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INDA la stagione 2006 - Ecuba: approfondimenti e interviste

Ecuba
di Umberto Albini

La spedizione punitiva dei Greci contro Troia, provocata dal ratto di Elena, moglie di Menelao, si è conclusa dopo dieci anni di assedio.

I guerrieri nemici vengono sterminati dalle truppe di Agamennone, capo supremo dell’armata (nonché fratello di Menelao) e degli altri “eroi” Greci. Le donne, ivi inclusa Elena, sono fatte prigioniere e destinate come bottino ai vincitori. La vittima di più alto rango è Ecuba, l’ex regina di Troia, che ha visto morire tutti i suoi figli tranne Cassandra, divenuta la concubina di Agamennone, e Polissena e Polidoro: ma entrambi sono destinati a triste fine: la vergine Polissena verrà scannata sull’altare in onore di Achille; Polidoro sarà assassinato dal re di Tracia, Polimestore, che lo aveva accolto come ospite ma poi lo aveva tradito per impadronirsi delle ricchezze che il giovane aveva portato con sé da Troia.

L’opera dedicata da Euripide alle sventure di Ecuba si apre con la comparsa di un fantasma, quello di Polidoro, che aleggia sulla tenda di Ecuba per chiedere che al suo cadavere venga concessa sepoltura e predice il destino della sorella. Ecuba angosciata esce dalla propria tenda e racconta al Coro di aver visto in sogno un lupo sbranare una cerva strappandola crudelmente dal suo grembo. Il Coro con una meticolosità esasperante riferisce il verdetto degli Achei che hanno votato la morte di Polissena. Racconta eventi terribili: l’apparizione dell’ombra di Achille che esige per la propria tomba un tributo di sangue giovane, il tumultuoso dissidio fra i soldati, la sorte sempre più incerta di Polissena, e preannunzia l’arrivo di Odisseo incaricato di prelevarla. Ecuba, immobile sino a quel momento, esplode in una lacerante lamentazione. Polissena esce dalla sua tenda e la commiserazione passiva si acutizza, ma quando arriva Odisseo per il suo sgradevole compito la sovrana reagisce dispiegando una sinuosa abilità verbale. E si appella soprattutto alla gratitudine che Odisseo le deve per essere stato salvato da lei quando, infiltratosi in Troia come spia, era stato scoperto. Odisseo non paga il suo debito; si richiama freddamente alle ragioni politiche che impongono di eliminare Polissena.

Ma nell’aspro faccia a faccia fra i due interviene improvvisamente la giovane che si dichiara pronta a morire (è per lei la cosa migliore) e si congeda con dolcezza da sua madre. Ecuba si accascia al suolo.

Le donne del Coro si domandano quale terra, quale dimora le attenda nell’esilio. L’araldo Taltibio porta a Ecuba l’ordine dei comandanti greci di provvedere alle esequie di Polissena e racconta con quanta nobiltà e coraggio essa abbia affrontato l’istante supremo. Ecuba è travolta da un flusso di pensieri contrastanti sulla virtù di nascita e di educazione e impartisce però le disposizioni per i funerali con autorità e capacità organizzativa. Poi entra nella sua tenda da sovrana. Il Coro geme sulle proprie calamità, sui mali causati ai Troiani e agli Spartani da Paride con il ratto di Elena. Un’ancella arriva e comunica a Ecuba la morte di Polidoro e ne mostra il corpo. Ecuba non ha dubbi su chi sia l’assassino e il perché del crimine. Agamennone viene per sollecitare i preparativi funebri per Polissena e si trova davanti un inaspettato cadavere. Ecuba spiega cosa sia accaduto e prega l’eroe con cui ora è imparentata per via di Cassandra, implora mano libera contro Polimestore. Le viene accordata. Ecuba allora, con lucida freddezza elabora il suo piano di vendetta. Manda l’ancella da Polimestore perché lo inviti a venire da lei accompagnato dai figli e senza scorta. Il Coro rievoca l’ultima notte a Troia, una notte destinata all’amore e che si è invece conclusa con un bagno di sangue. Ecuba, con il miraggio di un tesoro nascosto, induce Polimestore a entrare con i figli nella sua tenda. Assalito e immobilizzato dalle donne Polimestore vedrà uccidere i figli prima di venir accecato. Inutilmente, in un’orrenda mosca cieca, tenta di catturare le autrici del misfatto empio. Chiederà ad Agamennone vendetta. Ha luogo un serrato confronto fra le parti in causa. L’operato di Ecuba riceve l’avallo del comandante dei Greci che si rifiuta di considerare delitto politico (Polidoro come futuro potenziale minaccia per i Greci) il crimine commesso da Polimestore. Mentre Troia è tutta un rogo e la flotta greca sta per salpare il re tracio profetizza il futuro orribile che attende Ecuba (verrà trasformata in cagna dagli occhi di fuoco) e Agamennone (verrà ucciso dalla moglie). Agamennone impartisce l’ordine di far tacere Polimestore e di gettarlo su un’isola deserta.

La prima parte dell’Ecuba non è solo la grande lamentazione di una creatura sconfitta, rassegnata. Vi è una grande varietà di comportamenti; l’atteggiamento successivo può inglobare o annullare il precedente, ogni situazione sollecita risposte differenti, anche inattese. Sullo sfondo costante della sofferenza si alternano velocemente emozioni diverse: la regina, la vecchia, la madre è trascinata in più direzioni. Ma la sua possibilità di patire non è ormai dilatabile oltre. Ecuba è arrivata al punto zero: quando non c’è più niente da perdere c’è posto solo per la follia. Ecuba si trasforma in una bestia feroce. Le vicende imboccheranno un corso, per il quale non si presenta altra alternativa che un’allucinante vendetta: tutte le energie della regina, gli istinti peggiori dal ricatto alla menzogna all’intrigo verranno convogliati verso la cruda “soluzione finale”.

L’andamento cupo della tragedia era delineato nettamente nello scenario iniziale di un paese dove le ombre si levano dal sepolcro, si aggirano nell’aria, cadaveri approdano a riva e i morti condizionano i vivi e il passato torna alla ribalta per travolgere ogni regola.

La seconda parte dell’Ecuba è agghiacciante non solo per l’efferatezza della rivalsa, ma anche perché suggella la convinzione (e la dimostrazione) di Euripide che la guerra scatena una violenza foriera di altra violenza. Ma gli scannamenti e le soppressioni raccapriccianti non vanno a favore di nessun dio. Gli dei sono assenti, non aprono la storia, non intervengono per concluderla, non seguono passo passo gli accadimenti. Sono citati saltuariamente: se Ecuba li menziona osservando che la violazione del sacro esige castigo, il sangue scorre per responsabilità sua, è sua la efferata punizione, e non del cielo.

Nell’Ecuba trionfa una umanità esasperata, capace delle peggiori nefandezze, i toni sono torbidi, il sangue nero, le uccisioni non hanno un significato più alto che le riscatti. Scomparse, con l’esclusione reale degli dei, le giustificazioni ideali per legittimare gli assassinii, resta solo una specie di campo di battaglia in cui ci si scatena oltre il consentito, senza dover render conto a nessuno.

Gli spettacoli

Ecuba
Troiane
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