Più idee che eroi nell’Eschilo di Carriglio

articolo di Magda Poli

Senza cedere all’assolutismo romantico di Victor Hugo («chi non capisce Eschilo è un mediocre»), con più pacata logica si può affermare che Orestiade è la rappresentazione del passaggio dalla barbarie alla civiltà, dalla tribù primitiva, dove vendetta chiama vendetta, delitto genera delitto, alla nascita di un ordinamento democratico. E in uno stratificarsi di vari momenti della storia sociale, in questa trilogia più che mai, il teatro è il luogo in cui la città pensa se stessa e rende vera la politica.
La messinscena di Pietro Carriglio, cogliendo queste tematiche, segna come il passaggio verso la democrazia parta da un’enfasi rituale e barbarica per trasformarsi in sobrio diritto. La traduzione è quella che Pasolini fece per Gassman nel 1960 e come allora Agamennone si alterna al teatro greco di Siracusa con Coefore ed Eumenidi, unite in un solo spettacolo. Il regista, anche scenografo, ha ideato una sorta di spazio metafisico per una trilogia popolata più da idee che da eroi, una piazza dominata da un grande palazzo-scalinata e da una alta torre. In Agamennone il re, tornato vincitore da Troia, viene ucciso per antico odio dalla moglie Clitennestra, complice il suo amante Egisto.
Carriglio trasforma il coro in popolo e, partendo da una convenzionalità di cori cantati – le belle musiche sono di Matteo D’Amico -, esalta la centralità del popolo stanco di guerra che chiede di poter far sentire la sua voce mentre il potere chiuso nel suo formalismo diventa bolso e infiacchito, come il re Agamennone vecchio eroe non eroe ben interpretato da Giulio Brogi, o vanesio, come l’Egisto di Luciano Roman. Clitennestra, l’intensa Galatea Ranzi, è un’anima persa, un essere che ha segnato il suo tempo di vendetta che tramonterà, nella seconda parte dell’Orestiade, con la nascita di una società che delega al diritto il compito di risolvere i conflitti.