di Giuseppe Voza
Soprintendente Emerito ai Beni Culturali di Siracusa
Se nel mondo greco l’architettura religiosa esprime col tempio, in maniera determinata e inequivocabile l’immagine della cultura che lo crea, nell’architettura civile è sicuramente il teatro a rappresentare uno dei maggiori e più significativi simboli ideologici della grecità. Ma se del tempio si può seguire tutto l’affascinante travaglio della creazione architettonica che lo riguarda dalla fine del VII al V sec. a.C. , non altrettanto può dirsi del teatro. A Siracusa, dalla prima esperienza costruttiva di un periptero dorico – egregiamente documentato dal tempio di Apollo in Ortigia, che sul suo crepidoma reca, in un’iscrizione incisa, non solo il nome del suo architetto, Kleomenes, ma anche il “grido d’orgoglio” (Kala erga) di Epikles, realizzatore dei monoliti delle colonne, – fino alla perfetta costruzione dell’Athenaion, del 480 circa a.C. , si possono seguire le mirabili conquiste nell’arte del costruire della grande officina aretusea.
Per l’architettura teatrale di età greca a Siracusa il compendio monumentale in cui si è cimentata l’esperienza costruttiva interessò le balze rocciose del colle Temenite nel punto in cui dominano lo scenario del Porto Grande fra le estremità contrapposte del Plemmirio e di Ortigia. Qui, sul versante meridionale del pendio del colle, una breve gradinata rettilinea divisa da due scalette, rappresenta la prima e più antica struttura teatrale siracusana di epoca arcaica, in prossimità di un santuario e precede il grande e più famoso teatro curvilineo inciso nell’area attigua di nord-est nel bianco calcare di un’accogliente ansa del pendio (fig. n. 1). Epicentro incontrastato di attività teatrali, luogo di culti particolari, sede di grandi processi pubblici, punto di riunioni di massa in momenti storici importanti, il teatro è, per tutta l’età greca, il centro della città nel senso che ne rappresentò uno dei simboli più significativi e uno dei principali punti di riferimento.
Gli studi sull’illustre monumento, in generale, pongono in evidenza le numerose fasi di adattamento cui fu sottoposto attraverso i secoli fino a quella più consistente dell’età di Ierone II e a quella, di età romana, che interessò soprattutto l’edificio scenico. Si sa degli adattamenti, in età romana imperiale, per la realizzazione di giochi d’acqua o di ludi gladiatori, evidentemente prima dell’utilizzazione dell’anfiteatro costruito appositamente per questo tipo di spettacoli. Dopo i lavori di rifacimento di cui si ha notizia per il V sec. d.C., il monumento subisce l’oblio e l’abbandono di tutta l’età di mezzo. Le spoliazioni diventano gravi e sistematiche nell’evo moderno ad opera di Carlo V che tra il 1520 il 1530, per la realizzazione delle fortificazioni di Ortigia, fa riutilizzare tutti i blocchi calcarei asportati dalla parte sommitale della cavea e dell’edificio scenico. E ancora, nel XVI secolo, il monumento subiva un’ulteriore azione distruttiva da parte dell’uomo in conseguenza dell’impianto di alcuni mulini collegati con il riattivato antico canale Galermi. I danni conseguenti furono di ampia portata in quanto l’uso connesso al funzionamento degli opifici con il passaggio dei carri, il sostare delle bestie da soma, le operazioni di carico e scarico, lo scorrimento incontrollato di acque dilavanti, con lo sviluppo di una ricca vegetazione spontanea, ebbe un effetto deleterio per la conservazione di quel che restava delle strutture del monumento pure consegnato nelle immagini e nelle descrizioni di famosi viaggiatori del settecento e dell’ottocento come luogo suggestivo e pittoresco di un idillico mondo pastorale. “Benché distrutto dal tempo e della barbarie questo monumento presenta ancora una bellezza capace di parlare al cuore degli uomini.” Così Jean Howel nel 1780: egli lo rileva attentamente osservando come “tutto parla agli occhi e allo spirito con un linguaggio muto e al tempo stesso eloquente; tutto rivela il grande genio dell’architetto”.
Verranno dopo le lunghe opere di disseppellimento e liberazione che avranno compimento solo nei primi decenni del secolo passato. L’assetto attuale del monumento è quello consegnato dalle definitive esplorazioni compiute tra il 1940 e il 1950 quando furono riportate alla luce tutte le parti dell’edificio teatrale e delle aree immediatamente circostanti. Delle superfetazioni che lo avevano ingombrato resta testimone solo la così detta “casa dei mugnai” che domina la cavea dalla parte di nord-est. Tutti i resti, le infinite tracce messe in luce sono stati e sono ancora oggetto di studi, di difficile e a volte controversa interpretazione a causa della loro labilità e della loro discontinuità, ma rimane l’immagine solenne e grandiosa della cavea scolpita nella roccia che abbraccia ed esalta la tormentata sede dell’orchestra e della scena. Negli anni ’50 il teatro diventa, per merito di L. Bernabò Brea, epicentro del così detto parco archeologico della Neapolis. Tutti i grandi monumenti di questo quartiere con il teatro, le latomie, l’ara di Ierone II, l’anfiteatro, sono compresi, nel cuore della città moderna, in un unica unità ambientale opportunamente tutelata da apparati vegetativi rispetto al fronte dell’edificato moderno che troppo da presso la stringe. Nello stesso periodo, però, l’area veniva a subire un altro grave danno dovuto alla costruzione di una strada panoramica, una sorta di collarino di asfalto tutt’intorno al teatro, svolgentesi con arditi tornanti che sfiorano la cavea del teatro rettilineo e le strutture di un santuario di età greca arcaica. La ricerca archeologica di questi ultimi decenni ha reso notevoli contributi che danno nuove prospettive alla conoscenza del teatro come opera architettonica e come punto di riferimento nell’organizzazione urbanistica antica. Per quest’ultimo aspetto oggi il teatro non rappresenta più un episodio monumentale isolato e lontano nell’area urbana di Siracusa greca, ma un punto determinante, inquadrato nel sistema viario che regolava l’impianto urbanistico dei quartieri di Acradina e Neapolis (fig. n. 2), perfettamente funzionale per posizione rispetto ai collegamenti stradali in senso est-ovest e dominante rispetto a un’area di convergenza dei sistemi viari, che si sviluppa verso il settore di sud-est e copre una vasta zona a destinazione pubblica verso cui è ora orientata l’esplorazione archeologica.

Siracusa. Il Teatro greco visto da nord. In primo piano le fondazioni del tempio greco arcaico eretto sulla terrazza sovrastante (fig.4)
Ne ha dato prova evidente la recente scoperta delle fondazioni di un tempio di età greca arcaica, dotato di altare e di scala di accesso sulla fronte meridionale (fig. n. 4). Il suo orientamento in senso nord-sud “anomalo” per un tempio greco, appare qui imposto dalla volontà di coordinamento con l’orientamento generale del teatro. Infatti l’asse del tempio in senso nord-sud coincide perfettamente con quello su cui è impostata tutta la struttura della cavea e dell’orchestra che, come è noto, è il centro geometrico e ideale di tutto l’organismo architettonico (fig. n. 5). Alla luce di questa situazione rivelata dalle ricerche viene agevole considerare che quando, in epoca greca ancora arcaica, si decise di segnare il suolo urbano di una struttura teatrale la scelta cadde su questo luogo in obbedienza alla c.d. “legge del suolo” che qui presentava, sul bordo della terrazza rocciosa, una profonda cavea naturale sulla quale, poi, si sarebbero incise le geometrie curvilinee di cui la cavea arrivata fino a noi rende testimonianza. E come ad Atene, a Delfi, a Delo e a Epidauro il teatro era in diretta relazione con un grande santuario, così anche a Siracusa esso era in stretto rapporto di interdipendenza, anche strutturale, con il Santuario di Apollo Temenite, tante volte ricordato dalle fonti letterarie, sulla cui inequivocabile ubicazione ora non si può avere dubbi, e il cui tempio torreggiante sull’alto della terrazza rocciosa, dominava e coordinava centralmente l’assetto generale del teatro (fig. n. 6).
Quale fosse il tipo di cavea in questa prima fase di vita del teatro non è possibile precisare. Abbiamo l’idea che l’organismo architettonico iniziale avesse definito sicuramente il piano d’orchestra cardine di tutto il costruito e la parte bassa della cavea (l’ima cavea di ora), mentre la gran parte della media e alta cavea poteva esser costituita dal fondo naturale probabilmente coperto da battuti pavimentali. Ma un’altra grande sorpresa hanno dato le ricerche effettuate nella zona compresa fra il tempio di cui si è detto e la cavea del teatro: si sono individuati alcuni tratti del muro di analemma (recinto esterno) che delimitava la cavea nella sua fase di massima espansione verso l’alto (V sec. a.C.), quando raggiungeva il margine della parete in cui è ricavata la bocca del Ninfeo. In questo periodo l’assetto generale del teatro e, soprattutto, lo svolgimento della sua perimetrazione hanno una straordinaria somiglianza con il teatro di Dioniso di Atene. Si ritiene che questo tipo di assetto del teatro a Siracusa sia dovuto al disegno di monumentalizzazione della città voluto da Dionisio I che, come si sa, arricchì Siracusa di ginnasi, templi e di altri edifici pubblici.
Gli scavi archeologici hanno permesso di accertare che il tempio arcaico nel corso del V sec. fu completamente smantellato fino alle fondazioni e che nell’area della metà posteriore della cella furono installate (fine del V sec. a.C.) due tombe monumentali coperte da un mausoleo, depredate in antico e per le quali si è pensato ai sepolcri di Gelone e Demarete distrutte, secondo le fonti, da Imilcone nel 397 a.C. Tornando al teatro si è accertato che una grandiosa trasformazione del monumento si ebbe nel corso del III sec. a.C., nell’età di Gerone II quando la città realizzò il massimo della sua monumentalizzazione. E’ l’epoca in cui urbanistica e architettura subiscono le influenze di moda nei grandi centri di Asia Minore e dell’Egitto; le città realizzano palestre, terme, portici di cui si arricchiscono santuari e teatri. Per la prima volta nel mondo greco gli edifici monumentali rappresentativi accedono all’idea del servizio, corrispondono, cioè, alle esigenze del cittadino, della vita collettiva, a funzioni nuove e più razionali. Nel teatro di Siracusa la parte più alta della grandiosa cavea ricavata nella roccia viene eliminata per la creazione di un portico a L che, sul tratto est-ovest, inquadra centralmente il c.d. ninfeo. A questo portico fece da pendant un altro più grandioso portico a U realizzato sulla terrazza a nord della cavea (fig. n. 7), raggiungibile attraverso una scala ricavata nella roccia. Questo portico abbraccia tutta l’area pianeggiante che sovrasta il teatro ed era dotato all’estremità del braccio orientale di due edifici templari le cui strutture erano precipitate, in conseguenza di terremoti di età medioevale, davanti all’Orecchio di Dionigi. Riteniamo che i due templi siano quelli menzionati da Cicerone nelle Verrine, costruiti in onore di Libera e Cerere sulla sommità del teatro.
Non si esclude che la vasta area delimitata da questo portico superiore, interessata nel suo punto centrale prima dal tempio arcaico cuore del Santuario di Apollo Temenite, poi dal mausoleo su due tombe monumentali, potesse anche essere il luogo che accolse la statua di Apollo che Cicerone (in Verr., IV, 53) dice qui presente (signum Apollinis qui Temenites vocatur, pulcherrimum et maximum….) e trasportata poi a Roma al tempo di Tiberio per essere collocata nella biblioteca del “templum novum” (Svetonio, Tiberio, 74). L’organizzazione generale del complesso monumentale in questa epoca si rivela come uno dei più cospicui organismi di architettura teatrale del mondo greco in età ellenistica. Infatti i due grandi portici che contraddistinguono questa sostanziale opera di trasformazione, uno sulla terrazza del Santuario, l’altro sull’area sottratta alla cavea, la inquadrano a diverse quote rendendo un grandioso complesso monumentale in aderenza ai principi che regolarono in questo periodo l’architettura e l’urbanistica nei grandi centri di Asia Minore e dell’Egitto. E’ l’epoca in cui il teatro siracusano, importante punto di riferimento nell’apparato urbano vive con esso il momento di massimo coordinamento. Nel contesto il complesso monumentale appare, con la disposizione, a varie quote, dei suoi corpi costruttivi, in tutto il suo valore scenografico basato su criteri di generale simmetria, di frontalità e assialità (fig. n. 8) e sullo sfruttamento sapiente dei valori ambientali qui di pregio assoluto. Sono tutti valori questi che a Siracusa provengono, come si è accennato, dal patrimonio delle conquiste realizzate nei grandi centri del mondo greco di età ellenistica e che, tramite Siracusa, approdano nelle esperienze dell’architettura monumentale del mondo romano tra il II e il I sec. a.C. Come si è visto il teatro di Siracusa lungi dall’essere considerato un monumento consegnato all’archivio della conoscenza è, dopo circa due secoli di studi, uno straordinario luogo di ricerca che non finisce di stupire per i contributi che continua a dare alla scienza storico-archeologica. Fra tutti quelli resi il contributo che mi preme di sottolineare è quello che riguarda la rivalutazione delle fonti letterarie relative al teatro siracusano sulla base dei dati messi a disposizione dalle recenti ricerche archeologiche.
Si sa da sempre che Epicarmo, vissuto tra la fine del VI e il V sec. a.C., padre della commedia dorica, sia siciliano e che abbia svolto la sua attività a Siracusa. E’ sicuro che Eschilo venne a Siracusa quando Ierone fondò la città di Etna (476 a.C.) e che per tale avvenimento fu da lui scritta e fatta rappresentare nel teatro di Siracusa la tragedia intitolata le “Etnee”. E’ sicuro che i “Persiani” furono rappresentati anche a Siracusa. Si conosce, secondo una notizia riportata da Eustazio, il nome dell’architetto Domocopos, detto Myrilla, che avrebbe costruito il teatro di Siracusa (V sec. a.C.). Diodoro (XIII, 94) dice di Dionigi nel 406 a.C. “rientra a Siracusa mentre i cittadini uscivano dal teatro”. Si sa da Plutarco (vita di Timoleonte) che il tiranno Mamerco convenuto a Siracusa nel teatro per essere giudicato si fracassò la testa contro le grandinate del teatro (343 a.C.) e che Timoleonte viene a Siracusa dalla sua villa suburbana a manifestare il suo parere nelle assemblee popolari tenute al teatro.

Siracusa. Sezione in senso nord-sud del colle Temenite con lo schema ricostruttivo del tempio e del santuario (fig.6)
Queste cospicue fonti letterarie relative alla presenza di un teatro a Siracusa dalla fine del VI alla fine del IV secolo a.C., sono state finora generalmente sottovalutate, considerate senza riscontro archeologico, o soltanto come “sfondo culturale”, talchè, generalmente, gli studiosi hanno escluso la presenza di un teatro a Siracusa prima del periodo compreso tra la fine del IV e il III sec. a.C.
Oggi, come si è visto, il dato archeologico conforta e dà la possibilità di valutare sotto altra luce quello della fonte scritta che spesso porta la colpa di essere partigiana, episodica o lacunosa, mentre altre volte, quando è realmente ricca, come nel nostro caso, è mortificata perché giudicata vittima di tradizioni letterarie! Oggi, io credo, possiamo concretamente pensare che Epicarmo abbia svolto la sua attività non nell’agorà e nelle terme ma, forse, sul pendio del Temenite, alla presenza di un tempio, che Damocopos fu il realizzatore della monumentale cavea del V sec. a.C. , e che la presenza di Timoleonte al teatro non fu un immaginario episodio a celebrazione della sua leggendaria figura. Ma, soprattutto, è quel che più conta, possiamo cominciare a esser sicuri che il teatro di Siracusa, quello che Diodoro dice “il più bel teatro di Sicilia” (XVI, 83,3), è da considerare l’archetipo dei teatri nel Mediterraneo.Se questo è vero è anche vero che il famoso monumento a causa delle radicali spoliazioni e dei gravissimi danni subiti dal logorio del tempo e dall’azione distruttiva dell’uomo, è oggi solo la gigantesca impronta nella roccia di una prodigiosa creazione architettonica. La miriade di tagli, incisoni, cavità, fondazioni che ricoprono integralmente tutto il monumento rappresentano il prezioso scrigno di secolari vicende costruttive e, come tali, assolutamente da mantenere come oggetti di gelosa conservazione.
Se si aggiungono la particolare, delicatissima natura della roccia in cui è ricavato il monumento di cui è stata rilevata l’ “estrema vulnerabilità” èassolutamente doveroso attendere a costanti opere manutentive, evitare eccessivi traumi meccanici, anche da calpestio, evitare che l’inquinamento atmosferico – soprattutto quello veicolare particolarmente incrementato in questi ultimi tempi – aggredisca sempre più l’area monumentale. Ma, soprattutto, va sentito come dovere civile quello di un uso del monumento che sia compatibile non solo con la sua rilevantissima importanza storico-archeologica, che ne dovrebbe fare oggetto di costante studio e fruizione, ma con la delicatissima natura della sua struttura. Tutto questo non può che essere assistito anche dall’opera della ricerca che è assolutamente necessario che sia continua e sistematica e che è facile prevedere di grandi prospettive.
*L’articolo del Prof. Voza è stato pubblicato sul Numero Unico del XLIV Ciclo di Spettacoli Classici, edito a cura della Fondazione INDA, Siracusa 2008.




