divinità che scherniscono gli uomini e il loro destino.

Elena suscita solo rifiuto o piuttosto un sentimento ambiguo?

Euripide disegna straordinari prototipi di donna. C’è Cassandra, che ride in faccia ai vincitori perché conosce il loro destino; c’è Andromaca, con la sua “fame di vita”, nonostante tutto. Elena ha a sua volta valide ragioni, vuole vivere a tutti i costi e sa difendersi molto bene. Vorrei che nello spettatore rimanesse il dubbio se Elena sia la migliore o la peggiore delle donne…

Gli spettacoli

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