Euripide è, forse più di ogni altro, drammaturgo capace di ‘giocare’ con un repertorio tradizionale e di reinventarlo nello stesso tempo. Qualche anno fa lei ha definito Euripide “uno dei nostri”, uno con cui si è subito sentito “a casa”. Lo pensa ancora? L’unica cosa che si può dire oggi è: magari esistessero autori come lui! Questo è il punto. E’ un autore che sa raccontare la trasformazione, che sa leggere l’uomo mentre cambia; Euripide non racconta le epoche di crisi mimando la confusione, come ha fatto – ad esempio – l’avanguardia storica del primo novecento. Il novecento è tutto malato di questa mimesi. Euripide vive una crisi enorme, la crisi della polis, che rapidissimamente sfocia su un’altra cultura, di tipo ellenistico, completamente diversa. C’è un tracollo di valori immensi, e lui riesce a raccontare tutto questo senza scegliere la mimesi del caos, ma inventando forme nuove, che tuttora possiamo leggere, interpretare ed usare; forme di sperimentazione e nello stesso tempo solide. Euripide parte dalla forma tragica e la modella per raccontare il nuovo, lavorando con questa ‘roccia’ come uno scultore che ogni volta riesce a tirare fuori una statua diversa. Dunque Euripide non è, parafrasando Nietzsche, l’assassino della tragedia… Nietzsche cade in una trappola normativa in cui non dovrebbe cadere. Cos’è la tragedia? Lui non dice mai niente di preciso in merito, ma poi dichiara che Euripide la tradisce. Possiamo però dire che molte cose scritte da Euripide non sono tragedie. Non c’è più senso della divinità, non c’è più senso del destino, non c’è più conflittualità, perché non ci sono più valori forti in conflitto. Lui scrive un’altra cosa, altre cose, usando quella forma. Il grande personaggio di Euripide che mi ha lasciato un’immagine profonda del suo racconto del mondo, è Oreste. E’ uno dei personaggi più moderni che esistano. Più di Amleto, secondo me, perché è più tenero, più complesso: passa attraverso la tragedia come qualcosa che non capisce più. Ammazza la madre perché lo ha detto la divinità, ma in realtà non capisce il senso di questa azione. Sta male, scappa, diventa un nevrotico. E’ un ragazzo che non comprende il senso di ciò che ha fatto. Cosa c’è di più moderno? Strindberg, Ibsen, Pirandello, sono tra gli autori che in questi anni ha messo in scena più di frequente, i suoi “compagni di viaggio”. C’è un’affinità che li lega ad Euripide? L’affinità è quasi ovvia, ma nessuno ha la grandezza di Euripide. Paradossalmente lo vedo più simile a Goldoni, che sembra l’uomo più tranquillo di questo mondo… Può sembrare un’eresia, ma Goldoni ha per me una grandezza simile a quella di Euripide. Questo ometto che sembra un piccolo-borghese ante litteram, riesce anche lui a leggere una realtà nuova che sta cambiando. Goldoni prende delle forme asfittiche, che aveva alle spalle, come la commedia dell’arte, e ne fa un linguaggio che ancora oggi usiamo: se dobbiamo andare a scuola di realismo, andiamo ancora a scuola da Goldoni, in qualche modo. Nell’Ecuba che ha messo in scena nel ‘94 c’era una pioggia costante in scena e un richiamo all’immagine di una Berlino distrutta alla fine della guerra; qui a Siracusa la scena è una terra desolata fatta di sabbia, più simile a un deserto che a una spiaggia, con al centro un albero ridotto a scheletro. Nei costumi si legge invece un richiamo al secolo scorso, all’epopea della grande guerra. C’è, in quest’Ecuba, un riferimento a storie, a memorie più vicine a noi rispetto alla guerra di Troia? No, specialmente in questa edizione no. Non c’è bisogno di dire “adesso Ecuba la faccio come se fossi in Bosnia”, o in Iraq, o in qualche altro posto storicamente determinato. Rispetto a quello del ’94, lo spettacolo di oggi è molto più secco, molto più crudo. Ecuba è un testo straordinario poiché già tutto è accaduto. Quello che accade dopo è ciò che accade nel dopoguerra: solo morti inutili che vengono dimenticate. Il dopoguerra è un momento in cui non c’è più neanche il dolore, un tempo fermo in cui sembra che niente possa più accadere. Forse qualche altra violenza inutile, e basta. Può sorprendere che Ecuba, la vecchia regina di Troia, sia interpretata da un’attrice giovane e florida come la Pozzi. Durante lo spettacolo non lo vedi che è giovane, non te ne rendi conto: ci vuole un’attrice forte – anche fisicamente – per questo ruolo. Non può farlo una vera vecchia, non reggerebbe fisicamente neanche mezz’ora di questo spettacolo, almeno non nel teatro di Siracusa, se lo spazio viene usato al cento per cento. E Polimestore, questo personaggio condannato da tutti, può suscitare anche un sentimento di pietà? Sì. Io l’ho costruito in modo tale che possa suscitare anche questo sentimento. Polimestore è un personaggio che sembra scritto da un Russo, è uno sfruttatore della guerra, uno che ha fatto i soldi con la guerra, un collaborazionista. Poi è condannato da tutti. Polimestore appare nel finale del testo come una meteora assurda. La ferocia passa attraverso Ecuba; e la stessa ferocia che questa vecchia ha subito, a un certo punto schizza fuori come una esplosione di gas. Ha raccattato cinquanta figli morti, ormai è diventata come una cagna. Alla fine rimangono soltanto loro due, accomunati, abbandonati in una piega del tempo dall’esercito che va avanti. Ormai non servono più, sono due detriti del dopoguerra. In questa edizione ha tagliato del tutto i versi iniziali recitati da fantasma di Polidoro. Non è così importante. Racconta l’antefatto e inquadra il testo in maniera un po’ sbilenca, in modo un po’ favolistico e fantasmatico. Mentre il testo è esattamente il contrario. Nel ’94 era soltanto la voce fuori campo di un’attrice. Era come la voce di un bambino rimasto solo dopo i bombardamenti. Ma il tema del canto infantile è presente anche adesso. Musicalmente è quasi l’unica cosa che c’è: la voce di un bambino che canta nel deserto. E’ un canto di speranza o di disperazione? Lui non lo sa. Non lo sappiamo neanche noi. E’ più un rimprovero, come sanno fare i bambini quando non ti parlano più.
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