di Laura Piazza
Credo nel Tuo Teatro e vorrei assolutamente crearlo con Te, esso potrebbe essere diverso da tutti i teatri “polacchi”, esso non piegherebbe l’uomo ma lo innalzerebbe e lo infiammerebbe, non lo distruggerebbe ma lo renderebbe angelico.
Dietro le parole di incoraggiamento del giovane Karol Wojtyła all’amico Mieczysław Kotlarczyk si manifestano per la prima volta i propositi di un gruppo teatrale che, anche se formato da giovani attori, in virtù di un forte rigore di fondo e spessore intellettuale avrebbe maturato un pensiero drammaturgico rivoluzionario per le condizioni che lo videro germogliare e per il portato delle riflessioni e delle teorie formulate. Nella lettera citata Wojtyła fa riferimento al Teatro Rapsodico che Mieczysław Kotlarczyk, polonista specializzato in teatro religioso, iniziò a guidare dalla fine degli anni trenta (gruppo nato quasi in contemporanea ad un’altra feconda esperienza di ricerca teatrale polacca: il ‘Teatro Indipendente dei giovani pittori’ di Tadeusz Kantor).
Il 22 agosto 1944 è la data in cui si fa iniziare la storia di quello che viene anche definito ‘Teatro della Parola’ (chiamato pure ‘Teatro Nostro’). La Polonia è vittima dell’occupazione nazista da due anni e l’assurdità della guerra e della morte (Kotlarczyk subirà la deportazione di due familiari nei lager tedeschi) saranno occasione per una rivolta inizialmente sommersa, sotterranea, mai politicizzata, vissuta nel chiuso di case private della città di Cracovia o nella buia umidità delle ‘catacombe’ di Dębnica dove se, come spesso accadeva, veniva staccata la luce, gli spettacoli continuavano al flebile chiarore di qualche candela. Una rivoluzione che nella bellezza del suo silenzio non cessò un attimo di proseguire la sua avanzata, irremovibile, nonostante i raid aerei, le retate, le fucilazioni pubbliche, le sirene che, come raccontano più testimoni, furono incapaci di interrompere il futuro papa nell’atto di recitare un monologo.
‘Teatro della parola’: «Il nome è nato dalla vita» , spiega Wojtyła, dal momento che la compagnia clandestina, priva di qualsiasi mezzo tradizionalmente legato alla messa in scena, non ha che la parola per testimoniare il proprio percorso di ricerca; la ‘Parola Viva’, declamata in una stanza senza palco, senza scenografia, senza luci, talvolta accompagnata dalla musica di un pianoforte….
