La biblioteca dei racconti osceni tra gli amori di Zeus e la passione Fedra

Amore e Psiche, Antonio Canova

Amore e Psiche, Antonio Canova

di Davide Susanetti, Università di Padova

L’uomo antico, prima di fare qualcosa, «indietreggiava di un passo» alla maniera di «un torero» che  prende lo slancio per il colpo mortale —  diceva  T. Mann, rimodulando una similitudine del filosofo spagnolo Ortega y Gasset  (Freud e l’avvenire, 1936) —:  nel passato delle storie mitiche, l’uomo cerca un «esempio in cui calarsi come un palombaro nello scafandro, per poi, così deformato e allo stesso tempo protetto, immergersi nel problema presente». Il mito sarebbe allora un paradigma da imitare, lo spazio di una «identificazione» che può essere assunta in forma pienamente consapevole: «vita nel mito, vita come ripetizione solenne» di un qualcosa di «tipico» e di «tradito» che torna infinitamente ad incarnarsi.
Così lo sguardo moderno — orfano del sacro e del divino, orfano di modelli autorevoli cui fare riferimento — guarda, non senza nostalgia, alle storie antiche degli dei e degli eroi. Il mito spiega e giustifica: offre per ogni azione e ogni sentimento un precedente. Tutta la vita dei mortali sarebbe, con diverso grado di consapevolezza, duplicazione di racconti già narrati in un’altra età e sotto un altro cielo. Tale dinamica di ripetizione non è, tuttavia, sempre così «solenne» e rassicurante, come l’esempio del «palombaro» suggerirebbe: se le antiche storie mostrano che tutto è già da sempre accaduto, non ogni storia può e deve, per questo, di nuovo accadere; non ogni racconto può essere innocentemente imitato a prescindere dai contesti e dalle identità dei soggetti, a prescindere da altre istanze che orientano la vita comunitaria. Invocare la lettera e le ragioni del mito può aprire la prospettiva di radicali destabilizzazione dell’ordine.

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