Carriglio inventa una magica Orestea

articolo di Enrico Groppali

Negli ultimi decenni, sull’onda del rinnovato interesse per il mito, i maggiori registi europei hanno concentrato la loro attenzione sulla trilogia eschilea dove il dio nascosto appare come una terribile manifestazione dell’io e sulal gran saga wagneriana dove il dio sceso in terra conferma la creatura nel suo precario destino.
Così Pietro Carriglio dà vita a Siracusa all’Orestea più ricca di magiche sollecitazioni che sia mai stata vista tra le rovine del Teatro Greco Il suo è un allestimento che, dalla compenetrazione di musica parlata e parola cantata, muta l’idea di fondare una scena riformatrice di questi nostri anni sospesi tra l’ansia del rinnovamento e la salvezza del nostro patrimonio storico. Teso a spalancare inedite strade espressive che decantino l’epos arcaico, il regista crea a vista uno spettacolo-specchio che rappresenta la congerie ereditata deal mondo di ieri.
Affidato a Matteo D’Amico il compito di creare con inedite sonorità il tessuto di un coro che, tra il canto dei solisti e la vocalità degli attori, trovi la sua ragion d’essere, Carriglio si concentra sulle modalità della visione. Costruendo una scena d’impianto piacentiniano dove la torre della scolta contrasta un’alta scalea che, in un audace gioco prospettico ricorda sia Babilonia sia i templi degli Incas a ridosso della cavea dove colloca la foné degli anziani. I quali, introdotti dal suasivo commento di Sefano Santospago, si scatenano nel malinconico assolo di Giancarlo Condé e dei suoi compagni prima che irrompa l’impeto atletico del Messaggero di Maurizio Donadoni. E appaia, issato a spalle su un trono tutto d’oro, il vibrante Agamennone di Giulio Brogi al quale la Clitennestra di Galatea Ranzi concede solo una marmorea e opprimente fissità, invano contrastata dalla Cassandra volitiva e ispirata di Ilaria Genatimpo. Mentre nelle Coefore, si fa strada l’impressionante magnetismo di Luca Lazzareschi, magico principe nero vomitato da Laforgue, che in un momento di splendida maturità contrasta sia l’estatico canto fermo di Liliana Paganini che le limpide scansioni di Elisabetta Pozzi.
Un’Atena-Luna argentea e luminosa che cede il campo al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso incaricato di proclamare, con le parole di Eschilo, la fede irrinunciabile nella democrazia.