SIRACUSA – E all’epilogo, la notte del 7 maggio, dopo la teatrale pacificazione delle Eumenidi. il procuratore antimafia Piero Grasso leggerà i concetti
dello storico inglese George Thomson sul passaggio epocale, nella società degli
Uomini, dal concetto di vendetta a quello di giustizia. E’ infatti nel segno della legalità (lo sottolineano il sovrintendente dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico, Fernando Bale stra, e il regista dell’Orestiade alle soglie del debutto, Pietro Carriglio) il XLIV ciclo di rappresentazioni classiche che prende il via fra una decina di giorni al Teatro Greco, con la rappresentazione integra le della trilogia di Eschilo: Agamennone.Coefore,Eumenidi. Un’anteprima. Quasi cinque ore di spettacolo che si ripeteranno solo due volte (a metà strada e alla fine) nell’arco delle quaranta-sei repliche della megaprodu zione siracusana, previste dall’8 maggio al 22 giugno. Negli altri casi, l’Agamennone occupa una serata; Coefore con Eumenidi quella successiva.
Il capolavoro di Eschilo mancava da Siracusa. nella sua interezza, da quasi mezzo secolo. In quanto tale vi è stato rappresentato, prima di adesso, solo due volte nel 1948, dopo nove anni di silenzio dovuti alla guerra (traduttore Manara Valgimigli, Dulio Cambellotti scenografo) e nel 1960, quando Vittorio Gassman, intenzionato ad “aggiornare” il linguaggio della tragedia greca ad uso del pubblico contemporaneo, commissionò una nuova traduzione dei testi a Pier Paolo Pasolini. E proprio la celebre, allora contestata versione pasoliniana, che nulla toglie all’altezza stilistica e concettuale della trilogia. Carriglio adotta per la sua messinscena della quale firma anche l’ambiente e i costumi.
Immaginate per l’opera tripartita con cui Eschilo vinse gli agoni tragici di Atene nel 458 a.C. (l’unica giunta fino a noi in forma completa), il palazzo della Civiltà e del Lavoro, nel cuore dell’Eur romano. Immaginate ancora che una saetta separi un largo brandello, in forma di triangolo rettangolo, dal resto dell’edificio. La base maggiore poggiata al suolo; fino al sole, una scalinata immane, candidissima. A fianco, un’alta torre cilindrica (citazione del Piacentini della Stazione Termini) si lascia percorrere da una scala in ampie spire, anch’essa bianca. Le misure? Intimidenti: quindici metri l’altezza della costruzione, sei metri l’ampiezza della scalinata. Tre teorie di gradoni ad emiciclo, separati da corridoi, “spingono” infine lo spazio scenico verso la cavea.
Ci troviamo in un universo alla De Chirico che felicemente unisce l’arcaica aestà
della Grecia eschilea con il percorso pasoliniano che, dalla stazione romana, passando per l’Eur, fila verso la fatale Ostia, dove il poeta trovò la morte. Persino la tomba destinata ad Agamennone – un rettangolo di sabbia marina steso in proscenio – rammemora il litorale scandaloso e balordo che vide la fine dello scrittore. Il bell’involucro (senz’altro impegnativo sul piano della produzione) è per la storia e il destino degli Atridi, quest’anno chiamati in gruppo a marcare vieppiù il confine fra legge del sangue e legge del diritto.
L’avventura di Oreste vendicatore (uno dei fulcri simbolici del pensiero occidentale)
comincia nell’Agamennone: il re di Argo torna in patria dalla guerra di
Troia, carico di bottino, e viene assassinato dalla moglie Clitennestra, sobillata
dall’amante Egisto. A propria volta la regina, nelle Coefore, muore per mano del figlio Oreste, cui tocca appunto “offrirsi” alla vendetta delle Erinni. Le Eumenidi portano poi il matricida davanti all’Aeropago, il tribunale istituito da Atena, e la
giustizia, benché divina, si palesa alla società degli umani.
Cronache e testimoni dicono che nel 1960, regista e interprete Gassman, il testo di Pasolini fu una specie di deflagrazione, un Verbo avvicinato al popolo e caricato di valenze religiose tangibilmente vicine a quelle eschilee.
Carriglio punta «alla stessa vibrazione, alle stesse ferite, alla stessa, forte
immediatezza». Per gli attori del poderoso cast – Galatea Ranzi (Clitennestra
ed Elettra), Giulio Brogi (Agamennone), Luciano Roman (Egisto) e Luca Lazzareschi (Oreste) – ha voluto costumi “barbarici”, nel complesso neri come le Furie, comunque ammiccanti sia all’oro e ai rossi delle figure bizantine, sia alla penetrante semplicità delle atmosfere protocristiane.
Dopo il procuratore Grasso, altri ospiti pronunceranno, nel corso delle repliche, le frasi di Thomson sul valore del passaggio dal tribalismo vendicativo alla giustizia dello Stato: Giuliano Amato, Gianni Puglisi (storico della Lingua), Ivan Lo Bello, Corrado Piccione, il magistrato Ettore Randazzo, l’avvocato egiziano Cherif Beassiouni (Osservatorio Permanente sulla Criminalità Organizzata). Sia sa che l’invito a partecipare è pervenuto persino al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Nel l’attesa, al Teatro Antico di Siracusa si prova fino a notte fonda. Il gran disco del Sole, da quale uscirà Atena, aspetta maggio per risplendere sugli Atridi di ieri e di oggi.