INDA la stagione 2006
La mia Ecuba, di Lucilla Morlacchi
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| Lucilla Morlacchi interpreta Ecuba nelle Troiane dirette da Mario Gas |
Il mio primo incontro con Ecuba è avvenuto otto anni fa, al Festival Malatestiano: in quell’occasione interpretavo, in una lettura, la protagonista dell’omonima tragedia euripidea, grande regina dapprima straziata dalla morte della figlia Polissena – immolata sulla tomba di Achille per consentire alle navi greche di salpare alla volta della patria – e poi resa folle ed efferata dall’assassinio del figlio Polidoro, slealmente ed empiamente perpetrato dall’ospite che aveva il dovere di proteggerlo.
L’Ecuba delle Troiane è molto più complessa della precedente. È una regina straordinariamente autoritaria che nonostante la sua attuale situazione di schiava, impostale dalla sconfitta, non si rassegna: prova un fortissimo rimpianto per la sua passata vita di benessere, di straordinaria ricchezza, di potere e di comando; è visceralmente legata alle ricchezze e al potere che ha avuto – mai come oggi, tra l’altro, possiamo capire quanto il potere è in grado di far perdere la dimensione della vita –, tanto che non esita a riconoscere come sua più grande vergogna il fatto di essere destinata, da schiava, ai lavori più umili. Ecuba è una donna che ha perduto tutto, ma che nonostante ciò non accetta in alcun modo la sua condizione; rimane regina, sempre, e per questo non cessa mai di perdere la sua prepotente determinazione, il suo istinto al comando (come è evidente soprattutto nel tentativo che lei compie quando cerca di imporsi su Menelao, senza neppure stare ad ascoltare le ragioni di Elena). Ecuba è un personaggio gigantesco: e come tale cade infine nel grande smarrimento che solo i personaggi giganteschi possono conoscere; non le resta neppure la consolazione che la fede e la religione possono offrire. Nonostante questo, è tale la statura morale, l’autorità di Ecuba, che la donna è una sorta di perno da cui emanano radiazioni capaci di coinvolgere tutti i personaggi che vengono in contatto con lei: in tutti i personaggi è dato riconoscere, in parte, la regina. C’è Ecuba in Cassandra, e nella sua denuncia delle empietà commesse dai Greci; c’è Ecuba in Andromaca, e nella sua presunzione di essere stata una donna perfetta.
Se nell’altra Ecuba cercavo di mettere allo scoperto la disperazione di una madre che decide di fare vendetta sull’ospite traditore che le ha ucciso il figlio, con questa Ecuba voglio mostrare l’immensità di un essere umano che parla con un linguaggio assoluto e totale, fatto di una consistenza che ci appartiene moltissimo. Proprio perché crea dei personaggi assolutamente umani, Euripide non ha timore di mostrarne gli aspetti più sgradevoli: risultano anche a me sgradevoli alcune parole che Ecuba pronuncia (“muoia colei che tradisce lo sposo”), ma esse, nondimeno, servono ad affermare in modo categorico che l’uomo non ha pietà (qualche volta può darsi che riesca a inventarsela, ma essa non è connaturata al suo essere). Ecuba dunque è sincera, ferocemente sincera, anche nei suoi aspetti poco belli, perché difende a spada tratta la sua vita, combattendo fino alla fine.
Euripide per bocca dei suoi personaggi mette in dubbio la grandezza della Grecia, esprime le proprie forti riserve in merito alla necessità della guerra, e in merito alla grandezza della vittoria greca; con Ecuba e con le donne troiane, il poeta mostra l’uomo in tutte le sue contraddizioni, e in questo sta la sua più grande modernità. Non è un caso che la complessità e la totalità dell’essere umano siano rappresentate da una donna: una donna profondamente politica, e dunque donna e maschio insieme. Ecuba assume infatti, in molte circostanze (e soprattutto, ancora una volta, nell’alterco con Elena), la prepotenza e il prepotere politico tipici del maschio.
Quello che io cerco nel teatro è portare la vita vera, vissuta, nei personaggi che interpreto; quel che mi importa è trovare dei testi che mi rendano capace di porre al pubblico delle domande, di istituire un confronto con gli ascoltatori, di infondere in loro delle inquietudini. Il pubblico dovrebbe uscire dal teatro diverso da come è entrato, dovrebbe riconoscersi nei personaggi che interpreto, capire che cosa di ogni personaggio gli appartiene, nel bene e nel male, e dovrebbe anche domandarsi se è così che si deve vivere. A me importa la materia umana che viene presentata. E sono molto felice di poter lavorare con una traduzione e una interpretazione del testo euripideo, quella di Laura Pepe, che permette di portare alla luce il sottotesto, la materia umana, e insieme a questa la poesia.
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