Contro le «industrie del cadavere». Dino Campana nel carteggio inedito Falqui-Vallecchi

Dino Campana

Dino Campana

di Laura Piazza

Gli anni quaranta del Novecento segnarono l’avvio di un’esperienza editoriale estrema e tormentata, rivolta al pieno recupero dell’opera dal destino tragico della poesia italiana: i Canti Orfici di Dino Campana. Enrico Vallecchi, prendendo le redini della casa editrice paterna, proseguì la battaglia di Attilio per la consacrazione del valore esemplare e rivoluzionario dell’opera campaniana. La sua strada si incrociò con quella di un Enrico Falqui, già da anni fermo e combattivo sostenitore dei contemporanei e dei «pazzi in rialzo» che i vari Papini, Russo, Baldini condannavano ad un isolamento irrevocabile. Ricostruire il lungo impegno campaniano attraverso l’intenso epistolario inedito Falqui-Vallecchi offre la possibilità preziosa di confrontarsi con un importante esempio di passione, umiltà e dedizione. Un impegno che si configura, fra l’altro, come necessaria risposta alle richieste del poeta che, negli ultimi anni di domicilio forzato al manicomio di Castel Pulci, era stato costretto a definire «irriconoscibile» la veste dei Canti Orfici nell’edizione del 1928. Tale edizione, curata da Attilio Vallecchi, nacque anche grazie al vivo interessamento del padre del poeta, che con tenacia contribuì a risolvere definitivamente il falso problema della cessione dei diritti dell’opera da parte di Bruno Ravagli (stampatore e non editore della prima edizione dei Canti Orfici). La ristampa si attirò forti critiche sia da parte degli studiosi sia da parte dello stesso poeta, critiche rivolte a colui che per molto tempo fu ritenuto l’unico responsabile dell’edizione, il poeta e prosatore toscano Bino Binazzi: questi nel 1922 aveva definito l’opera «la più potente e originale raccolta di liriche, che abbia prodotto il ventiduennio di questo secolo di burrasche e di bestialità». In realtà il prezioso intervento di Cacho Millet contribuisce a mettere in luce un’inesattezza mantenutasi fino ai più recenti studi campaniani, dimostrando che Vallecchi chiese a Binazzi collaborazione limitatamente alla prefazione dell’opera e non alla cura della discutibile ristampa. Le denunce delle inesattezze della seconda edizione avanzate dal poeta, unite all’intervento dei pochi ma influenti critici attenti a Campana, convinsero Enrico Vallecchi a provvedere ad una nuova edizione, arricchita da quei componimenti inediti che continuavano ad essere rinvenuti a Marradi e negli archivi delle riviste con le quali aveva collaborato o tentato di collaborare il poeta. Le accuse di trascuratezza filologica rivolte ai curatori della Vallecchi non devono però far dimenticare il grande contributo culturale offerto da una casa editrice che non ebbe mai paura di investire su autori misconosciuti o mal giudicati dalla critica ufficiale. Osserva infatti Falqui, ormai collaboratore della casa editrice fiorentina da quasi vent’anni: «Un giorno o l’altro, bisognerà pur tessere il ragionato elogio della Casa Vallecchi; al fine di documentare il suo alto e quasi insostituibile merito di fronte al Novecento letterario. Quando altri editori preferivano e stampavano quello che tutto sappiamo […], la Casa Vallecchi, da sola e senza alcun aiuto, accoglieva e presentava […] poco meno che tutti gli autori che oggi costituiscono lo Stato maggiore del Novecento. E allora fu un atto di coraggio, oltre che di intelligenza e di fiducia». Fiducia riposta in anni in cui la proposta Dino Campana veniva accolta quasi esclusivamente con superficialità e disprezzo: «Abbiamo avuto notizie sicure che in questi tempi si son discusse o si stanno preparando per lauree in lettere nelle Università italiane ben quattro tesi sul poeta Dino Campana, […], ci sembra che si stia ridicolmente e pericolosamente esagerando il significato storico e il valore artistico dell’infelice poeta di Marradi, […], un esame sereno della sua opera dimostra a chiare note ch’egli fu scarsamente originale – s’era nutrito molto di francesi dell’ultimo Ottocento – e che non può esser presentato, se non da fanatici tendenziosi, come autentico e grande poeta». Queste, in breve, le riflessioni espresse da Giovanni Papini nel 1946, alcuni anni dopo la pubblicazione della fondamentale terza edizione dei Canti Orfici e la prima degli Inediti a cura di Enrico Falqui. Alla ferma chiusura ai contemporanei si unisce anche il netto dissenso verso la nuova generazione di critici che, composta da «fanatici tendenziosi», si ostina a considerare degni di attenzione autori come Campana, facendone inoltre baluardi di lotte antiaccademiche e nazionaliste. In particolare il poeta dei Canti Orfici offre loro la seducente possibilità di poter vantare il fatto che «anche l’Italia ha il suo ‘poète maudit’, il suo mentecatto di genio».

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