Medea

articolo di Carmelita Celi

Medea è Medea. Non c’è altro al di fuori di lei, è una locomotiva senza treno – dice Zanussi – è un traino che traina solo se stessa. Dietro di lei, vuoto e sgomento. Dentro di lei, tutto il peso del Tragico. Calcolo della mente e prepotenza del cuore. Iperbolica versione di Amleto, Medea finge per colpire: è supplice disarmata per Creonte, fa la perseguitata con Egeo, posa da pentita con Giàsone che non ha alcuna intenzione di riconquistare. Le basta rovinarlo, per sempre.
Non ci sono prove né «palestre» che bastino, neanche quell’altra Medea di Christa Wolf che lei ha ripetutamente «rianimato» in scena, Elisabetta Pozzi.

«Quella era decisamente vittima, consapevole di come sarebbero andate le cose. Non ammazza i figli ed è “usata” dall’autrice per narrare la sua esperienza di “diversa” in un mondo ostile. Medea di Euripide è di tutt’altra matrice, impossibile da “fissare”, guidata in egual misura da lucidità e furore. Con il piglio demoniaco degli umani, architetta una vendetta perfetta e perfettamente razionale». Non chioma da Erinni ma piuttosto un copricapo sobrioe ieratico; non costumi vistosamente ammodernati ma tuniche in odore d’una classicità «mista», tra Grecia antica e messinscene di primo Novecento….