Le due tragedie sono accomunate da un tema parallelo: il diverso, lo straniero, tristemente attuale in questi giorni nel nostro controverso paese. Due forestieri in cerca di asilo e accettazione, lei l’esotica importata, lui scacciato e ingannato da tutti, redenti dagli dei, ci obbligano a meditare. Dissimile invece la cifra registica. Edipo ha un’atmosfera noir, dal coro di anziani con maschere di lattice deformanti squassati da attacchi di trance dionisiaci, alle Eumenidi dalle voci sataniche e serpentine nei movimenti, fino al profondo rosso che colora la scena nel bel tuonante finale catartico, dove gli dei trasfigurano la morte di Edipo in benefica protezione. Incipit molto bello per la Medea, con i piccoli bimbi, ignari della loro sorte, che corrono ridendo osservati da un uomo-scimmia di memoria darwiniana, segno d’istinto selvaggio e primordiale. Per cambiare registro e a tratti tramutarsi in una sorta di dramma borghese ibseniano, grazie anche ai dialoghi disinvolti della traduzione di Maria Grazia Ciani, e i battibecchi tra la fattucchiera della Colchide e l’infame Giasone, il calcolatore con ambizioni da arrampicatore sociale del bravo Maurizio Donadoni. Riflettori puntati su i due protagonisti, che amorevolmente e incolpevoli per sapienza attoriale, sovrastano i numerosi personaggi e i Cori che animano la scena, cui bisogna comunque dare atto di notevole impegno, bravura, generosa partecipazione, con un piccolo appunto per qualche tono troppo strillato a tratti. Che siano proprio i classici greci a doverci ammonire con saggezza sul senso di giustizia e sullo spettro xenofobo? Pare proprio di sì.