di Davide Susanetti, Università di Padova
L’uomo antico, prima di fare qualcosa, «indietreggiava di un passo» alla maniera di «un torero» che prende lo slancio per il colpo mortale — diceva T. Mann, rimodulando una similitudine del filosofo spagnolo Ortega y Gasset (Freud e l’avvenire, 1936) —: nel passato delle storie mitiche, l’uomo cerca un «esempio in cui calarsi come un palombaro nello scafandro, per poi, così deformato e allo stesso tempo protetto, immergersi nel problema presente». Il mito sarebbe allora un paradigma da imitare, lo spazio di una «identificazione» che può essere assunta in forma pienamente consapevole: «vita nel mito, vita come ripetizione solenne» di un qualcosa di «tipico» e di «tradito» che torna infinitamente ad incarnarsi.
Così lo sguardo moderno — orfano del sacro e del divino, orfano di modelli autorevoli cui fare riferimento — guarda, non senza nostalgia, alle storie antiche degli dei e degli eroi. Il mito spiega e giustifica: offre per ogni azione e ogni sentimento un precedente. Tutta la vita dei mortali sarebbe, con diverso grado di consapevolezza, duplicazione di racconti già narrati in un’altra età e sotto un altro cielo. Tale dinamica di ripetizione non è, tuttavia, sempre così «solenne» e rassicurante, come l’esempio del «palombaro» suggerirebbe: se le antiche storie mostrano che tutto è già da sempre accaduto, non ogni storia può e deve, per questo, di nuovo accadere; non ogni racconto può essere innocentemente imitato a prescindere dai contesti e dalle identità dei soggetti, a prescindere da altre istanze che orientano la vita comunitaria. Invocare la lettera e le ragioni del mito può aprire la prospettiva di radicali destabilizzazione dell’ordine.
