Giuseppina Norcia, INDA Fondazione Onlus
In un pomeriggio d’autunno del 1938, in un caffé di Torino, si incontrano le vite di due personaggi particolari: il giovane edonista Paolo Corbera e il vecchio altezzoso Rosario La Ciura. Sembrano da subito agli antipodi, i due, sebbene siano entrambi siciliani, di Palermo l’uno, di Catania (di Acicastello) l’altro. Scambiano poche parole nella fumosa saletta della pasticceria; il tono di La Ciura è caustico, ma non scoraggia Corbera ad approfondirne la conoscenza.
Anzi, incuriosito, il giovane – che di professione è un giornalista - cerca informazioni, e scopre che dietro l’apparenza di un uomo scostante e trasandato si nasconde l’anima e l’immensa conoscenza del più grande ellenista vivente.
I due si incontrano ancora, e nel corso dei loro dialoghi i toni cambiano progressivamente, la polemica intolleranza di La Ciura sembra trasformarsi, illuminarsi persino, dinanzi al ricordo della Sicilia, di alcune sue atmosfere, di quel luogo in cui gli dèi hanno soggiornato, in cui forse “negli agosti soggiornano ancora”. Continua la conversazione tra questi personaggi che non vissero in carne ed ossa ma nelle pagine di un racconto stupefacente di Tomasi di Lampedusa[1]: letterari, forse, ma profondamente veri.
Il professore svela a Corbera, e a noi che leggiamo, un mondo diverso, conducendoci in una Grecia (e in una Sicilia) non astratta e idealizzata, ma straordinariamente viva; ci insegna qualcosa che non dimenticheremo più. E lo fa raccontando il suo amore per una Sirena, una passione misteriosa e potente consumata nel mare “color dei pavoni” della costa siracusana (quella costa augustana preindustriale dove Tomasi prestò per qualche mese servizio militare, nel 1916). Eccola, descritta in ogni suo particolare, questa creatura dai dentini aguzzi e bianchi “come quelli dei cani”, con un sorriso di potente semplicità, non quello imbastardito dalle espressioni accessorie e opache che siamo abituati a vedere nel mondo “civilizzato”, ma pieno di una “bestiale gioia di esistere, di una divina, infantile purezza”. Dal suo corpo di pesce emana un profumo di mare, una voluttà che è anche sortilegio; la sua voce, gutturale, velata e risuonante di armonici innumerevoli, è fatta di suoni che raccontano le risacche impigrite dei mari estivi ed il passaggio dei venti sulle onde lunari.
Attraverso La Ciura, Tomasi medita sulla grecità intesa in termini di eredità spirituale, sentita con un potente slancio poetico e un vitalismo dal tratto istintivo: “Ciò che lo aveva sempre distinto dagli altri pur eruditissimi colleghi era il senso vivace, quasi carnale, della antichità classica e ciò si era manifestato in una raccolta di saggi che era opera di poesia”.
Nel corso del racconto, questa visione della classicità è ripresa a più battute, approfondita per contrapposizione, attraverso la sferzante polemica che La Ciura riserva ai propri colleghi, a quanti non riescono a capire nulla del mondo ellenico, se non poche rivelazioni: “come potrebbero avvertirlo questo spirito se non hanno mai avuto occasione di sentirlo, il greco?”.
Tra le righe di una tessitura narrativa magica e insieme densa di contenuti fa irruzione, in medias res, Siracusa, ed è come un segnale luminoso, una fiaccola che ne riaccende altre, in una rete di rimandi e suggestioni: “Mancava da 21 anni dalla Sicilia e l’ultima volta era stato a Siracusa con Paolo Orsi per discutere sull’alternarsi dei semicori nelle rappresentazioni classiche”. Siracusa, il Teatro, Paolo Orsi, il grande archeologo roveretano che consigliò al conte Gargallo il coinvolgimento di Ettore Romagnoli… un fil rouge certamente non casuale ci conduce da questo racconto di Tomasi alle Rappresentazioni siracusane, soprattutto alla premessa delle “Feste classiche” che ebbe tra i suoi elementi portanti un concetto rivoluzionario di divulgazione. Come Tomasi – La Ciura, Romagnoli aveva avviato una riflessione sulla grecità che avrebbe aperto orizzonti insperati nella diffusione della cultura classica. Ed in questo percorso il genius loci di quel Teatro finalmente riscoperto dopo secoli di dimenticanza, di quella Sicilia luogo del mito, ebbe una presenza fondamentale.
Ettore Romagnoli fu chiamato qui nel 1913 dal conte Gargallo per far rivivere, al Teatro Greco di Siracusa, gli stessi spettacoli che gli Ateniesi 2400 anni prima avevano messo in scena al teatro di Dioniso. E Romagnoli ne divenne l’ispiratore e l’artefice: grecista raffinatissimo, traduttore, poeta, professore universitario, riuscì ad imprimere in questa esperienza che ai primi del novecento parve a molti visionaria, quella profondità che promana da un rapporto straordinariamente vitale con l’antico. Una riflessione illuminante in tal senso, che svela la vera premessa delle rappresentazioni siracusane e il progetto, anche pedagogico, ad esse sotteso, è contenuta in un testo intitolato “La diffusione della cultura classica”[2], letto da Romagnoli su invito della Società Atene e Roma per il convegno fiorentino tenutosi nel 1911, (appena tre anni prima della messinscena di Agamennone).
Nella sua relazione, Romagnoli aveva condannato la chiusura dell’Università, l’idea quasi programmatica di rendere il mondo classico un “mistero sibillino”, sostanzialmente inaccessibile, se non a pochi adepti, e partendo da questa considerazione aveva espresso la necessità di delineare dei fondamenti per realizzare una vasta opera di divulgazione della cultura classica.
Se da un canto, dunque, è l’ellenista di professione ad essere chiamato a questo compito, egli deve avere requisiti particolari, adatti ad una visione della divulgazione che la renda complementare, non inferiore, al sapere cosiddetto scientifico: “Manca (..) la esegesi, del mondo antico. E mancano gli esegeti. Chi potrebbe infatti assumere il delicatissimo compito? Non altri che l’ellenista di professione. Tanto sarà comprensiva la parola divulgatrice, quanto minuta e profonda sarà la conoscenza tecnica: la espressione più nitida sarà frutto del più lungo ed accanito travaglio mentale. Ma l’ellenista di professione quale si forma nelle nostre università, male si adatta a tale opera di divulgazione. L’uomo di scienza, egli afferma, come udì affermare dai suoi maestri, deve parlare ai suoi pari, e non al pubblico: parlare per l’incremento della scienza, non per la divulgazione. E la parola include tutti i biasimi”[3].
Proprio per combattere questo pregiudizio di base, che ritiene pericolosamente radicato in certi ambienti accademici, Romagnoli si spinge oltre il limite, sino a dare un quadro illuminante di quello che potremmo definire la “formazione dei divulgatori”. Ne emerge una interessante figura di “divulgatore-artista” la cui preparazione, pur non sottovalutando la conoscenza filologica dei testi, si fonda su un sapere molto più vasto, su una sensibilità alimentata dalla costante frequentazione di tutte le arti. “La poesia dell’Ellade surse e crebbe in una atmosfera raggiante d’arte, accompagnata in ogni suo passo dalla sorella musica, assorbendo dalle note un’armonia, che oggi ancora, sparite le note, vibra con ineffabile dolcezza nelle nostre anime stanche; crebbe tra le immagini d’eterna bellezza che la maga arte andava suscitando ai monti e ai piani, sulle acropoli e nelle agorà, nei templi e nelle ceramiche; e riflette come uno specchio fedele la fantasmagoria meravigliosa. Poesia, musica, arte figurata, sono in Ellade tre Cariti strette in modo indissolubile: se svellete l’una dall’amplesso, il volto delle altre subito trascolora e si offusca. Onde alla comprensione della poesia greca non può condurre che una preparazione precipuamente artistica. E nel programma di tale preparazione il tempo che si soleva e si suole dedicare a studi paleografici e bibliografici o strettamente critici, sarà invece dedicato a una penetrazione artistica dei testi, ad uno studio intimo e minuto delle arti figurate e delle dottrine metriche, senza le quali ogni creazione della poesia greca rimane informe cadavere”[4].
Un approccio, il suo, un metodo vero e proprio che definisce “ellenismo artistico”, concepito non in banale rapporto di contrapposizione ma piuttosto come naturale evoluzione dell’ellenismo filologico. A cosa dunque volgere le energie dei giovani e il lavoro degli studiosi? In primo luogo alle traduzioni, per rendere accessibili i classici anche in edizioni economiche e realizzare versioni dei drammi libere “dal pregiudizio che tutto ciò che è antico debba essere venerando, ispirato, solenne”.
Della traduzione Romagnoli ha una concezione per certi versi pittorica, non necessariamente condivisibile ma indubbiamente suggestiva, originalissima: “I poeti greci sono coloritori meravigliosi: ogni loro parola è veramente uno sprazzo di luce. Conviene studiare attentamente ogni vocabolo, vedere che colore, che luce e riverberi ha nel testo e creare nella lingua effetto analogo”. Ma anche la musica interna al testo non può, non deve essere trascurata e dimenticata: per questo, nel “piano di studi” proposto, è indispensabile procedere ad una conoscenza dei ritmi, attraverso uno studio della metrica che non sia meramente “algebrico” – solo una la lettura di segni, e sequenze vocaliche di brevi e di lunghe – ma che proceda anche per analogia, cogliendo alcuni esempi affini nella tradizione musicale: “Ricostruite l’ossatura: integratela di un leggero velo di accenti musicali che possano essere anche derivati dal patrimonio esiguo ma non spregevole della musica pervenuta fino a noi. Affidatela a chiare voci. E la bella creatura d’armonia batterà sicura verso il cielo le sue ali divine”[5].
Per la stessa ragione, poiché sarebbe impossibile comprendere lo spirito della letteratura greca senza “aprire le porte allo studio delle arti figurative”, Romagnoli propone di istituire gipsoteche, musei in cui siano contenuti i calchi in gesso delle principali opere dell’arte antica; ed in quei musei fare lezione, tenere corsi, creare luoghi attivi di cultura e centri di divulgazione della tradizione classica: “Nessun commento, per quanto eloquente, potrà darvi la visione del mondo ellenico quanto la solennità dei diritti palagi di Creta, la semplice vita gagliarda e florida dei bassorilievi e degli intagli micenei, quegli intrecci e grovigli e stilizzazioni di farfalle, di fiori, di polipi, di alighe”[6].
E’ questo il sottotesto delle prime Rappresentazioni Classiche che, pur traendo ispirazione - nella messinscena – dallo stupefacente patrimonio di immagini e memorie emerso dalle grandi campagne di scavo, seppe reinterpretarlo alla luce delle riflessioni, degli esperimenti che andavano componendo ai primi del ‘900 quella idea di Teatro totale di cui l’esperienza siracusana rappresenta una forma unica e originalissima.
Non a caso, nel parlare di “diffusione della cultura classica”, l’ellenista sottolinea i tre elementi fondanti di quel “nuovo” modo di fare teatro: parola, musica, danza (corrispondente “scenico” dell’arte figurativa e intesa come movimento ritmico non meramente decorativo ma interno all’azione): una visione, questa, in cui sarebbe inammissibile un coro “per voce sola” o un dramma senza musica.

Giuseppina Norcia e Loredana Faraci durante una conferenza sulle Rappresentazioni Classiche al Museo Bellomo
Ma anche a questo proposito Romagnoli torna a parlare di formazione, proponendo un progetto importante, in quel momento poco compreso ma oggi sempre più chiaro: l’istituzione di una compagnia specializzata nella messinscena del dramma antico. Creare quei personaggi esige infatti “non solo studio lungo e paziente, ma cognizioni di storia e letteratura antica (…). Si aggiunga il dovere di recitare i versi senza sbagliarli; la poca simpatia per la forma accademica, che spesso, come dissi, rende ostiche le versioni di drammi greci; la mancanza di una guida per le riduzioni, gli adattamenti scenici, i costumi; e si vedrà come sia vano sperare che una compagnia di giro voglia o possa assumere in larga misura la resuscitazione del teatro classico”[7].
Sebbene quella conferenza non abbia sortito apparentemente alcun effetto se non un eclatante insuccesso, l’”ellenista visionario” seppe cogliere lo spirito del tempo e, contemporaneamente, guardare oltre, vedere qualcosa che non esisteva ancora: ne è prova concreta la creazione straordinaria che nacque tra l’incontro delle sue idee con il progetto di un aristocratico illuminato, il conte Mario Tommaso Gargallo. Il 16 aprile 1914 Romagnoli realizzò il suo grande sogno, quando il Teatro Greco di Siracusa risuonò ancora, dopo venticinque secoli, delle parole di Eschilo: la scena divenne una immensa piazza cinta da mura ciclopiche aperte su quella Porta dei Leoni di Micene che, con le avventurose scoperte di Schiliemann, aveva fatto sognare l’Europa.
Migliaia di persone si erano precipitate per vedere l’Araldo annunciare la fine della guerra di Troia avvistando da lontano messaggi di fuoco con occhi increduli, ed Agamennone tornare in patria su un carro, attraversare tappeti purpurei dinanzi alla reggia – il suo sentiero di morte.
La stessa magia vive intatta anche oggi, quando nei pomeriggi di maggio ci ritroviamo a teatro, ad ascoltare ancora le parole della tragedia che si chiude insieme agli ultimi bagliori del giorno, in un odore intenso di erba e di fiori; o seduti sulla pietra ancora scabra da impalcature e tribune, durante le prove serali degli spettacoli, sotto una luna immensa appena velata dagli umori di un liquido aprile. Ogni parola si libra come scolpita nel buio in queste notti siracusane di attesa e fatica, che richiamano i grandi personaggi del mito, come risvegliandoli da un mondo lontano, mentre prendono forma scenografie imponenti e fragili, come giganti di carta.
“Penso sempre ad uno che giudichi inutile il pulviscolo versicolore delle ali di una farfalla e la raschi via, per la buona ragione che la farfalla può volare lo stesso, ma quel miraggio è la ragion d’essere dell’arte”. Queste parole risuonano dentro di noi, come accadeva ai giovani di un secolo fa, che seguivano Romagnoli in Viale Paradiso, appena fuori dal teatro, sebbene non riuscissero ad assimilare del tutto i grandi poeti e ne restassero inebriati, come da una droga troppo forte[8]. E rimanevano, ancora, a conversare con lui, dopo una lunga giornata di prove, in una magica “Primavera di bellezza”.
[1] Giuseppe Tomasi di Lampedusa, La Sirena, in Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Opere, Mondadori, 1995, pp. 400-432; cfr. anche Gaetano Cosentini, I miti, Il tempo perduto, La grecità in Tomasi di Lampedusa, Coppola editore, Trapani, 2002
[2] Ettore Romagnoli, La diffusione della cultura classica in Lo Scimmione in Italia, Zanichelli editore, Bologna, 1919, pp 188-245.
[3] Op. cit., p.182
[4] Op. cit., p.183
[5] Op. cit., p.218
[6] Op. cit., p.212-213
[7] Op. cit., p.218
[8] Vincenzo Bonaiuto, Un rievocatore del teatro classico, Istituto Nazionale del Dramma Antico, Numero Unico, Siracusa, 1958, pp 5-6; Vincenzo Bonaiuto, Ettore Romagnoli rievocatore del teatro greco, in “Dioniso”, 1948

