Recensioni on line: Medea

Articolo di Gigi Giacobbe

Quell’Ominide all’inizio che attraversa come uno scimmione tutta la scena arrampicandosi poi su un rinsecchito albero d’ulivo, per poi scomparire e riapparire alla fine di questa Medea di Euripide messa in scena con grande senso etico da Krzysztof Zanussi e interpretata con istintiva irruenza da Elisabetta Pozzi, quell’Ominide (il mimo Vasily Lukyanenko), dicevo, accanto ad megastruttura d’acciaio, non in titanio come il Guggenheim Museum di Bilbao, somigliante ad una lama concava, una vela, un fumaiolo, un iceberg, un vulcano fumante e chissà quant’altro nella mente dei suoi ideatori, i coniugi Fuskas, Massimiliano e Doriana, forse pure, con quei segni impressi sulla superficie luccicante, ombre d’antiche vestigia o anche lettere sghembe d’una password per accedere nel cuore di pietra di questa tremenda donna, ci fanno capire che fatti come quelli narrati nell’opera euripidea siano rimasti immutati nella mente dell’uomo, nonostante oggi si possa far ricorso a divorzi più o meno consenzienti  o per colpa e spegnere ogni rapporto senza spargimenti di sangue.

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