Non già re ma «imperattore», non solo Edipo ma Edipo a Colono. E’ l’ultima parte della mitica esistenza del sovrano di Tebe che l’irrequieto Giorgio Albertazzi (85 anni lo scorso agosto), facondo e fecondo di parole scritte e parlate, s’appresta a «rivivere», a suo modo, per la stagione 2009 dell’Inda a Siracusa, diretto da Daniele Salvo. In virtuale e virtuosa intermittence du coeur, ci sarà Elisabetta Pozzi in Medea, su regia di Krzystof Zanussi.
«Lo sapete già ! (peccato non poter trasmettere fonicamente quella sua «g» scivolata à la manière de Fiesole). Sono stato Edipo due volte, alla Scala ed a Taormina, ed è un po’ che mi frulla in testa di farne il seguito. E al vedere l’Ecuba della Pozzi, due anni fa, mi venne una voglia matta di tornare a Siracusa, luogo unico al mondo».
Già, la Pozzi. Sua allieva e compagna di vita che non aveva neanche diciott’anni, sua interlocutrice da sempre. Come tutte, molte delle donne di Albertazzi. Volle la Toccafondi al suo fianco in una pièce di Handke, a Taormina, chiamò a sé Mariangela D’Abbraccio, e con la Proclemer consegnò, due anni fa, uno strepitoso Diario privato di Léautaud.
Come si fa a mantenere codeste corrispondenze d’affetto e di vita con creature che della sua vita non fanno più parte, Albertazzi?
«L’importante è che quello che è successo sia profondamente vero ed abbia inciso sulla propria esistenza e modo d’essere. In fondo, io sono quello che sono anche perché c’è stata Betta nella mia vita: cancellarla sarebbe come cancellare me stesso. Se tu sei vero nei rapporti con una persona, rimane ciò che c’è di attivo, vitale, dinamico. Sennò tutto diventerebbe un pettegolezzo sentimentale da giornali rosa». «Non sono un attore ma uno scrittore che recita». Che cosa «scriverà» di Edipo? «L’idea di un viaggio in un luogo antico che conosci ma che non puoi riconoscere perché hai perso la vista, sicché devi sentirlo attraverso gli occhi di chi ami. L’immaginario ha una forza molto potente su di me e vedermi in cammino con la mano sulla spalla di questa bambina, che è Antigone, è stato sufficiente a farmi scattare. Per scrivere, scrivo: Mondadori sta per pubblicare le mie 150 poesie e lavoro ad un’altra autobiografia. Scrivere è il mio eros».
I grandi classici non hanno età, sono come cristallizzati nella parola poetica. Che importanza ha la convenzione dell’età «vera» del personaggio?
«Nessuna. Non è lì il punto. L’estate scorsa, a Venezia, ho fatto il Sogno di Shakespeare risognato da un vecchio bizzarro che, dopo aver fatto Puck per quattro secoli, ora vuoi fare altro. E’ un ruolo che di solito fa un ragazzo e invece l’ho fatto io, vede? Non è tanto la parola della pagina ma il sentimento che la pagina t’ispira. Quello è teatro».
Quanto conta il ritorno all’essenziale? Il peplo invece dello smoking…
«Dipende. Se pensi ad un Amleto moderno in blue jeans sei semplicemente un coglione. Intervenire significa mettere la propria vita dentro, la pagina non è più la pagina, è scrittura di scena. Non devi essere fedele alla pagina: il teatro si basa sull’infedeltà, il teatro è stupro, è violenza artistica. L’arte non è staticità, è dinamicità. Ed io farò Edipo pensando a ciò che provo. Se poi questi sentimenti coincidono, si vedrà. Conta essere fedeli nello spirito».
Si sente ancora un attore dalla coscienza infelice?
«Lo dicevo quando non avevo ancora fatto Amleto a Londra: mi sentivo un attore a metà, all’epoca». Poi John Gielgud, a braccia aperte, la chiamò con voce rotta «My brother!». «Fu a Londra dove adesso, in una mostra permanente su Shakespeare, nella sala intitolata a Lawrence Olivier, tra tutti gli interpreti d’Amleto dal 1848 ad oggi, l’unico non di lingua inglese sono io».
Lei s’è sempre detto attore per gusto e non per vocazione…
«La vocazione implica una spinta interiore, quasi mistica. Io cominciai perché, al liceo, una bel¬lissima ragazza mi chiese d’andare a recitare con lei, a Settignano. Ma io sarei andato dovunque m’avesse chiesto».
Ed è stato perché gliel’ha chiesto Pia de’ Tolomei che, il 12 dicembre dell’anno scorso, l’ha sposata? Alla Toccafondi, però, non disse mai di sì…
«E’ vero, era Bianca la mia sposa degli anni giovanili. Ma con Pia è stato un fatto poetico, è una persona speciale che vive in campagna, tra cavalli e cani. Lei è la mia famiglia. E mi è sembrato bello dirlo a tutti».
Lo strappo con Strehler. Perché non si ricucì mai?
«Gli sentii dire cose stupende di me pur non avendo mai lavorato insieme. Ma accadde qualcosa di sciocco: lui aveva una ragazza che era stata mia fidanzata e scoprire una mia foto a casa di lei, lo mandò in tilt. Spesso le grandi storie passando per piccoli episodi».
La commozione è un sentimento «umido». E la vecchiaia?
«Il vecchio, oggi, si sta delineando come testimone della modernità perché il passato è tutto nel suo presente e il futuro quasi non esiste. Il vecchio è una sorta di somatologo alla scoperta dell’impotenza del suo corpo. Ma la cosa più stupida che possa dire un vecchio è “Largo ai giovani”. I giovani non sono i giovani d’età! Ci vogliono molti anni per imparare a diventare giovani».
Touché, maestà.