Malattia e morte di Eracle una tragedia quasi moderna

articolo di Rodolfo Di Giammarco

La Tragedia più raccontata e meno animata di Sofocle, Trachinie, ha posto problemi al Teatro greco di Siracusa fin dal 1933, e nella versione che vedemmo nel 1980 Cobelli rimediò avvalendosi d’una scena, d’una Moriconi e d’uno Schirinzi vulcanici e stregati. Il perno è Deianira in attesa da oltre un anno del consorte giramondo Eracle, moglie “ospitale” con una principessa schiava che (le riferiscono) è l’ultima fiamma dell’eroe, pronta a spedire a lui una tunica imbevuta d’un filtro d’amore d’un centauro che si rivela dono mortale per il semi-dio, e allora lei si suicida mentre Eracle è introdotto in casa ustionato e moribondo, e dopo un inaudito sfogo obbliga il figlio a disporgli l’ eutanasia su un rogo e a impalmare l’amante prigioniera. Walter Pagliaro, teatrante rigoroso, gioca la carta del caso clinico ancestrale, e in una scena di rocce (di Giovanni Carluccio) che ricorda gli storici scenografi Cambellotti e Appia, con al centro un letto d’altri tempi, usando un coro femminile di ragazze in nero (che paiono uscite da Verga e mormorano anche in uno indistinto dialetto siciliano), plasma una Deianira alienata in “desertboots” cui Micaela Esdra dà vitrea fissità, interlocutrice di portavoci barboni (Massimo Reale) o lacchè esotici (Luca Lazzareschi). All’ Eracle imputridito Paolo Graziosi infonde una gran rabbia terminale da malato di Hiv.
Due secoli e mezzo fa divampano passioni, suicidi e piaghe, lo spazio emette suoni oscuri (musiche di Arturo Annecchino), e gli dèi stanno a guardare, come dice il suo erede.