Origini lituane, nome di battesimo vagamente asburgico, accento romano appena appena blasé. Ma in realtà parla tutte le lingue del mondo, quelle che da anni (la classe…che non è acqua, è 1944) lo hanno visto capace di dialogare con tutti gli spazi del globo. Città, metropoli, megalopoli. Pluripremiato, corteggiato dalle accademie, urbanista politically correct, poeta di grattacieli e padiglioni, maison d’arts ed europark.
E da oggi, Massimiliano Fuksas, architetto proteiforme, virtuoso e virtualmente socratico («So di non sapere sicché sono in chiara controtendenza con quanti affermano di sapere tutto») parlerà in «linea continua» anche il linguaggio della tragedia greca. Il presidente dell’Inda, Roberto Visentin, lo ha appena nominato scenografo ufficiale dell’Istituto del Dramma antico, a Siracusa.
«Coniugare architettura e teatro – ha detto Visentin – significa rinnovare un sodalizio che già dall’antichità era a fondamento della sacralità di alcuni aspetti delle culture di tutti i tempi».
Raggiungere l’architetto Fuksas (pronto a metter su casa ad Ortigia purché «l’acquisto non sia troppo salato») nel suo studio romano è impresa titanica, Prometeo ha ben poco da suggerire, in materia. C’è un Olimpo di segretarie e segreterie lì pronto a squadernarti un tabulato riveduto e corretto delle Dodici Fatiche. E anche questo «fa» dramma e Mito, in fondo.
Lei dice spesso che lo spettacolo è un segnale del senso dei luoghi. In che modo sta pensando il Temenite?
«A parte un’apparente banalità che però penso davvero e cioè che la Sicilia è uno dei luoghi più interessanti da scoprire, credo che la tragedia greca sia la cosa più attuale in quest’attimo della nostra storia. In Sofocle ed Euripide ed in co¬lui che amo di più, Eschilo, ci sono le strutture base dei nostri comportamenti. In questi si è trovata la soluzione per vivere il dramma dell’esistenza che avviene attraverso un sistema di pentimento, punizioni, catarsi che restituiscono alla tragedia il suo significato profondamente religioso. E’ qualcosa che m’appartiene, insomma, ed è una delle soluzioni più importanti per il dramma del vivere umano».
Ne hanno fatte di tutti i colori in loco, quello delle «pietre» è stato uno spazio fatto e disfatto ad libitum. Quanto conta conservarne storia, radici, ragioni?
«In realtà non sappiamo se la tragedia si svolgesse come la immaginiamo, noi pensiamo che sia sempre un palazzo reale ma siamo pieni di dubbi sulle maschere, non esistono certezze. Perciò credo si debba cercare di esprimersi al meglio e non certo nell’attualizzazione, vestire la gente in pantaloni e camicia non è poi la soluzione di tutti i mali. La questione sta, forse, nel vedere come trasferire l’universo dell’esistere, del dramma che ritorna e non può modificarsi. Il nostro dna è fabbricato da miliardi di anni e noi sappiamo solo la storia degli ultimi 5000 anni, ci conosciamo da 5000 anni appena. Perciò le modificazioni dei sentimenti sono minime, siamo tutti identici al passato, fermo restando che i meccanismi dell’intelligenza sono diversi, sono mutati i processi, la popolazione è cresciuta. Siamo alla megalopoli, è vero, ma non credo che lo spirito della polis sia superato, anzi, è il sogno di tutti noi per una democrazia possibile, nonostante la polis non fosse certo una meraviglia, tra catastrofi, scontri, ostracismi…».
Nella sua poliedricità di percorso, quando è «soltanto» scenografo, pensa anche alla struttura fìsica e spaziale dell’attore?
«Eccome, credo che lo spazio venga disegnato dalle traiettorie delle persone, ce l’ha insegnato il balletto e tutta la cultura coreografica del ’900. M’interessa dare materialità all’aria, l’elemento in cui siamo immersi (come i pesci nell’acqua) che solo la persona-attore ci permette di cogliere».
Quanto resta, nella sua anima, del «ragazzo di Valle Giulia»?
«Ma io sono rimasto completamente legato a quegli anni! Non solo perché ero giovane ma perché ci sono interpretazioni di Valle Giulia che non c’entrano nulla. La gente pensa che noi abbiamo distrutto la scuola e invece la scuola ci apparteneva, volevamo migliorarla, perciò discutevamo in modo acceso con i professori. E non in masse spropositate, si era solo 2000 su oltre 70.000 ed eravamo quelli che all’università andavano benissimo».
Da urbanista, qual è il suo precetto, il suo principio, la sua ossessione?
«Sono contro le aree, gli edifici e l’architettura che produce disperazione. Del resto poco m’importa. L’etica prima dell’estetica. Quando lo dissi alla Biennale del 2000 non mi diedero retta ma oggi vedo che si parla d’etica ad ogni pie’ sospinto…».