ELZEVIRO Le Troiane di Siracusa. Il Dopoguerra di Euripide

abstract dall'articolo di Eva Cantarella

Primavera del 415 a.C.: ad Atene, Euripide presenta la tragedia Le Troiane. Primavera del 2006: Le Troiane vanno in scena a Siracusa, a partire da oggi, in alternanza giornaliera con l’altra grande tragedia di Euripide sulla guerra, Ecuba.
Quasi duemilacinquecento anni sono passati, l’emozione è la stessa. Mai, come oggi, le due tragedie sono state così attuali.  Poco importa che i personaggi siano mitici, che le storie siano collocate in un mondo lontano: così voleva la regola della “distanza tragica”. La tragedia doveva mettere in scena eventi staccati dalla particolarità del presente, ed Euripide rispetta la regola, collocando i fatti al tempo della guerra di Troia. Ma esattamente come nella primavera del 415 a.C., gli spettatori di oggi vengono messi di fronte a qualcosa che, purtroppo, non è affatto lontano: una città, espugnata, sta per essere messa  fuoco; gli uomini sono stati uccisi, le donne attendono di conoscere la loro sorte. Una guerra. A Troia, le donne dei vinti stanno per essere assegnate come schiave ai vincitori: Ecuba, la vecchia regina; sua figlia Cassandra; Andromaca, moglie di Ettore, “domatore di cavalli”…tutte indistintamente.
In quella primavera, rivivendo la vicenda mitica, gli Ateniesi pensavano alla Guerra del Peloponneso, che da anni opponeva la città a Sparta. Non c’era bisogno di riferimenti espliciti perché sapessero ciò che Euripide voleva dir loro. Così come gli spettatori di oggi; al di là del tempo, Euripide estende il discorso alle guerre di tutti i tempi.
Per lui non esiste conflitto che giustifichi le atrocità che ne conseguono: vincitori e vinti, indistintamente, sono vittime di una mostruosità che trasforma le coscienze, corrompe la natura umana, la degrada sino a renderla animalesca.
Dalle Troiane sappiamo che Ecuba, al termine della sua vita, verrà trasformata n cagna: ma anche prima di questa metamorfosi, nella tragedia che prende il nome da lei, la regina assume caratteri bestiali. Nelle Troiane è una vecchia devastata dal dolore: suo marito e i suoi figli sono stati uccisi; sua figlia Polissena è stata sacrificata sulla tomba di Achille; il piccolo Astianatte, figlio di suo figlio Ettore è stato gettato dall’alto della rocca di Troia. Toccherà a Ecuba dargli sepoltura. In questa tragedia, la regina è l’emblema del dolore dei vinti. Ma in Ecuba, da vittima si trasforma in donna di atroce crudeltà. Lasciata Troia, l’esercito greco è accampato sulle coste del Chersoeso tracico; e qui Ecuba scopre che suo figlio Polidoro è stato ucciso dal re Polimestore, alla cui corte lo aveva inviato nella speranza di salvargli la vita. L’odio di Ecuba esplode in un episodio di rara crudeltà: dopo aver indotto con una scusa Polimestore a visitarla, lo conduce negli alloggi delle sue ex-schiave, insistendo perché porti con sé i suoi figli, bambini. E qui, a un suo cenno, le schiave sgozzano i figli sotto gli occhi del padre.
Ecuba stessa, con spille acuminate, trafigge le pupille di Polimestore…Ecuba trionfa. Esaltata, ebbra di sangue, si vanta di quel che ha fatto, si paragona alle abitanti dell’isola di Lemno che, in una sola notte, avevano sgozzato tutti i loro mariti, colpevoli di vele tradite.
In Euripide l’accento non è, come in Eschilo, sulla violenza delle battaglie. E’ sul dopoguerra, che accomuna nel male materiale e morale vincitori e vinti. La sofferenza e il degrado, egli insegna, sono uguali per tutti [...]. Mai, forse, come in questo momento, era opportuna la riproposizione, felicemente consecutiva delle Troiane e di Ecuba.